Salvati il soldato Ryan
Michele Salvati, che dieci anni fa aveva lanciato da questo Foglio l’appello per la costituzione del Partito democratico, sceglie oggi l’Espresso per esprimere tutta la sua delusione per un progetto di cui constata l’esaurimento, almeno come “disegno originale di un nuovo soggetto in un contesto bipolare e bipartitico”. Tra le cause del “fallimento” del progetto del Pd, almeno come l’aveva immaginato lui, Salvati cita per prima “la presenza di Berlusconi come antagonista”: naturalmente non per la sua azione politica, alternativa al centrosinistra, ma per il riflesso provocato, quell’antiberlusconismo che è diventato il comodo surrogato identitario di un partito che non riusciva a separarsi dalle sue diverse componenti originarie.
5 AGO 20

Michele Salvati, che dieci anni fa aveva lanciato da questo Foglio l’appello per la costituzione del Partito democratico, sceglie oggi l’Espresso per esprimere tutta la sua delusione per un progetto di cui constata l’esaurimento, almeno come “disegno originale di un nuovo soggetto in un contesto bipolare e bipartitico”. Tra le cause del “fallimento” del progetto del Pd, almeno come l’aveva immaginato lui, Salvati cita per prima “la presenza di Berlusconi come antagonista”: naturalmente non per la sua azione politica, alternativa al centrosinistra, ma per il riflesso provocato, quell’antiberlusconismo che è diventato il comodo surrogato identitario di un partito che non riusciva a separarsi dalle sue diverse componenti originarie. Salvati, che fin dall’inizio aveva utopisticamente proposto che i leader dell’ex Pci e della sinistra Dc, Massimo D’Alema e Franco Marini, restassero fuori dall’organigramma democratico, vede nell’incapacità dei dirigenti politici di quella fase di guidare “una riflessione nuova e adeguata alla crisi della politica” la responsabilità principale dell’insuccesso dell’operazione. In questo non esprime un’opinione particolarmente originale, mentre stupisce con quella successiva: l’indice puntato contro “quell’unica grande corrente composta dal gruppo Espresso-Repubblica che, con Libertà e Giustizia, ha conquistato l’egemonia interpretativa del nuovo partito”.
Così, proprio sull’Espresso, si può leggere la denuncia della responsabilità degli “intellettuali, i giornali, le riviste” che hanno formato la mentalità dominante tra i quadri del Partito democratico. Onestamente e forse con un pizzico di civetteria Salvati mette se stesso in testa all’elenco degli intellettuali “che non hanno aiutato”, ma questo rende ancora più limpida la chiamata di correità politico-culturale nei confronti del “noto gruppo”. Resta il fatto che un partito, per quanto moderno e post ideologico, non è tale se non è in grado di elaborare il proprio “comune sentire”, ovviamente subendo le influenze esterne, ma senza diventarne succube. Paradossalmente, una sinistra alla quale venivano richieste (giustamente a causa di precedenti comportamenti intolleranti di comunisti e clericali) garanzie per l’autonomia della pubblica opinione e dell’informazione, ora si trova a non saper difendere la sua autonomia politica dalle influenze egemoniche di un gruppo editoriale. Complimenti a Bruno Manfellotto, direttore del settimanale che si può ora fregiare, se lo creda, del titolo di fogliante, oltre al resto di una lunga storia.