Renzi e l’illusione che sia una strategia dire che serve una strategia
5 AGO 20

Al direttore - Sono certamente condivisibili alcuni puntini sulle “i” posti da Matteo Renzi sulla necessità di rispondere alla strage di Parigi con la testa e con il cuore, non con la pancia, sulla illusione di poter vincere la sfida del terrore con uno schiocco di dita, sull’essenzialità della partecipazione sia degli Usa, sia della Russia all’azione di contrasto dell’Isis, anche come condizione dell’adesione da parte dell’Italia. Poi Renzi ha ribadito l’altra condizione, quella, cioè, della necessità di una strategia globale fondata su di una visione di lungo periodo (quindi per la fase successiva agli interventi), facendo tesoro degli errori commessi con l’intervento in Libia. Di questa esigenza il premier parla da tempo, ma, a proposito della strategia ripetutamente e assai genericamente proposta, non ha finora indicato neppure un elemento che, pur da concordare, egli ritiene necessario. Di questo passo, non si rischia, volens nolens, di apparire sostenitori di escamotage elusivi? Perché, per esempio, non si afferma che uno dei primi punti da affrontare è quello di operare per stroncare il finanziamento dell’Isis?
Angelo De Mattia
Angelo De Mattia
Renzi dice che non basta la sola “reazione” al terrorismo, e che serve al più presto una strategia. Dire però che serve una strategia, senza averne una, non è un buon modo per dimostrare di avere una strategia. E ha perfettamente ragione Niall Ferguson (Corriere di ieri) quando dice che, purtroppo, con l’Isis gli occidentali sono spietati solo a parole
Al direttore - A Parigi 129 persone sono state uccise, 300 ferite, un dolore indicibile è stato imposto a migliaia di famiglie. Tutto questo in nome di Dio. Davanti a questo noi sentiamo il dovere di un giudizio e di una testimonianza. Il Dio che noi abbiamo incontrato, il Dio di Gesù Cristo, non è un Dio della morte ma un Dio della vita. Il dio dei terroristi gode del sangue e si rallegra della morte dei peccatori. La gloria del nostro Dio non è la morte dell’uomo, giusto o peccatore che sia, ma che l’uomo viva. I terroristi credono di essere più forti di noi perché credono in qualcosa che vale più della vita, e per cui sono pronti a offrire la loro vita. E’ il loro dio, dio di vendetta e di morte. Davanti a loro l’occidente, nonostante tutta la sua immensa forza materiale, si sente debole perché non crede più in nulla, ha perduto il suo Dio e con esso la voglia e la capacità di difendere se stesso, i suoi valori e perfino la vita dei suoi cittadini. Anche noi crediamo in Qualcuno che vale più della vita, il nostro Dio che non chiede sacrifici umani ma offre la Sua vita perché l’uomo viva. Da questa fede tutti insieme possiamo trarre l’energia per difendere i valori che amiamo, la vita della nostra gente, la civiltà dell’Europa.
Rocco Buttiglione
Rocco Buttiglione
Al direttore - Mai come oggi, al risveglio da una notte orribile, l’Europa deve ritrovare le proprie radici e imparare almeno tre importanti lezioni da Israele, dai cittadini di Gerusalemme e Tel Aviv che hanno saputo andare oltre la paura. Le stragi dell’aprile 1994 sugli autobus per Afula e Hadera non hanno fermato gli israeliani dall’usare il bus, dal vivere la città o dal mangiare nei ristoranti per le vie di Tel Aviv. Da oggi ogni città europea è una Tel Aviv o una Gerusalemme e dovremo imparare a non farci vincere dalla paura di condividere luoghi affollati e pubblici, ma neppure dai populismi di chi vuole radere al suolo la Siria (Gasparri docet). Dobbiamo imparare che quella che stiamo vivendo è una guerra asimmetrica contro fanatici disposti a tutto, perché nulla hanno, che non si mostrano apertamente, che nascondono le loro armi e i loro volti tra la gente, tra i tanti migranti e rifugiati e che per tanto non può essere combattuta come una guerra tradizionale. All’indomani del tentato attacco terroristico di agosto sul treno Amsterdam-Parigi, Lorenz Hemicker sulle colonne del Frankfurter Allgemeine si chiedeva se fosse solo un caso il fatto che i tre eroi di giornata fossero, non membri del personale del treno Thalys, ma americani due dei quali con esperienza militare, impegnati in Afghanistan e altrove all’estero. Nella notte del 13 novembre, 4 persone armate hanno tenuto in ostaggio 1.500 persone senza che queste, per quanto si sa fino a ora, facessero nulla per impedire la carneficina. I video girati fuori dal Bataclan mostrano addirittura ragazzi scappare incuranti dei feriti, lasciati zoppicanti o rantolanti senza alcun aiuto. La terza lezione è allora, forse, che attraverso la leva obbligatoria e l’annuale richiamo, Israele è stato in grado di rafforzare nei suoi cittadini quel senso di abnegazione, consapevolezza del proprio valore e di solidarietà verso il prossimo che porta a reagire in caso di emergenza come era successo a Alek Skarlatos, Spencer Stone e Anthony Sadler sul treno Amsterdam-Parigi. Non si tratta di armarsi o di cercare eroi, ma di fare l’unica cosa che davvero può andare contro il terrorismo di singoli fanatici: unirsi, non solo sui social, e prepararsi per essere pronti ad agire come un solo corpo, una acies, come dicono nei corridoi dell’Accademia militare di Modena.
Alessandro Tommasi
Alessandro Tommasi
Al direttore - Con un brivido nella schiena ho letto quanto Giuliano Ferrara ha documentato sul Foglio e di cui non ho trovato traccia su nessun altro giornale: mentre il male si materializzava al Bataclan con un feroce massacro di vittime innocenti gli Eagles of Death Metals sul palco cantavano il loro amore per il Demonio e il desiderio di baciarlo in bocca. Una terribile coincidenza ma davvero una coincidenza demoniaca per chi crede nell’esistenza delle forze del bene e del male.
Carlo Giovanardi
Carlo Giovanardi