Perché l’eurosalvataggio della Grecia è illegale e pericoloso

Del senno di poi, è piena la fossa dell’economia ellenica. Il debito alle stelle, la crescita sottoterra, i conti pubblici truccati, il populismo come teoria di governo: gli indizi sul punto di caduta della parabola greca non mancavano. di Carlo Stagnaro
5 AGO 20
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Del senno di poi, è piena la fossa dell’economia ellenica. Il debito alle stelle, la crescita sottoterra, i conti pubblici truccati, il populismo come teoria di governo: gli indizi sul punto di caduta della parabola greca non mancavano. Eppure, la questione non sarebbe tanto ingarbugliata, se circa i due terzi dell’esposizione debitoria non fossero collocati all’estero. Così, se Atene smettesse di pagare le cedole, nell’immediato i non-greci accuserebbero il colpo più dei greci stessi. Tanto più che questi ultimi sono probabilmente più ricchi di quanto non dicano le statistiche. L’ha ricordato Giorgio Arfaras su Chicago-blog: solo sei persone in tutto il paese dichiarano un reddito superiore al milione di euro, e solo 85 sopra il mezzo milione. Questo effetto dipende da uno strabismo politico: George Papandreou ha gioco facile nel vendere l’immagine di sé come salvatore della patria, che scarica il debito sulle spalle altrui. Nel lungo termine, però, i greci dovrebbero pagare il conto, in termini di perdita di investimenti stranieri.
Se l’Unione europea dovesse cedere per scongiurare questa ipotesi, si scatenerebbe un’ondata potenzialmente devastante di quello che gli economisti chiamano “azzardo morale” e che, tra le banche e le istituzioni ritenute “too big to fail”, ha causato (prima della crisi) l’assunzione di rischi eccessivi. In fondo – ci si chiederebbe a Lisbona, Roma, Dublino e Madrid, e in ogni altra capitale europea – perché loro sì e noi no? Questo contribuirebbe a sciogliere ulteriormente le briglie finanziarie, faticosamente imposte dalle direttive comunitarie. Inoltre il Trattato dell’Ue proibisce alla Comunità di togliere le castagne dal fuoco agli stati membri. Forse ha ragione Wolfgang Munchau a scrivere che dal bailout greco nascerebbe l’Europa politica: ma sarebbe concepita nel peccato. Ed è tutto da dimostrare che sarebbe un lieto evento. L’alternativa del Fondo monetario internazionale è preferibile, per le ragioni evidenziate sul Foglio da Alberto Bisin. Quanto meno, il Fondo ha le competenze tecniche, e una sua discesa in campo sarebbe meno gravida di conseguenze politiche. L’Fmi avrebbe il vantaggio di fornire l’alibi politico del vincolo esterno, rendendo meno indigesta la pillola dell’austerity.
Resta l’opzione del fallimento. “E’ meglio lasciar perdere e lanciare un segnale a chi è ancora in tempo”, ha scritto Roberto Perotti sul Sole 24 Ore. Per la Grecia questo vorrebbe dire abbandonare l’eurozona, svalutare la dracma e mettere in atto una politica rigorista (quindi, tagli alle spese e realisticamente aumenti delle imposte). Nel medio termine, tali sacrifici potrebbero riportare il paese sul sentiero della crescita. Al massimo, l’Ue potrebbe ritagliarsi un ruolo di garante rispetto ai creditori, nel caso in cui l’insolvenza di Atene minacciasse di avere davvero conseguenze sistemiche. Ma sarebbe meglio evitarlo: non si vede perché le stesse considerazioni sull’azzardo morale, in virtù delle quali si decide di abbandonare la Grecia, non debbano valere per chi ha comprato spensieratamente titoli pubblici senza preoccuparsi delle nubi all’orizzonte.
Alla fine della giornata, da come finirà la vicenda greca, sapremo cosa significa la parola “responsabilità” in Europa. Da due millenni e mezzo, la formica del greco Esopo dice alla cicala: “Io ho lavorato duramente per accantonare il cibo per l’inverno. Tu cosa hai fatto tutta l’estate?”. Risponde la cicala: “Ho cantato”. E la formica: “Allora adesso balla!”.
di Carlo Stagnaro
direttore Ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni