Scuola in subbuglio
Per gli studi internazionali i prof si lagnano troppo
Le proteste degli insegnanti e dei partiti rispetto alla legge di stabilità nascono da motivazioni differenti. L’idea di aumentare l’orario di lavoro per il corpo docente ha irritato le associazioni sindacali. Il ministero dell’Istruzione è diventato bersaglio di sit in e proteste. Non di meno la politica, sia da destra sia da sinistra, ha contestato l’idea di innalzare, da 18 a 24, le ore lavorate per settimana a stipendi invariati, come proposto dal governo.
5 AGO 20

Roma. Le proteste degli insegnanti e dei partiti rispetto alla legge di stabilità nascono da motivazioni differenti. L’idea di aumentare l’orario di lavoro per il corpo docente ha irritato le associazioni sindacali. Il ministero dell’Istruzione è diventato bersaglio di sit in e proteste. Non di meno la politica, sia da destra sia da sinistra, ha contestato l’idea di innalzare, da 18 a 24, le ore lavorate per settimana a stipendi invariati, come proposto dal governo. Quello degli insegnanti è un bacino elettorale di 400 mila persone; con le imminenti elezioni nazionali, anche il ministro Francesco Profumo, ha ritenuto di lasciare che sia il Parlamento a pronunciarsi definitivamente. Da oggi la commissione Bilancio della Camera, dov’è in discussione la legge di stabilità, dovrà trovare altri modi per raggiungere i 182,9 milioni di euro di risparmi preventivati in forza dell’incremento dell’orario (tagli lineari? Chiusura di istituti? Spostamento di risorse derivanti dalla revisione della spesa?). Il dibattito è aperto. Raggiungere l’obiettivo economico, partendo da tagli chiesti dal ministero dell’Economia, non era però l’unica intenzione di Profumo, spiegano dal ministero dell’Istruzione. La logica era di “europeizzare” l’istruzione italiana, anche attraverso lo scambio “più ore-più retribuzione”, tradotto secondo ipotesi iniziali in 15 giorni effettivi e garantiti di ferie. Poco per placare i timori: il 24 novembre è confermata una manifestazione nazionale del settore.
Eppure dalle principali statistiche internazionali emerge che gli insegnanti italiani restano in aula meno ore dei colleghi stranieri. Si prendano gli ultimi dati dell’Ocse, pubblicati in “Education at a Glance 2012”: questi confermano che gli insegnanti italiani lavorano meno della media Ue in riferimento al monte ore annuale. Il divario è più evidente nella scuola elementare: un insegnante in Italia lavora 770 ore, in Francia 918, in Spagna 880, in Germania 805, con una media europea di 782 ore. Poi lo scarto si assottiglia: per raggiungere il medio livello di “europeizzazione” all’Italia mancano 74 ore nelle scuole medie, e 21 in quelle superiori. Non è enorme la differenza di salario. Gli insegnanti italiani sono pagati quasi come i francesi, circa 25 mila euro l’anno, contro però i 44 mila dei meglio retribuiti colleghi tedeschi. Una tendenza simile emerge dallo studio Eurydice della Commissione europea: se classificati in base alle ore di insegnamento dal primo al dodicesimo anno di scuola, gli insegnanti italiani lavorano meno di quelli di Belgio, Spagna, Francia, Irlanda, e più di bulgari e greci.
Non che aumentare le ore in aula basti per rendere il sistema più efficiente. “Aumentare l’orario di lavoro giustificandolo semplicemente con una media europea appare approssimativo”, dice al Foglio Francesco Avvisati, analista Ocse del Centro per la ricerca ed educazione (Ceri). “La tendenza di molti paesi non è di aumentare le ore di insegnamento in classe ma quelle di effettiva presenza a scuola degli insegnanti, come in Danimarca. Fare cioè della scuola il luogo di lavoro e non solo di lezione. Intenzione che si scontra con la difficoltà per cui gli edifici stessi, non attrezzati, non consentono questa opportunità di condivere tra insegnanti informazioni, stimoli e magari fare ricerca”, dice Avvisati da Parigi. Per questo, però, servono investimenti.
Non che aumentare le ore in aula basti per rendere il sistema più efficiente. “Aumentare l’orario di lavoro giustificandolo semplicemente con una media europea appare approssimativo”, dice al Foglio Francesco Avvisati, analista Ocse del Centro per la ricerca ed educazione (Ceri). “La tendenza di molti paesi non è di aumentare le ore di insegnamento in classe ma quelle di effettiva presenza a scuola degli insegnanti, come in Danimarca. Fare cioè della scuola il luogo di lavoro e non solo di lezione. Intenzione che si scontra con la difficoltà per cui gli edifici stessi, non attrezzati, non consentono questa opportunità di condivere tra insegnanti informazioni, stimoli e magari fare ricerca”, dice Avvisati da Parigi. Per questo, però, servono investimenti.