L’uomo più solo di Washington
Fare il portavoce del presidente degli Stati Uniti è un compito ingrato. Quando le cose vanno male i cronisti ti suonano come un pugile per farti apparire debole; quando le cose vanno bene offrono domande convenzionali che generano risposte precotte, per farti apparire come un soporifero automa d’apparato. Per un paio d’anni Jay Carney è riuscito a navigare fra i due estremi. La stampa generalmente amichevole verso Barack Obama non lo ha tartassato troppo, lui ha usato il curriculum per generare empatia.
5 AGO 20

Fare il portavoce del presidente degli Stati Uniti è un compito ingrato. Quando le cose vanno male i cronisti ti suonano come un pugile per farti apparire debole; quando le cose vanno bene offrono domande convenzionali che generano risposte precotte, per farti apparire come un soporifero automa d’apparato. Per un paio d’anni Jay Carney è riuscito a navigare fra i due estremi. La stampa generalmente amichevole verso Barack Obama non lo ha tartassato troppo, lui ha usato il curriculum per generare empatia. Era a Mosca quando l’Unione sovietica è collassata, era sull’Air Force One l’11 settembre 2001, conosce bene la tribù dei suoi interlocutori perché ne ha fatto parte. Si è trovato talmente a suo agio che ha sdoganato gli occhiali con la montatura spessa e scura, gesto non da poco nella Washington old fashioned. La settimana scorsa il meccanismo s’è rotto e Carney è diventato l’uomo più solo della capitale.
Accerchiato dalle email di Bengasi, dalle indagini selettive dell’Agenzia delle entrate sui gruppi conservatori e dai telefoni dell’Ap controllati dal dipartimento di Giustizia è andato in iperventilazione. Quando ha reagito ha ottenuto più danni che benefici: dire, ad esempio, che i “talking point” sull’attentato di Bengasi hanno subìto soltanto “modifiche stilistiche” non è una strategia che sarà ricordata per lungimiranza, specialmente se poi la Casa Bianca pubblica l’intero scambio di messaggi. Al pur amichevole Piers Morgan della Cnn ha spiegato che questi non sono nemmeno scandali, soltanto errori o macchinazioni dei repubblicani, che detto dalla prima vittima sacrificale degli scandali fa una certa impressione.