La politica estera di Obama alla prova dei fatti (e del debate)

Nella Sunday Review del New York Times, David Sanger ha tracciato uno schema ragionato della politica estera di Barack Obama che è utile tenere presente nell’analisi del terzo e ultimo dibattito fra gli sfidanti alla Casa Bianca. Il copione del confronto televisivo prevede innanzitutto screzi su episodi specifici, dall’attacco al consolato americano di Bengasi fino all’apertura del tavolo diplomatico con l’Iran, notizia riportata dal New York Times nel fine settimana e smentita dalla Casa Bianca; poi c’è lo scontro più ampio, quello che ha a che fare con la dottrina.
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New York. Nella Sunday Review del New York Times, David Sanger ha tracciato uno schema ragionato della politica estera di Barack Obama che è utile tenere presente nell’analisi del terzo e ultimo dibattito fra gli sfidanti alla Casa Bianca. Il copione del confronto televisivo prevede innanzitutto screzi su episodi specifici, dall’attacco al consolato americano di Bengasi fino all’apertura del tavolo diplomatico con l’Iran, notizia riportata dal New York Times nel fine settimana e smentita dalla Casa Bianca; poi c’è lo scontro più ampio, quello che ha a che fare con la dottrina. Ecco lo schema a due velocità di Sanger: quando c’è una minaccia diretta agli Stati Uniti, Obama ordina azioni unilaterali e usa la forza con la nonchalance di un falco repubblicano. La campagna con i droni e l’uccisione di Bin Laden (e di un mucchio di altri terroristi) rientra in questa categoria; quando invece la minaccia all’America è indiretta, o è percepita come meno urgente, il presidente lascia andare avanti gli alleati, coordina ma non dirige, cerca strade alternative alla forza militare, esercita insomma il “leading from behind”. I casi della Libia e della Siria, scenari simili che producono azioni diverse, sono emblematici. Problema: questo approccio funziona? Può essere il cardine di una politica credibile? Si può detronizzare un dittatore con la forza e fare sterili ramanzine a un dittatore analogo o persino più crudele?
Philip J. Crowley, ex portavoce del dipartimento di stato cacciato da Obama per un commento inappropriato sull’analista militare che ha passato i cablogrammi a Wikileaks, dice al Foglio che “innanzitutto ci vuole coraggio a chiamarla dottrina. La dottrina implica la presenza di alcuni principi o linee guida che vengono seguiti a prescindere dalle differenze dei vari scenari. Non c’è dottrina in un’Amministrazione che toglie di mezzo Gheddafi e lascia Assad al suo posto. In questi quattro anni Obama ha tentato di rimanere equidistante dai due poli di un dibattito ventennale attorno a una domanda: quando gli Stati Uniti devono usare la forza? Il presidente si muove in base a due calcoli: se l’intervento militare può effettivamente fare la differenza e se si può ottenere uno specifico obiettivo a un costo ragionevole. I suoi uomini fanno il calcolo e agiscono in base al risultato”. Romney nelle ultime settimane ha parlato di politica estera in termini non dissimili da quelli obamiani, parte di un generale spostamento verso il centro: se sarà lui il prossimo presidente ci si può aspettare una politica estera altrettanto pragmatica? “Ci sono delle similitudini, è vero, ma c’è anche una grande differenza: i fondi del Pentagono. Non si sa come farà a rifinanziare la Difesa, ma fare una proposta del genere in questo momento storico significa già delineare una dottrina”, dice Crowley. Per Danielle Pletka, vicepresidente del think tank conservatore American Enterprise Institute, l’assunto di Sanger è viziato all’origine (“Sai, il New York Times non è il Corriere della Sera, è più l’Unità, se esiste ancora”) perché mette in forma di scelta consapevole l’opportunismo obamiano: “L’immagine è questa: il presidente dorme, ogni tanto si sveglia e fa ammazzare qualche terrorista. I giornali lo elogiano e lui torna a dormire”. Il problema, dice Pletka, è “la mancanza di un vero impianto di politica estera. Avere una politica estera significa anticipare gli eventi, dettare una linea precisa, non inseguire di volta in volta scenari diversi alla ricerca del risultato politicamente più conveniente”.