Il mercato non è soltanto la patologia di Wall Street con cui ci allieta Scorsese

Un truffatore è un truffatore. Che per noialtri vuol dire un tipo che è meglio non incontrare, ma per un narratore materia pregiata. “Il lupo di Wall Street” lo dimostra al massimo grado. Le tre ore del film scorrono rapide, non c’è un minuto che annoi, tutto è perfetto e luminoso, dalle cravatte (le più belle che si vedessero da anni, al cinema) alle gambe, lunghissime e setose, di un formidabile assortimento di soprammobili di sesso femminile. C’è anche una morale? di Alberto Mingardi
5 AGO 20
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Un truffatore è un truffatore. Che per noialtri vuol dire un tipo che è meglio non incontrare, ma per un narratore materia pregiata. “Il lupo di Wall Street” lo dimostra al massimo grado. Le tre ore del film scorrono rapide, non c’è un minuto che annoi, tutto è perfetto e luminoso, dalle cravatte (le più belle che si vedessero da anni, al cinema) alle gambe, lunghissime e setose, di un formidabile assortimento di soprammobili di sesso femminile. C’è anche una morale? Ci sono bugie che hanno le gambe corte, e bugie che hanno il naso lungo. Magari non si riconoscono subito, ma neppure possono durare in eterno. Per ognuno degli strepitosi lussi di Jordan Belfort, il conto è stato presentato a risparmiatori ignari, irretiti dalla promessa di rendimenti fantasmagorici. Se da questa e mille altre storie di spavalda cialtroneria si può trarre una lezione, è che dietro a ogni truffatore stanno legioni di aspiranti miliardari, presi all’amo perché convinti che Re Mida vada a tassametro. Il film ci mostra tutti gli eccessi eli-nautico-sessuali di DiCaprio. Ma nulla ci dice su quello che capitava nella testa dei tantissimi turlupinati, gente, ne siamo certi, più che per bene, lavoratori coscienziosi e padri di famiglia esemplari, persuasi che per motivi bizzarri ci sia un posto, Wall Street, nel quale le ordinarie leggi della fisica sono sospese. Il loro sogno americano liofilizzato era fare un mucchio di quattrini, senza neppure informarsi di come potessero moltiplicarsi. Il pubblico ideale per il gatto e la volpe, e questo “lupo di Wall Street”.
Chi cerchi, allora, nella pellicola di Scorsese una predica sull’avidità la troverà nelle scene che mancano, nelle storie dei fessi. Quella del furbo è semmai una portentosa riflessione su come funzionano i meccanismi della leadership. Belfort/DiCaprio seduce i gonzi che rapina, uno per uno, ma prima ancora concupisce la sua falange di truffatori. Non c’è nulla di finanziariamente sofisticato, nel suo gioco: solo l’antica arte di indicare la strada per il Campo dei miracoli. E ognuno dei suoi collaboratori ne è pienamente consapevole: sia quelli al vertice, sia quelli alla base della piramide. Truffatori plasmati dal leader, e a lui strenuamente leali. “Il lupo di Wall Street” è una storia d’amore: d’amore totale, incondizionato, cieco, per un capo corrotto e corruttore. E’ la logica della tribù, con tanto di feste e canti tribali. Il mondo esterno, la società delle regole e delle convenzioni, non è che un impaccio: al massimo, pascoli da razziare. Il film, sicuramente, non fa un passo senza ribadire i più triti stereotipi sulla realtà economica in generale, e i mercati finanziari in particolare. Vendere azioni, anche nell’impresa “autentica” in cui Belfort si fa le ossa, è vendere illusioni. Condizione non sufficiente ma necessaria per essere onesti è lavorare, mal pagati, per lo stato. Il segreto bancario serve solo a proteggere i criminali. Non in un solo fotogramma vedrete neppure la più pallida testimonianza di come mercati finanziari e imprese “reali” non abitano pianeti diversi, ma i primi sono imprescindibili per la crescita e il successo delle seconde.
A un certo punto arriva sulla scena un imprenditore vero, Steve Madden, designer e produttore di scarpe. Belfort ne cura lo sbarco in Borsa – con lo spirito con cui Don Vito Corleone sognava per il figlio Michael un mestiere “legitimate”. Lo presenta al suo staff di adescatori, i quali non lo capiscono proprio, lo fischiano, non sanno che farsene di un tizio che crea scarpe per donne in carne e ossa, che devono portare i figli a scuola e sbrinare il frigorifero, scarpe col tacco basso, scarpe maledettamente “reali”. Dal momento che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, anche Madden finirà in galera per frode – tornando poi a fare il consulente creativo della sua vecchia azienda. Ma ha ragione Hollywood. C’è più vita, nella vita dei cattivi. Attenti solo a non confondere la patologia con la normalità.
di Alberto Mingardi