Il demone della trattativa

Quale nome daremo al demone che spinge Antonio Ingroia a sfidare il capo dello stato, a sbeffeggiare il Consiglio superiore della magistratura, a insultare la Corte costituzionale, a deridere il Parlamento, a battere in lungo e in largo le piazze e i partiti d’opposizione, e a trasformare un incarico internazionale, come quello che gli ha conferito l’Onu per il Guatemala, in un predellino per nuove esibizioni televisive e per nuove incursioni nella politica?
5 AGO 20
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Quale nome daremo al demone che spinge Antonio Ingroia a sfidare il capo dello stato, a sbeffeggiare il Consiglio superiore della magistratura, a insultare la Corte costituzionale, a deridere il Parlamento, a battere in lungo e in largo le piazze e i partiti d’opposizione, e a trasformare un incarico internazionale, come quello che gli ha conferito l’Onu per il Guatemala, in un predellino per nuove esibizioni televisive e per nuove incursioni nella politica? Quale nome daremo al demone che spinge un magistrato di Palermo a scavalcare i confini delle proprie competenze, a forzare il difficile equilibrio tra organi dello stato e a pretendere per sé ogni sorta di privilegio e di impunità?
Martedì sera, dopo che la Consulta ha definito “omissivi” i comportamenti tenuti da lui e dal suo pool di pubblici ministeri nei confronti delle quattro intercettazioni nelle quali è rimasta intrappolata la voce di Giorgio Napolitano, Ingroia avrebbe dovuto mostrare per quella sentenza lo stesso rispetto che ogni magistrato invoca per ogni sua decisione. Avrebbe potuto criticarla, ci mancherebbe. Ma non delegittimarla. Invece ha preferito parlare di “sentenza politica” e, quel che è più grave, ha finito per additare i giudici, chiamati a sciogliere un normalissimo conflitto di attribuzione come dei cortigiani, un po’ vili e un po’ ruffiani, e comunque al servizio del presidente della Repubblica. Una reazione scomposta, va da sé. Ma che nasconde una smemoratezza quasi dolosa: chiunque abbia avuto, in passato, l’ardire di ricondurre iniziative e teoremi di Ingroia a una militanza o a una matrice ideologica è stato marchiato a fuoco, da lui o dai suoi amici sparsi nei giornali, come un nemico della verità, come un fiancheggiatore della mafia, come un mandante occulto di chissà quali nefandezze e chissà quali stragi di stato. Ricordate la campagna di stampa scatenata dal Fatto quotidiano quando il Quirinale, volendo difendere le proprie prerogative istituzionali, si è rivolto alla Corte costituzionale per sapere se le maledette bobine, finite nella mani dei procuratori di Palermo, andavano immediatamente distrutte oppure no? Il Colle diventò di colpo il bersaglio di attacchi velenosi e per restituire a Ingroia l’aureola del martirio i suoi portavoce avviarono una raccolta di firme, culminata in una cerimonia dai toni spesso insolenti ed eversivi.
C’era un trucco dietro quella manovra. Ed è lo stesso trucco che sta alla base dei comportamenti di Ingroia, puntualmente racchiuso nel titolo che lo stesso magistrato ha voluto dare al suo ultimo libro: “Io so”. Una frase secca con la quale l’eroe afferma pasolinianamente di sapere pur non avendo in mano alcuna certezza. Più che un titolo, un avvertimento. Perché quel titolo, e non poteva essere diversamente, fa riferimento all’inchiesta sulla cosiddetta trattativa tra lo stato e i boss della mafia negli anni terribili in cui vennero massacrati Falcone e Borsellino. Ecco, il demone di Ingroia ha questo solo nome: la Trattativa, con la maiuscola. Chiunque abbia letto le carte o assistito alle piroette pataccare di Massimo Ciancimino, considerato il testimone chiave dell’intera impalcatura, sa bene che a quella inchiesta, nata una quindicina di anni fa col nome suggestivo di “sistemi criminali”, manca il movente (altro che intelligenza col nemico: i boss chiamati in causa furono tutti arrestati) e mancano soprattutto le prove. Ma per Ingroia la Trattativa resta lo strumento ideale per sostenere, in ogni dibattito e in ogni comizio, che lo stato in cui viviamo è il risultato di un patto scellerato tra la politica e la criminalità e che la missione dei magistrati palermitani e dei loro supporter è quella di spezzare le catene delle connivenze e delle complicità.
“Io so”. Come il profeta che ha visto la Luce, Ingroia sente dentro di sé una forza sovrannaturale e onnipotente che lo colloca al di sopra di tutte le istituzioni e di tutte le sentenze, comprese quelle della Corte costituzionale. Non provate a contraddirlo.