Deputato del Pd ci spiega perché la sinistra sbaglia a difendere Sputtanopoli

Mi pare che per un liberale e di sinistra non vi possano essere dubbi sul fatto che il disegno di legge sulle intercettazioni messo a punto dalla maggioranza debba essere fermamente contrastato. Non entro nel merito di questioni che sono state oggetto di documentate e analitiche osservazioni da parte dell’opposizione e di autorevoli commentatori sui profili di incostituzionalità del provvedimento. Leggi Fini gioca a scacchi per imporre un negoziato vero al Cav., ma alla Camera gli scappano i finiani
5 AGO 20
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Al direttore - Mi pare che per un liberale e di sinistra non vi possano essere dubbi sul fatto che il disegno di legge sulle intercettazioni messo a punto dalla maggioranza debba essere fermamente contrastato. Non entro nel merito di questioni che sono state oggetto di documentate e analitiche osservazioni da parte dell’opposizione e di autorevoli commentatori sui profili di incostituzionalità del provvedimento, sull’oggettivo ostacolo che alcune misure creerebbero alle indagini anche per i reati più gravi, sulle limitazioni ingiustificabili in uno stato democratico alla libertà di stampa. Tuttavia, c’è un punto sul quale occorre soffermarsi a riflettere. In questi giorni, in nome della battaglia di contrasto alla legge sulle intercettazioni in alcuni settori dell’opposizione e della stampa cosiddetta progressista si assiste all’appannamento e alla rimozione di alcune questioni fondamentali che dovrebbero appartenere geneticamente al Dna di uno schieramento democratico di ispirazione liberale.

Nel mio partito c’è una buona proposta presentata in Parlamento: si garantisce un equilibrio fra la salvaguardia delle indagini e il diritto alla privacy del cittadino, si affronta il nodo vero della “fuga di notizie”. Eppure sembra che nel discorso pubblico quella proposta non sia adeguatamente sostenuta da noi stessi. Quando nel 2001, a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle, il Congresso degli Stati Uniti varò il Patriot Act – la legge che rafforzava il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi riducendo di fatto la privacy dei cittadini – ci fu una levata di scudi da parte della sinistra “liberal” americana. Le restrizioni dei diritti dei cittadini e le violazioni della privacy vennero vissute come liberticide. E si disse che i provvedimenti contenuti in quelle disposizioni di legge minavano il tessuto stesso del liberalismo progressista americano, in primis la custodia del rispetto dei diritti individuali. In Italia, la libertà e la privatezza delle corrispondenze, nonché la libertà di pubblicazione e diffusione senza autorizzazioni o censure, sono garantite dagli articoli 15 e 21 della Costituzione.

A sinistra, in queste settimane, si cita poco o nulla l’articolo 15,
e dalle parti di Di Pietro e dintorni se ne parla ancora meno. Al contrario, in una parte non piccola dello schieramento che si oppone alla legge si sente troppe volte ripetere il leitmotiv secondo cui “se non hai niente da nascondere, non hai nulla da temere” legittimando di fatto scenari orwelliani da Grande Fratello. Si tratta di un paradosso che ricorda da vicino le clamorose dichiarazioni in materia di privacy rilasciate qualche tempo fa a un’emittente americana da Eric Schmidt di Google. L’idea inquietante espressa dal capo di Google, secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy evidentemente ha qualcosa da nascondere, assomiglia pericolosamente a certi ragionamenti che si sentono in materia di intercettazioni. Per quanto sia nobile il fine, la distorsione a cui conduce una simile logica appare palese. Succede così che per salvaguardare alcuni diritti sacrosanti, come il diritto d’indagine e di cronaca, si corra il rischio di metterne altri sulla graticola, col risultato di aprire una voragine interpretativa in materia di controllo e di equilibrio sociale. Informazione e diritto alla privacy non vanno posti sui due piatti della stessa bilancia, l’una non è il contrappeso dell’altro, entrambi anzi rappresentano la quintessenza vitale con cui si misura il grado di salute di una democrazia.

Vi sono alcuni che reclamano a se stessi in questi giorni il monopolio sulla bandiera della questione morale e chiedono una sorta di biblica prova del fuoco per separare i probi dai corrotti. Questi, bisogna dirlo, dimostrano di avere un concetto malsano di libertà e di giustizia. Garantire la certezza del segreto è altra cosa dallo spalancare le porte della privacy agli sguardi intrusivi del pubblico controllore solo per esibire il candore bianco della propria verginità. Anche a fronte di un disegno di legge sciagurato come quello sulle intercettazioni, la tutela dei diritti individuali dei cittadini dovrebbe rimanere la stella polare per chi ha veramente a cuore la libertà di informazione e il diritto alla privacy in questo paese. Oggi, in nome della legalità, della sicurezza, della lotta al crimine e al malaffare, c’è chi è pronto a ritenere legittima una circostanza in cui ciascun individuo finisce per essere posto, più o meno costantemente, sotto il controllo delle autorità. L’effetto paradossale è di costruire, in questo modo, quell’oscuro sistema di idee e di giustificazioni che, in qualsiasi momento, potrebbe essere usato da uno schieramento che sia mosso da intenzioni in verità assai poco progressiste. Insomma, c’è il rischio che qualcuno ceda alla tentazione di entrare così in profondità nel privato dei cittadini da istituire un nuovo genere di illeciti, o – per dirla ancora con Orwell – di “psicoreati”.
Giulio Calvisi, deputato del Pd