Speciale online - Dopo lo scandalo Snowden
Dati segreti su internet, la Silicon Valley in cerca di redenzione pronta a sfidare le autorità
La Silicon Valley ha deciso di “sfidare le autorità” e di applicare nuove policy che prevedono la possibilità di avvertire l’utente tutte le volte che un tribunale o una qualunque autorità cercano di accedere ai suoi dati. Non è esattamente una novità: come nota anche il WaPo, alcune compagnie come Yahoo e Google hanno adottato politiche simili già pochi mesi dopo l’inizio dello scandalo della Nsa. Altre, come Apple, Microsoft e Facebook, si stanno attrezzando per farlo. La novità è che ormai tutti i giganti della Silicon Valley si sono allineati sulla stessa posizione, e che questo, secondo il dipartimento di Giustizia americano, rischia di danneggiare le indagini. di Eugenio Cau
5 AGO 20

Gli incubi per i curatori delle pubbliche relazioni nella Silicon Valley solo iniziati lo scorso giugno, quando il Washington Post e il Guardian fecero scoppiare lo scandalo della Nsa. Il primo programma dell’Agenzia per la sicurezza nazionale americana rivelato grazie ai documenti di Snowden fu Prism, un sistema per l’intercettazione dei dati degli utenti su internet. Sulle slide a uso degli spioni della Nsa trafugate da Snowden e pubblicate dai due giornali campeggiavano in bella vista i loghi colorati di tutti i giganti della Silicon Valley, Google, Apple, Facebook, Microsoft, Yahoo. Ci sono degli accordi riservati, dicevano le slide, con tutte le aziende della Valley, noi chiediamo loro i dati degli utenti, usando i mandati di un tribunale che tanto ci dice sempre di sì, e loro ce li consegnano senza fiatare. Stanno dalla nostra parte, sembravano dire le slide, e questo era un abbraccio terrificante per le aziende del tech, che della retorica della privacy, il feticcio più bistrattato di tutta l’internet, si è sempre nutrita. “Don’t be evil”, il vecchio motto di Google, significava proprio questo: stare sempre dalla parte degli utenti, mantenere un codice di condotta trasparente sul rispetto della privacy e dei diritti di chi usa Google. Dopo le rivelazioni basate sui documenti di Snowden, quel motto iniziò a diventare tristemente ironico: mentre ci raccontavano di non essere malvagi, che stavano dalla nostra parte, Google e gli altri ci vendevano agli spioni del governo americano.
Uno studio più approfondito dei documenti di Snowden, e le nuove rivelazioni uscite nei mesi successivi, mostrarono che dire che questo quadro in parte era scorretto, che molti dati l’Agenzia se li prendeva anche senza il permesso delle aziende, che il quadro era più sfumato di come sembrava all’inizio. Ma nell’estate in cui tutti impararono l’importanza dei dati, e come faceva la Nsa a usarli per ricostruire le nostre vite, essere il gruppo di aziende che i dati li raccoglie non aiutò la Silicon Valley a ricostruirsi l’immagine da start-up giovane e colorata che era andata in pezzi con le prime rivelazioni. (E nuovi casi, come la grande class action per fare cartello e non contendersi i dipendenti più talentuosi, finita di recente con un accordo extragiudiziario, hanno ulteriormente peggiorato la situazione).
Uno studio più approfondito dei documenti di Snowden, e le nuove rivelazioni uscite nei mesi successivi, mostrarono che dire che questo quadro in parte era scorretto, che molti dati l’Agenzia se li prendeva anche senza il permesso delle aziende, che il quadro era più sfumato di come sembrava all’inizio. Ma nell’estate in cui tutti impararono l’importanza dei dati, e come faceva la Nsa a usarli per ricostruire le nostre vite, essere il gruppo di aziende che i dati li raccoglie non aiutò la Silicon Valley a ricostruirsi l’immagine da start-up giovane e colorata che era andata in pezzi con le prime rivelazioni. (E nuovi casi, come la grande class action per fare cartello e non contendersi i dipendenti più talentuosi, finita di recente con un accordo extragiudiziario, hanno ulteriormente peggiorato la situazione).
[**Video_box_2**]I giovani padroni della Valley hanno protestato, anche violentemente, contro l’accusa di stare dalla parte degli spioni. Mark Zuckerberg di Facebook disse che gli scoop del WaPo e del Guardian erano “oltraggiosi”, e che “Facebook non è mai stata e non sarà mai parte di programmi per dare accesso ai nostri server al governo americano o a qualsiasi altro governo”. “Obbediamo soltando a mandati giudiziari su alcuni account specifici”, fecero sapere da Microsoft. “Mai sentito parlare di Prism”, dissero ad Apple.
Le giustificazioni cambiarono qualche mese dopo, quando l’immagine della Silicon Valley era già stata compromessa: lo scorso settembre Marissa Meyer di Yahoo disse durante una conferenza che sì, sapevamo e collaboravamo con la Nsa, ma lo facevamo per paura di finire in prigione. “Se non obbedisci, è reato di tradimento”, disse. Non potevamo nemmeno parlare del programma, “perché è classificato. Diffondere informazioni classificate è tradimento, e per tradimento si finisce in prigione. Per proteggere i nostri utenti era molto più conveniente lavorare con il sistema”. In questi mesi le aziende del tech hanno tentato in tutti i modi di allontanarsi dagli scandali della Nsa, hanno criptato i loro dati per renderli meno accessibili, hanno pubblicato gli elenchi degli utenti dei cui dati la Nsa aveva fatto richiesta per mostrare che alla fine non erano così tanti e hanno rilasciato infiniti comunicati contro le attività di sorveglianza.
Oggi il Washington Post racconta che il tentativo di riabilitazione è andato oltre, e che la Silicon Valley ha deciso di “sfidare le autorità” e di applicare nuove policy che prevedono la possibilità di avvertire l’utente tutte le volte che un tribunale o una qualunque autorità cercano di accedere ai suoi dati. Non è esattamente una novità: come nota anche il WaPo, alcune compagnie come Yahoo e Google hanno adottato politiche simili già pochi mesi dopo l’inizio dello scandalo della Nsa. Altre, come Apple, Microsoft e Facebook, si stanno attrezzando per farlo. La novità è che ormai tutti i giganti della Silicon Valley si sono allineati sulla stessa posizione, e che questo, secondo il dipartimento di Giustizia americano, rischia di danneggiare le indagini.
La Silicon Valley ha deciso di avvertire i suoi utenti quando il governo sta cercando di ottenere i loro dati (non in tutti i casi, ovviamente: solo quando il mandato giudiziario non prevede esplicitamente la segretezza) per scoraggiare la “pesca a strascico”, il moltiplicarsi di inchieste giudiziarie con legami labili e poco credibili con vere ipotesi di reato. Il governo già applica questo tipo di notifica (anche se spesso lo dilazione) con le intercettazioni tradizionali, come quelle telefoniche o ambientali. D’altro canto il sistema di monitoraggio della Nsa proprio sulla pesca a strascico si basa, e la nuova politica della Valley potrebbe metterlo a rischio.
Oggi il Washington Post racconta che il tentativo di riabilitazione è andato oltre, e che la Silicon Valley ha deciso di “sfidare le autorità” e di applicare nuove policy che prevedono la possibilità di avvertire l’utente tutte le volte che un tribunale o una qualunque autorità cercano di accedere ai suoi dati. Non è esattamente una novità: come nota anche il WaPo, alcune compagnie come Yahoo e Google hanno adottato politiche simili già pochi mesi dopo l’inizio dello scandalo della Nsa. Altre, come Apple, Microsoft e Facebook, si stanno attrezzando per farlo. La novità è che ormai tutti i giganti della Silicon Valley si sono allineati sulla stessa posizione, e che questo, secondo il dipartimento di Giustizia americano, rischia di danneggiare le indagini.
La Silicon Valley ha deciso di avvertire i suoi utenti quando il governo sta cercando di ottenere i loro dati (non in tutti i casi, ovviamente: solo quando il mandato giudiziario non prevede esplicitamente la segretezza) per scoraggiare la “pesca a strascico”, il moltiplicarsi di inchieste giudiziarie con legami labili e poco credibili con vere ipotesi di reato. Il governo già applica questo tipo di notifica (anche se spesso lo dilazione) con le intercettazioni tradizionali, come quelle telefoniche o ambientali. D’altro canto il sistema di monitoraggio della Nsa proprio sulla pesca a strascico si basa, e la nuova politica della Valley potrebbe metterlo a rischio.
C’è la possibilità, inoltre, che gli avvertimenti delle aziende possano portare alla distruzione di prove o alla fuga di individui sospetti. Se le compagnie del tech manterranno la promessa, gli inquirenti dovranno decidere se lasciare che il sospetto sia avvertito delle indagini, abbandonare l’idea di ottenere i suoi dati su internet oppure richiedere un mandato che obblighi la Silicon Valley alla segretezza – ma questi mandati sono molto più lunghi e difficili da ottenere. Peter Carr, il portavoce del dipartimento di Giustizia americano, ha fatto notare che le nuove politiche alzano “il rischio di mettere in pericolo vite, della distruzione di prove, di lasciare che i sospetti fuggano o che i testimoni siano intimiditi”. La Silicon Valley però ha bisogno di ritornare buona, di mostrare che i cittadini si possono ancora fidare di lei. Se il giornale premio Pulitzer per lo scandalo della Nsa titola sulla “sfida alle autorità” portata da Apple, Facebook e le altre vuole dire che i curatori delle pubbliche relazioni della Valley stanno facendo un ottimo lavoro.
di Eugenio Cau