Come si dice “embè?” in Pakistan?
Salta fuori che con una grande intesa sotterranea l’organizzazione Wikileaks ha passato 92 mila documenti sulla guerra in Afghanistan classificati come “segreti” – non il livello di segretezza massimo, è un livello intermedio tra “confidenziale” e “top secret” – a tre grandi quotidiani: il New York Times in America, il Guardian in Gran Bretagna e lo Spiegel in Germania. di Mattia Ferraresi e Daniele Raineri
5 AGO 20

Salta fuori che con una grande intesa sotterranea l’organizzazione Wikileaks ha passato 92 mila documenti sulla guerra in Afghanistan classificati come “segreti” – non il livello di segretezza massimo, è un livello intermedio tra “confidenziale” e “top secret” – a tre grandi quotidiani: il New York Times in America, il Guardian in Gran Bretagna e lo Spiegel in Germania. I giornalisti hanno avuto un mese di tempo per frugare la montagna di rapporti e di dispacci a cui in teoria non avrebbero mai avuto accesso da soli e che ieri invece sono finiti pubblicati sul sito dell’organizzazione, in contemporanea con una conferenza stampa trionfale da Londra del fondatore di Wikileaks, l’algido Julian Assange.
E’ stato un buon lancio pubblicitario su giornali diversi, come si farebbe per l’uscita di un nuovo film. Nelle intenzioni di Assange, “The war Logs” raccolti tra il 2004 e il 2009 dalla sua organizzazione vorrebbero essere i “Pentagon papers” degli anni Zero, ovvero quello studio riservato sulla politica e la guerra del Vietnam compilato dal dipartimento della Difesa che cadde in mano al New York Times nel 1971 e dimostrò che l’Amministrazione Johnson aveva mentito sistematicamente sulla guerra al Congresso e agli elettori. O, almeno, la consacrazione definitiva del progetto di sputtanamento dall’interno e da Internet del potere politico-militare grazie al volenteroso contributo di mille talpe che – come accade sul sito enciclopedico e non parente, Wikipedia – concorrono all’infinito a provvedere spicchi sempre più succosi di informazione.
Il primo colpo Assange l’ha segnato qualche tempo fa, quando ha pubblicato il video ripreso dalla telecamera di un elicottero da guerra americano Apache che nei cieli di Baghdad uccideva due giornalisti di Reuters nel quartiere sciita di Rustamiyah, scambiando la telecamera di quelli per un lanciarazzi (un episodio che non era per nulla nuovo: David Finkel, del Washington Post, l’aveva già raccontato in un lungo capitolo del suo bellissimo libro sul surge americano in Iraq, “The Good Soldiers”, pubblicato l’anno scorso. Ma il video è uscito lo stesso come uno scoop clamoroso su fatti inediti grazie all’abilità di Assange. Il soldato che l’ha passato a Wikileaks è in una cella militare in Kuwait). Lo scoop coordinato di ieri voleva essere anche il colpo di grazia da parte dell’informazione in libera circolazione su Internet contro i canali tradizionali: vedete, noi abbiamo materiale che voi non riuscite a trovare (e però per farsi pubblicità sono ancora costretti a passare per un accordo con il New York Times e con due giornali europei).
In realtà, per il fronte degli oppositori della guerra che aspettava chissà quali rivelazioni indicibili sulle malefatte della Coalizione a guida americana in Afghanistan, la montagna di documenti è deludente. Questa volta l’effetto dirompente non c’è. Persino Mother Jones, l’equivalente americano di Indymedia, il sito di controinformazione della sinistra ultra-arrabbiata, sbadiglia. La reazione più diffusa è: “Embè? Non c’è nulla che già non sappiamo”. Andrew Exum, uno degli analisti del Center for a New American Security che a Washington ispira la politica estera obamiana, è sarcastico: “Scoop! Ecco che cosa ho scoperto leggendo i documenti segreti diffusi da Wikileaks: ci sono elementi dei servizi segreti pachistani che aiutano i talebani, gli Stati Uniti integrano la strategia di counterinsurgency con operazioni delle forze speciali per catturare o uccidere i capi nemici e ci sono vittime civili in Afghanistan, spesso come risultato delle operazioni di combattimento della Coalizione. Se fossi rimasto sveglio più a lungo, avrei scoperto che ci sono quattro sillabe nella parola Afghanistan”. Thomas Ricks, storico corrispondente di guerra per il Washington Post e per il Wall Street Journal ora in forza a Foreign Policy, dice: “Avrei raccolto più rivelazioni a una cena con persone informate”.
La pubblicazione dei segreti sta avendo l’effetto opposto alla rivoluzione prima dell’informazione e poi della politica estera sperato da Wikileaks. I documenti non fanno che confermare e rafforzare quello che gli analisti più falchi sospettano e sostengono da tempo: il Pakistan non sta dalla parte dell’occidente, ma con i talebani e al Qaida; i talebani non sono più un movimento locale antigovernativo, ma ormai sono radicalizzati e convertiti all’idea di rivoluzione islamista globale soffiata nelle loro orecchie dagli arabi di al Qaida; e gli alleati occidentali troppo timorosi sono più un fardello che un aiuto nella guerra afghana. Sono rivelazioni che potrebbero provocare un maremoto nelle relazioni geopolitiche nell’Asia centromeridionale e forse nelle cancellerie europee – ma non agiteranno la marea generica dei pacifisti troppo annoiata per immergersi nella geopolitica giocata tra l’Indo e il Potomac e per decifrare i dettagli.
Scrivono i quattro giornalisti del Nyt, capitanati dal solito Mark Mazzetti che in bilico sulle fughe di notizie tra Pakistan, America e servizi d’intelligence ha costruito una carriera scintillante: “…il Pakistan, un alleato degli Stati Uniti, permette a rappresentanti dei suoi servizi di spionaggio di incontrarsi direttamente con i talebani in riunioni strategiche segrete per organizzare reti di gruppi militanti che combattono i soldati americani in Afghanistan e anche per pianificare l’uccisione di leader afghani”. Alcuni dei rapporti – scrive il Nyt – dicono che l’intelligence pachistana lavora fianco a fianco con al Qaida. “I documenti contengono anche racconti di prima mano sulla rabbia degli americani contro la mancanza di volontà da parte del Pakistan di combattere i guerriglieri, che lanciano attacchi dai dintorni dei posti di guardia pachistani, vanno avanti e indietro impunemente sul confine a bordo di camion e cercano salvezza in territorio pachistano”.
I novantaduemila rapporti gettati sul tavolo da Wikileaks dicono la stessa cosa che il mese scorso ha rivelato un paper molto più stringato scritto per la Harvard University da Matt Waldman. Il ricercatore ha avuto un colpo di genio e si è chiesto: la nozione che i talebani non sono che marionette nelle mani dei servizi segreti pachistani è ormai un segreto di Pulcinella, lo conoscono tutti; per ovvie ragioni di convenienza geopolitica, i pachistani che ingrassano con i soldi americani non confermeranno mai; perché non chiederlo direttamente ai talebani? Il risultato è un rapporto di 27 potentissime pagine. In sintesi: che i talebani sono manovrati dai servizi è, per usare le loro parole, che sono diventate il titolo del rapporto, “chiaro come il sole”. Non solo. La tutela pachistana è così forte che sono gli stessi talebani a sentirla come soffocante. Fa carriera e riceve armi, denaro e volontari soltanto chi accetta di prendere ordini. L’occidente ha imparato a chiamare i guerriglieri con il nome suggestivo di talebani, tradotto frettolosamente come “studenti” e con più correttezza “cercatori di sapienza”.
Ma la definizione più esatta sarebbe “i mercenari del Dipartimento S”, ovvero il Dipartimento dell’intelligence che, in relativa autonomia, si occupa delle operazioni all’estero. E i cui ufficiali non temono di apparire – secondo i racconti raccolti da Waldman tra i capi guerriglieri – alle riunioni di alto livello dei talebani per decidere offensive e attentati.
L’articolo del Nyt si ferma in particolare su un ex direttore dei servizi pachistani, il generale Hamid Gul, inchiodandolo alla sua complicità con al Qaida e i talebani. “Se fosse vera soltanto le metà delle attività del generale che abbiamo scoperto dai documenti di Wikileaks, allora non è credibile che il governo e i militari non ne sappiano nulla”. Questo per ora non impedisce al generale Gul di essere un personaggio pubblico, che rilascia interviste ai giornali – anche a Francesca Caferri di Repubblica nel 2008. Ieri Gul ha commentato così: “E’ tutta fiction”.
I documenti di Wikileaks rivelano un altro segreto di Pulcinella. Esiste un’unità speciale americana, la Task Force 373, che si occupa di “disattivare” – come scrive il tedesco Spiegel – le reti dei talebani eliminando o catturando i capi. I raid di quest’unità speciale coinvolgono spesso l’appoggio dei bombardieri e provocavano anche morti tra i civili – prima che entrassero in vigore le nuove regole d’ingaggio chieste dal generale McChrystal per azzerare le perdite tra gli afghani non combattenti. Ma c’è comunque imbarazzo a Berlino, perché è venuto fuori che trecento uomini appartenenti alla 373 vivono in una base tedesca del nord, anche se in teoria la missione – che già adesso esercita un peso quasi insostenibile sul governo di Angela Merkel – è di peacekeeping. Sembra che, dopo la morte di sette soldati tedeschi, gli americani abbiano offerto con successo l’eliminazione dei capi locali talebani, trasformando ufficiosamente l’area in “zona di combattimento”. C’è un altro guaio. Dai documenti risulta che i rapporti del governo al Parlamento tedesco dipingono una situazione molto più rosea della realtà nella zona nord affidata ai soldati di Berlino. Wikileaks sta mettendo a rischio la missione più incline alla pace.
E’ stato un buon lancio pubblicitario su giornali diversi, come si farebbe per l’uscita di un nuovo film. Nelle intenzioni di Assange, “The war Logs” raccolti tra il 2004 e il 2009 dalla sua organizzazione vorrebbero essere i “Pentagon papers” degli anni Zero, ovvero quello studio riservato sulla politica e la guerra del Vietnam compilato dal dipartimento della Difesa che cadde in mano al New York Times nel 1971 e dimostrò che l’Amministrazione Johnson aveva mentito sistematicamente sulla guerra al Congresso e agli elettori. O, almeno, la consacrazione definitiva del progetto di sputtanamento dall’interno e da Internet del potere politico-militare grazie al volenteroso contributo di mille talpe che – come accade sul sito enciclopedico e non parente, Wikipedia – concorrono all’infinito a provvedere spicchi sempre più succosi di informazione.
Il primo colpo Assange l’ha segnato qualche tempo fa, quando ha pubblicato il video ripreso dalla telecamera di un elicottero da guerra americano Apache che nei cieli di Baghdad uccideva due giornalisti di Reuters nel quartiere sciita di Rustamiyah, scambiando la telecamera di quelli per un lanciarazzi (un episodio che non era per nulla nuovo: David Finkel, del Washington Post, l’aveva già raccontato in un lungo capitolo del suo bellissimo libro sul surge americano in Iraq, “The Good Soldiers”, pubblicato l’anno scorso. Ma il video è uscito lo stesso come uno scoop clamoroso su fatti inediti grazie all’abilità di Assange. Il soldato che l’ha passato a Wikileaks è in una cella militare in Kuwait). Lo scoop coordinato di ieri voleva essere anche il colpo di grazia da parte dell’informazione in libera circolazione su Internet contro i canali tradizionali: vedete, noi abbiamo materiale che voi non riuscite a trovare (e però per farsi pubblicità sono ancora costretti a passare per un accordo con il New York Times e con due giornali europei).
In realtà, per il fronte degli oppositori della guerra che aspettava chissà quali rivelazioni indicibili sulle malefatte della Coalizione a guida americana in Afghanistan, la montagna di documenti è deludente. Questa volta l’effetto dirompente non c’è. Persino Mother Jones, l’equivalente americano di Indymedia, il sito di controinformazione della sinistra ultra-arrabbiata, sbadiglia. La reazione più diffusa è: “Embè? Non c’è nulla che già non sappiamo”. Andrew Exum, uno degli analisti del Center for a New American Security che a Washington ispira la politica estera obamiana, è sarcastico: “Scoop! Ecco che cosa ho scoperto leggendo i documenti segreti diffusi da Wikileaks: ci sono elementi dei servizi segreti pachistani che aiutano i talebani, gli Stati Uniti integrano la strategia di counterinsurgency con operazioni delle forze speciali per catturare o uccidere i capi nemici e ci sono vittime civili in Afghanistan, spesso come risultato delle operazioni di combattimento della Coalizione. Se fossi rimasto sveglio più a lungo, avrei scoperto che ci sono quattro sillabe nella parola Afghanistan”. Thomas Ricks, storico corrispondente di guerra per il Washington Post e per il Wall Street Journal ora in forza a Foreign Policy, dice: “Avrei raccolto più rivelazioni a una cena con persone informate”.
La pubblicazione dei segreti sta avendo l’effetto opposto alla rivoluzione prima dell’informazione e poi della politica estera sperato da Wikileaks. I documenti non fanno che confermare e rafforzare quello che gli analisti più falchi sospettano e sostengono da tempo: il Pakistan non sta dalla parte dell’occidente, ma con i talebani e al Qaida; i talebani non sono più un movimento locale antigovernativo, ma ormai sono radicalizzati e convertiti all’idea di rivoluzione islamista globale soffiata nelle loro orecchie dagli arabi di al Qaida; e gli alleati occidentali troppo timorosi sono più un fardello che un aiuto nella guerra afghana. Sono rivelazioni che potrebbero provocare un maremoto nelle relazioni geopolitiche nell’Asia centromeridionale e forse nelle cancellerie europee – ma non agiteranno la marea generica dei pacifisti troppo annoiata per immergersi nella geopolitica giocata tra l’Indo e il Potomac e per decifrare i dettagli.
Scrivono i quattro giornalisti del Nyt, capitanati dal solito Mark Mazzetti che in bilico sulle fughe di notizie tra Pakistan, America e servizi d’intelligence ha costruito una carriera scintillante: “…il Pakistan, un alleato degli Stati Uniti, permette a rappresentanti dei suoi servizi di spionaggio di incontrarsi direttamente con i talebani in riunioni strategiche segrete per organizzare reti di gruppi militanti che combattono i soldati americani in Afghanistan e anche per pianificare l’uccisione di leader afghani”. Alcuni dei rapporti – scrive il Nyt – dicono che l’intelligence pachistana lavora fianco a fianco con al Qaida. “I documenti contengono anche racconti di prima mano sulla rabbia degli americani contro la mancanza di volontà da parte del Pakistan di combattere i guerriglieri, che lanciano attacchi dai dintorni dei posti di guardia pachistani, vanno avanti e indietro impunemente sul confine a bordo di camion e cercano salvezza in territorio pachistano”.
I novantaduemila rapporti gettati sul tavolo da Wikileaks dicono la stessa cosa che il mese scorso ha rivelato un paper molto più stringato scritto per la Harvard University da Matt Waldman. Il ricercatore ha avuto un colpo di genio e si è chiesto: la nozione che i talebani non sono che marionette nelle mani dei servizi segreti pachistani è ormai un segreto di Pulcinella, lo conoscono tutti; per ovvie ragioni di convenienza geopolitica, i pachistani che ingrassano con i soldi americani non confermeranno mai; perché non chiederlo direttamente ai talebani? Il risultato è un rapporto di 27 potentissime pagine. In sintesi: che i talebani sono manovrati dai servizi è, per usare le loro parole, che sono diventate il titolo del rapporto, “chiaro come il sole”. Non solo. La tutela pachistana è così forte che sono gli stessi talebani a sentirla come soffocante. Fa carriera e riceve armi, denaro e volontari soltanto chi accetta di prendere ordini. L’occidente ha imparato a chiamare i guerriglieri con il nome suggestivo di talebani, tradotto frettolosamente come “studenti” e con più correttezza “cercatori di sapienza”.
Ma la definizione più esatta sarebbe “i mercenari del Dipartimento S”, ovvero il Dipartimento dell’intelligence che, in relativa autonomia, si occupa delle operazioni all’estero. E i cui ufficiali non temono di apparire – secondo i racconti raccolti da Waldman tra i capi guerriglieri – alle riunioni di alto livello dei talebani per decidere offensive e attentati.
L’articolo del Nyt si ferma in particolare su un ex direttore dei servizi pachistani, il generale Hamid Gul, inchiodandolo alla sua complicità con al Qaida e i talebani. “Se fosse vera soltanto le metà delle attività del generale che abbiamo scoperto dai documenti di Wikileaks, allora non è credibile che il governo e i militari non ne sappiano nulla”. Questo per ora non impedisce al generale Gul di essere un personaggio pubblico, che rilascia interviste ai giornali – anche a Francesca Caferri di Repubblica nel 2008. Ieri Gul ha commentato così: “E’ tutta fiction”.
I documenti di Wikileaks rivelano un altro segreto di Pulcinella. Esiste un’unità speciale americana, la Task Force 373, che si occupa di “disattivare” – come scrive il tedesco Spiegel – le reti dei talebani eliminando o catturando i capi. I raid di quest’unità speciale coinvolgono spesso l’appoggio dei bombardieri e provocavano anche morti tra i civili – prima che entrassero in vigore le nuove regole d’ingaggio chieste dal generale McChrystal per azzerare le perdite tra gli afghani non combattenti. Ma c’è comunque imbarazzo a Berlino, perché è venuto fuori che trecento uomini appartenenti alla 373 vivono in una base tedesca del nord, anche se in teoria la missione – che già adesso esercita un peso quasi insostenibile sul governo di Angela Merkel – è di peacekeeping. Sembra che, dopo la morte di sette soldati tedeschi, gli americani abbiano offerto con successo l’eliminazione dei capi locali talebani, trasformando ufficiosamente l’area in “zona di combattimento”. C’è un altro guaio. Dai documenti risulta che i rapporti del governo al Parlamento tedesco dipingono una situazione molto più rosea della realtà nella zona nord affidata ai soldati di Berlino. Wikileaks sta mettendo a rischio la missione più incline alla pace.
di Mattia Ferraresi e Daniele Raineri