Che sinistra verrebbe fuori con la vittoria di Pisapia e De Magistris

Ammettiamo che si verifichi l’ipotesi più favorevole alla più grande forza di opposizione ovvero il Partito democratico: doppia vittoria ai ballottaggi, Milano e Napoli. Feste di piazza nella notte per Giuliano Pisapia e per Luigi De Magistris pronti alla trasfigurazione in icone del primo vero colpo al berlusconismo ormai vicino al ventennio. Icone entrambe esterne al Pd ed entrambe non appartenenti all’area riformista fatto salvo il pedigree garantista di Pisapia. Leggi Bersani non ama le leadership personali, ma nelle città hanno trionfato di Claudio Cerasa
5 AGO 20
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Quali potrebbero essere le conseguenze per il Pd sulla politica delle alleanze, sul percorso verso il “dopo” e sulla resistenza alla tentazione di un populismo di sinistra? Si compongono e si scompongono più o meno intorno a questi interrogativi i capannelli del Pd, metaforici perché quelli reali non saranno visibili fino al sei giugno (data già fissata da Pier Luigi Bersani per la direzione del partito). Dice al Foglio l’economista Michele Salvati che solo la doppia vittoria acuirebbe il rischio di strattonamento a sinistra. “E’ innegabile”. Come dire, una cosa è Pisapia, un’altra l’ex magistrato dipietrista. L’ex del Ppi Pierluigi Castagnetti osserva “che sarebbero due vittorie diverse: Milano mi sembra il manifesto di un risveglio della borghesia, della maggioranza silenziosa non assimilabile al vendolismo come dimostrano i risultati dei grillini; dunque la vittoria sarebbe più gestibile per il Pd. A Napoli invece la vittoria di De Magistris dichiarerebbe la fine dei partiti. L’elettorato non ci si riconosce più. Un problema che si pone per il Pd in tutto il sud”.
Secondo Castagnetti dopo i ballottaggi “bisognerà inventarsi un nuovo modo, allacciarsi le cinture fino alla fine della legislatura perché Berlusconi non farà alcun passo indietro”. Su cosa fare una volta allacciate le cinture le idee sono diverse. Paolo Gentiloni, uomo di punta di Modem, veltroniano, è quasi accorato quando osserva che sarebbe un errore farsi risucchiare da un populismo di sinistra.“Se il Pd ricava dai ballottaggi l’illusione di uno schema sinistra-sinistra estrema fa un grosso sbaglio. L’eventuale vittoria ai ballottaggi dimostrerebbe sia che è venuta meno l’illusione della santa alleanza da Casini a Vendola, perché il Terzo polo non funziona; sia che il modello Macerata (alleanza Pd-Udc con candidato centrista) non è esportabile; sia che l’unica soluzione per costruire davvero un’alternativa è il rilancio della vocazione maggioritaria”.
L’altro scenario possibile di cui si discute molto in questi giorni ragionando sul futuro postelettorale del Pd è quello legato alle idee suggerite nel saggio di Goffredo Bettini: una nuova cosa che vada oltre il Pd, un nuovo contenitore di tutte le anime del centrosinistra. “Inutile arrovellarsi sulle alleanze con l’Udc: non sappiamo nemmeno se per esempio un governo Tremonti creato grazie alla Lega possa alla fine attirare nel centrodestra Casini”, dicono molti dirigenti del Pd. Questo è in effetti lo scenario più temuto: l’idea che la deberlusconizzazione avvenga nel centrodestra costringendo il Pd a riparare a sinistra.
Al di là degli spettri, viste dal Pd le immagini arrivate dal G8 corroborano l’idea di una crisi di leadership di Berlusconi, come dice Gentiloni. E dunque tutti concordano sul fatto che il comunicato ufficiale della direzione post elettorale dirà “elezioni, subito”, sottintentendo lo schema frontista della santa alleanza.
Ma, visto che poi nessuno crede all’imminenza, le varianti sono già in campo: D’Alema si attesta sulla richiesta di un governo per riscrivere le regole, Enrico Letta per affrontare la manovra da quaranta miliardi, Veltroni per quel governo di decantazione che aveva proposto insieme con Pisanu, mentre per Rosy Bindi e Dario Franceschini la parola elezioni il prima possibile non ha alternative. Così, paralleli al dibattito sulle alleanze, si sviluppano il toto Pdl e il toto Lega. Si guarda con timore e speranza al Quirinale. E ferve il lavorio sulla legge elettorale. L’altra variabile fondamentale intorno alla quale ruotano anche le speranze di restaurazione di personalità della Prima Repubblica attive in questi giorni: Gianni De Michelis e Luigi Compagna preparano un’iniziativa a Roma per rilanciare la cultura laica socialista e liberale contro quello che chiamano neopopulismo di sinistra. Si scommette sugli spazi lasciati da una fine del bipolarismo invocata perfino dai paladini di un tempo. Come Stefano Passigli: già campione dell’alternanza e del maggioritarismo che giusto qualche giorno fa ha lanciato un referendum per abolire il premio di maggioranza.