Ah, la vecchia Protezione
Un po’ per il balletto delle scuole chiuse, no anzi aperte, no scusate di nuovo chiuse, anzi no, come non detto, aperte, sì, ma con le lezioni sospese. Un po’ per la non irresistibile strategia della scazzottata scelta per affrontare i suoi numerosi antipatizzanti nelle sue numerose comparsate televisive. Un po’ per la decisione comica di convocare una commissione d’inchiesta per stanare tutti coloro che in questi giorni di fittissimo nevischio romano hanno ostacolato la Protezione dei suoi concittadini.
5 AGO 20

Un po’ per il balletto delle scuole chiuse, no anzi aperte, no scusate di nuovo chiuse, anzi no, come non detto, aperte, sì, ma con le lezioni sospese. Un po’ per la non irresistibile strategia della scazzottata scelta per affrontare i suoi numerosi antipatizzanti nelle sue numerose comparsate televisive. Un po’ per la decisione comica di convocare una commissione d’inchiesta per stanare tutti coloro che in questi giorni di fittissimo nevischio romano hanno ostacolato la Protezione dei suoi concittadini. E un po’ per l’altrettanto esilarante denuncia (notizia di ieri) di un temibilissimo complotto plutogiudaicometeorologico ordito dai poteri forti del nord per mettere in cattiva luce la capitale d’Italia. Un po’ per tutto questo, e un po’ per molto altro, verrebbe naturale limitarsi a sbadigliare, e al massimo a sorridere con gusto, di fronte al non proprio appassionante capitolo Roma-neve-Alemanno. Ma a guardar bene, e a voler essere sinceri, in quella frase urlata dal sindaco di Roma, tra una vigorosa spalata di neve e uno spargimento di puro sale da cucina (molto fino) sulle strade già ghiacciate e già innevate della capitale, in quel “la Protezione civile ci ha lasciato da soli”, in quel “la Protezione civile è diventata solo una specie di passacarte”, si nasconde un problema che sarebbe sciocco seppellire sotto la fitta coltre di neve romana. La verità – e su questo hanno paradossalmente ragione tanto Alemanno quanto il prefetto Gabrielli – è che una delle conseguenze della lotta dura e pura combattuta senza paura (ma con un po’ di ipocrisia) due anni fa contro “la cricca” di Guido Bertolaso & company è stata quella di aver indebolito la capacità d’azione della stessa Protezione, ed è vero che la legge numero dieci del 2011 ha avuto l’effetto evidente di rendere il dipartimento addetto alle emergenze meno operativo rispetto a qualche tempo fa. Ma d’altra parte è anche vero che esiste un problema diverso, legato a una questione ancora più delicata. La questione è che l’attacco indiscriminato al mondo della Protezione civile ha delegittimato tanto l’autorevolezza quanto l’autorità di chi guida il dipartimento.
In questo senso, si può dire che il prezzo di quella campagna lo stia pagando sulla sua pelle il successore di Bertolaso, Franco Gabrielli. Nessuna legge, infatti, avrebbe impedito a Gabrielli di fare le stesse cose che quattro anni fa fece Bertolaso prima della grande piena del Tevere (in due parole: prendere in mano la situazione, assumersi la responsabilità di gestire tutta l’emergenza e decidere persino quando tenere aperte le scuole e quando invece no). Se Gabrielli ha scelto di non dirigere in prima persona le operazioni di soccorso, se ha scelto in qualche modo anche di tradire i quattro comandamenti della Protezione civile (previsione, valutazione, prevenzione, mitigazione di un evento), non c’è dubbio che la ragione è legata al modo in cui una scellerata campagna anti casta, anti cricca e anti accentramenti bertolasiani ha tolto, di fatto, legittimità all’operatività straordinaria della stessa Protezione.
“Le previsioni erano giuste – ha rivendicato tre giorni fa Gabrielli allargando le braccia di fronte all’ennesimo cronista che gli chiedeva l’ennesimo commento a caldo sull’ennesima frase di Alemanno – e noi avevamo richiesto al sindaco se c’erano criticità o se aveva bisogno di qualcosa”. Non ci vuole molto a capire che proprio in quei “se” si nasconde l’inarrestabile regressione di una grande istituzione annientata anche da tutte quelle voci candide, e da quei giornaloni spensierati, che oggi denunciano senza pietà gli errori di Alemanno senza rendersi conto di essere anche loro, in fondo, un po’ parte del problema.
In questo senso, si può dire che il prezzo di quella campagna lo stia pagando sulla sua pelle il successore di Bertolaso, Franco Gabrielli. Nessuna legge, infatti, avrebbe impedito a Gabrielli di fare le stesse cose che quattro anni fa fece Bertolaso prima della grande piena del Tevere (in due parole: prendere in mano la situazione, assumersi la responsabilità di gestire tutta l’emergenza e decidere persino quando tenere aperte le scuole e quando invece no). Se Gabrielli ha scelto di non dirigere in prima persona le operazioni di soccorso, se ha scelto in qualche modo anche di tradire i quattro comandamenti della Protezione civile (previsione, valutazione, prevenzione, mitigazione di un evento), non c’è dubbio che la ragione è legata al modo in cui una scellerata campagna anti casta, anti cricca e anti accentramenti bertolasiani ha tolto, di fatto, legittimità all’operatività straordinaria della stessa Protezione.
“Le previsioni erano giuste – ha rivendicato tre giorni fa Gabrielli allargando le braccia di fronte all’ennesimo cronista che gli chiedeva l’ennesimo commento a caldo sull’ennesima frase di Alemanno – e noi avevamo richiesto al sindaco se c’erano criticità o se aveva bisogno di qualcosa”. Non ci vuole molto a capire che proprio in quei “se” si nasconde l’inarrestabile regressione di una grande istituzione annientata anche da tutte quelle voci candide, e da quei giornaloni spensierati, che oggi denunciano senza pietà gli errori di Alemanno senza rendersi conto di essere anche loro, in fondo, un po’ parte del problema.