Presidente Fini, si ricordi di Saragat

La presidenza della Camera viene considerata un organismo di garanzia, il che, dopo l’insediamento, la sottrae a qualsiasi verifica di consenso maggioritario. A questa intoccabilità, superiore persino a quella del presidente della Repubblica, che può essere messo in stato di accusa da una maggioranza parlamentare, corrisponde però un dovere implicito di imparzialità. Leggi Ecco perché Di Pietro spara più contro Fini che contro il “caimano” di Salvatore Merlo
4 AGO 20
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La presidenza della Camera viene considerata un organismo di garanzia, il che, dopo l’insediamento, la sottrae a qualsiasi verifica di consenso maggioritario. A questa intoccabilità, superiore persino a quella del presidente della Repubblica, che può essere messo in stato di accusa da una maggioranza parlamentare, corrisponde però un dovere implicito di imparzialità. L’esercizio diretto delle funzioni di leader di una formazione politica, che ovviamente ha l’esigenza di porre problemi e di avanzare proposte di merito e quindi di parte, non è facilmente conciliabile con questo ruolo “super partes”. La prima assemblea parlamentare repubblicana, la Costituente, visse un episodio simile a quello che si va determinando oggi con Gianfranco Fini. L’assemblea era presieduta da Giuseppe Saragat, che nel gennaio del 1947 uscì dal Partito socialista, nelle cui file era stato eletto, per fondare una formazione socialdemocratica, e in conseguenza di questa scelta si dimise dalla presidenza, alla quale fu eletto Umberto Terracini.
Non si trattava di una questione di maggioranza, tanto che quando pochi mesi dopo il Pci e il Psi furono estromessi dal governo nessuno chiese al comunista Terracini di dimettersi. Era il ruolo di capo partito assunto da Saragat che lo aveva indotto a dimettersi, in base a un senso dello stato che gli fu poi riconosciuto fino all’elezione al Quirinale.
Fini può pensare che la sua situazione è diversa, che non è stato lui a promuovere una scissione ma che ha subìto una sorta di espulsione che considera illegittima. Tuttavia dovrebbe riflettere autonomamente sull’ambiguità della situazione oggettiva in cui è venuto a trovarsi, che non sembra giovare né alla sua azione di leader politico né alla percezione della sua stessa funzione di garanzia. L’idea che la visibilità procurata dal ruolo istituzionale amplifichi il consenso politico può rivelarsi un boomerang, com’è accaduto peraltro a Fausto Bertinotti. Lo scontato consenso alla resistenza “istituzionale” di Fini da parte delle opposizioni non dovrebbe illuderlo. Corrisponde a un ovvio calcolo di convenienza di chi vuole indebolire l’esecutivo, ma rischia di mettere il leader di Futuro e libertà in una luce falsa agli occhi dei suoi stessi sostenitori. A Fini converrebbe fare un calcolo freddo dei costi e dei benefici della sua permanenza alla guida di Montecitorio, agli altri smetterla per un po’ di cercare di forzargli la mano.