Piazza Affari diligente, ma vuota

Nel corso del 2012 il listino di Piazza Affari ha perduto otto società, passando da 263 a 255 unità. Il mercato azionario vale, tutto assieme, poco più del 22 per cento del pil, la metà rispetto alla Germania, un terzo nei confronti della Francia. Se si passa all’esame dei mercati dedicati alle piccole e medie imprese, i dati sono ancor più imbarazzanti: contro le 870 “small cap” inglesi (società con capitalizzazione minore) figurano 27 titoli trattati nei vari listini di casa nostra.
4 AGO 20
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Nel corso del 2012 il listino di Piazza Affari ha perduto otto società, passando da 263 a 255 unità. Il mercato azionario vale, tutto assieme, poco più del 22 per cento del pil, la metà rispetto alla Germania, un terzo nei confronti della Francia. Se si passa all’esame dei mercati dedicati alle piccole e medie imprese, i dati sono ancor più imbarazzanti: contro le 870 “small cap” inglesi (società con capitalizzazione minore) figurano 27 titoli trattati nei vari listini di casa nostra. Questi e altri numeri contenuti nella relazione annuale che il presidente della Consob Giuseppe Vegas ha snocciolato ieri a Milano davanti al presidente del Consiglio, Enrico Letta, e al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, non sono una novità, bensì una triste litania che si ripete ormai da anni. E il futuro, ahinoi, non promette nulla di buono: di qui a un anno è facile prevedere il trasloco da Milano a Wall Street di Fiat e Fiat Industrial. Le tanto sospirate matricole, a differenza di quel che capita in altri mercati, ancora non si vedono. O quando arrivano, come nel caso di Moleskine, fanno una ben magra figura. Eppure, mai come oggi, l’economia italiana avrebbe bisogno di un’industria del denaro (Borsa e non solo) efficiente per rimediare alla fame di credito delle imprese magari stimolando la nascita, il più in fretta possibile, di un mercato dei corporate bond per favorire l’offerta delle medie imprese e/o lo sviluppo di altre forme di “buona” finanza. Iniziative che richiedono competenza, capitali e incentivi fiscali, ma non solo, per attivare l’intervento degli investitori internazionali. Il problema è ben noto ma, in assenza di volontà politica, la Consob da sola deve accontentarsi del varo di un altro progetto (PiùBorsa) che ricorda i tanti comitati per “Milano piazza finanziaria” che hanno prodotto negli ultimi 15 anni carta e nulla più.
Oppure deve allenarsi in riforme che servono ad attirare il plauso dei colleghi stranieri più che a incidere sulla realtà: l’Italia, ha annunciato giustamente orgoglioso Vegas, è il primo paese al mondo ad aver regolato l’equity crowdfunding, cioè il mercato per attrarre capitali per le start up via Web. Ma rischiamo, come è accaduto per la Tobin tax (chiesta dalla Germania, ma finora legge da noi e non a Berlino), di consolarci con queste iniziative da primi della classe. Peccato che il diploma di maturità (finanziaria) sia sempre più lontano.