Stop Assad now
Non aspettiamo una nuova Srebrenica
Quando si parla di Siria, la parola massacro è spesso tra virgolette, la parola genocidio è quasi impronunciata, comunque impronunciabile: a domanda diretta, lo scorso giorno, il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha glissato, tergiversato, in Siria è tutto “brutale e atroce”, ma i termini da utilizzare per definire più di 70 mila morti sono affare delle Nazioni Unite, “li lascio a loro”. Barack Obama è già alle prese con altri termini, in effetti, con quella maledetta “linea rossa” fissata quasi per sbaglio e ora lì, testimone di una non strategia, di una non visione, di una misera indifferenza. Ma ben prima della “red line” c’è lo sterminio del popolo siriano a opera del suo dittatore, Bashar el Assad. Peduzzi Quanto paga un intervento in Siria in termini di politica interna? Le domande di Obama - Boutourline Sulla Siria, Teheran fa il verso a Obama con il “piano Suleimani”
4 AGO 20

Quando si parla di Siria, la parola massacro è spesso tra virgolette, la parola genocidio è quasi impronunciata, comunque impronunciabile: a domanda diretta, lo scorso giorno, il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha glissato, tergiversato, in Siria è tutto “brutale e atroce”, ma i termini da utilizzare per definire più di 70 mila morti sono affare delle Nazioni Unite, “li lascio a loro”. Barack Obama è già alle prese con altri termini, in effetti, con quella maledetta “linea rossa” fissata quasi per sbaglio e ora lì, testimone di una non strategia, di una non visione, di una misera indifferenza. Ma ben prima della “red line” c’è lo sterminio del popolo siriano a opera del suo dittatore, Bashar el Assad. L’Onu sta già chiacchierando in modo scomposto sulle armi chimiche – ci sono? chi le ha usate? – ma pare non intervenire con la stessa prontezza sulle violazioni di diritti umani. Però le stragi ci sono, a ripetizione, tutti i giorni, a tutte le ore, e anzi, secondo le ricostruzioni sul campo, gli attacchi dal cielo vengono utilizzati per coprire gli attacchi con le armi chimiche – atrocità doppia. Gli ultimi resoconti riguardano al Bayda e Baniyas, cittadine sul mar Mediterraneo tra Latakia (feudo degli alawiti) e Tartous (porto gestito dai russi), dove gli uomini del regime hanno fatto una strage. Famiglie radunate, messe in fila, senza scarpe, con le magliette sulla testa. Fucilazioni e pire con i cadaveri. Ancora più drammatici sono i dettagli: ci sono corpi accatastati nell’angolo di una via, si vede un corpicino con una camicetta rossa, una bambina che avrà cinque anni, buttata lì sopra ai suoi famigliari uccisi come lei. Poco più in là c’è una gamba di un bambino, il resto del corpo non si vede.
L’alibi più ripetuto in Siria è che la situazione sul campo è così confusa che non si sa più chi fa cosa, chi usa il gas sarin, chi attacca, chi è peggio, insomma, tra Assad e i qaidisti che hanno sfigurato la ribellione siriana al regime. Ma l’alibi non regge di fronte a queste immagini – non reggeva nemmeno prima, ma con il tempo la credibilità dell’occidente non migliora – perché ci si può abituare ai distinguo dei tanti esperti che invitano alla cautela, ma non – non più, almeno – alle notizie sui massacri e sulle stragi, che sono ormai migliaia, in tutta la Siria. Il paragone con Srebrenica non è azzardato: allora ci fu un eccidio con ottomila morti e servì a risvegliare le coscienze occidentali fino a quel punto molto indignate ma molto fredde nei confronti delle pulizie etniche in Bosnia. Non c’è bisogno di aspettare uno squarcio così, non c’è bisogno di fare quel che dice il ministro della Difesa britannico, senza quasi accorgersi della brutalità delle sue parole, quando sostiene che sarà necessario attendere un altro attacco chimico per avere prove concrete. La realtà siriana, nella sua sostanza, è chiara da tempo: Assad sta sterminando il suo popolo.