La neolingua di Repubblica

L’uso astuto e disonesto della lingua è il primo atto di ogni guerra”. E su questo, ma solo su questo, si può dare ragione a Francesco Merlo. Per il resto, bisogna dire con verità da che parte stia l’abuso, come sia iniziato, e perché. E questo Merlo non fa, nascondendo nella forma delle parole la sostanza della cosa. Così costruisce sulla Repubblica di ieri un “nuovo dizionario della destra” e lo riempie di tutte le parole che, a suo avviso, i sodali di Berlusconi starebbero usando per stravolgere la realtà (il concetto era già stato dettato, a Rep., l’altroieri, da Marco Travaglio). “Berlusconi, che ha commesso il delitto, chiama ‘pacificazione’ l’abolizione del castigo che è la guerra del delitto al diritto, l’esatto contrario della pace”.
4 AGO 20
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“L’uso astuto e disonesto della lingua è il primo atto di ogni guerra”. E su questo, ma solo su questo, si può dare ragione a Francesco Merlo. Per il resto, bisogna dire con verità da che parte stia l’abuso, come sia iniziato, e perché. E questo Merlo non fa, nascondendo nella forma delle parole la sostanza della cosa. Così costruisce sulla Repubblica di ieri un “nuovo dizionario della destra” e lo riempie di tutte le parole che, a suo avviso, i sodali di Berlusconi starebbero usando per stravolgere la realtà (il concetto era già stato dettato, a Rep., l’altroieri, da Marco Travaglio). “Berlusconi, che ha commesso il delitto, chiama ‘pacificazione’ l’abolizione del castigo che è la guerra del delitto al diritto, l’esatto contrario della pace”. “Il voto del Parlamento, che è la massima espressione civile della democrazia, per Cicchitto è un ‘tribunale speciale’”. E già qui si occulta il significato vero, pur notato da più d’uno: che il Parlamento non può diventare “il quarto grado di giudizio”, ovvero essere il mero inchino di ratifica del potere legislativo al giudiziario.
Per Francesco Merlo “non è una guerra di parole ma sono parole di guerra”. Merlo è un abile cesellatore di concetti e frasi, non un roncolatore sentenzioso come il suo dirimpettaio Massimo Giannini, per il quale gli elettori del centrodestra sono solo bruta “massa primaria”. Sebbene, non chiamare Silvio Berlusconi “il delinquente”, come fa Travaglio, ma solo colui “che ha commesso il delitto” sia un chiaro cedimento alla pruderie. Merlo sa come si articola il discorso e come si ribalta un sillogismo. E questo, in fondo, rende tutto più grave. Nel suo dizionario qualsiasi ragionamento o differente opinione, e tutti i tentativi di illustrare un punto di vista minoritario sui temi della giustizia provenienti dal centrodestra o dai giornali d’area diventano “truffe di significato”: “la questione di sistema”, “l’agibilità politica”, “la questione di democrazia”, “l’anomalia Berlusconi”. Diventano solo “nuove parole dell’eversione”. Perfino la “soluzione politica” di cui ha parlato Angelino Alfano diventa per Merlo “la stessa pretesa dei terroristi condannati, da Senzani a Cesare Battisti”, con micidiale slittamento dallo status del seggio senatoriale all’insurrezione armata contro i poteri dello stato. E insultante slittamento da una condanna fiscale (roba da multe, nel mondo civile) all’omicidio premeditato.
Tutto questo chiama “guerra”, l’editorialista di Repubblica. Considera l’avversa opinione “un’apertura di ostilità che fa saltare l’intero codice”. Ma non è così. Il sapiente avvelenatore di pozzi non è il “bracconiere” Berlusconi, bensì lui. La guerra linguistica contro la realtà e il corretto e civile assetto della politica in Italia è iniziata da molti anni, e ad opera d’altri. Da quando una finzione ha imposto che i garanti della democrazia fossero i pm, e non gli elettori. Da quando si è scelto di non legittimare il principale attore politico sulla scena – il leader capace di raccogliere a più riprese la maggioranza del consenso degli italiani – come un legittimo competitor della politica da sconfiggere con i voti e i programmi, ma di oltraggiarlo come un usurpatore e di lavorare alla sua cacciata e alla sua personale distruzione. Da quando si è deciso di negare l’evidenza, cioè il debordante accanimento giudiziario contro un uomo politico e un capo di governo, persino contro la sua vita privata, al fine di contendere all’avversario un potere più volte negato dalle urne. E di chiamare tutto ciò, con ripugnante ipocrisia, “controllo di legalità”.
Infine quando, di fronte al richiamo per il ritorno alla realtà nel reciproco riconoscimento e per il bene del paese dettato da Giorgio Napolitano nel momento della sua rielezione, e di fronte alla nascita del governo di larghe intese sostenuto da una chiara decisione di pacificazione, si preferisce ora la finzione che il governicchio tecnico possa andare avanti, come nulla fosse, nel momento in cui il capo di uno dei due pilastri di un governo politico (come ebbe a definirlo Napolitano) viene estromesso dalla scena politica.
Negare che questo sia l’argomento del contendere e del discutere, il fatto e la cosa, e nasconderlo dietro cavilli e giochi sulle parole e con le parole, questa è la vera neolingua, il vero “neoitaliano eversivo”. Il cinico travestimento della realtà dietro la falsità della forma. Non la lingua dei forti, tutt’al più quella dei (quasi) vincitori.