La forever war di Obama
Prima di essere assunto come consigliere legale del dipartimento di stato, Harold Koh era stato un feroce critico dell’impostazione legale di Bush in materia di guerra, terrorismo e detenzioni. Sotto l’egida di Obama l’ex preside della scuola di legge di Yale immaginava forse di partecipare alla sacra restaurazione dello stato di diritto usurpato. Dopo quasi quattro anni Koh ha lasciato Washington con una prigione di Guantanamo aperta e funzionante, una campagna afghana tecnicamente al tramonto ma nei fatti densa di incognite e un epocale dispiegamento di droni che bombardano chirurgicamente, per quel che si può, stati nemici e alleati.
4 AGO 20

Prima di essere assunto come consigliere legale del dipartimento di stato, Harold Koh era stato un feroce critico dell’impostazione legale di Bush in materia di guerra, terrorismo e detenzioni. Sotto l’egida di Obama l’ex preside della scuola di legge di Yale immaginava forse di partecipare alla sacra restaurazione dello stato di diritto usurpato. Dopo quasi quattro anni Koh ha lasciato Washington con una prigione di Guantanamo aperta e funzionante, una campagna afghana tecnicamente al tramonto ma nei fatti densa di incognite e un epocale dispiegamento di droni che bombardano chirurgicamente, per quel che si può, stati nemici e alleati. Questa settimana il giurista tornato all’accademia ha fatto un discorso all’Università di Oxford, finalmente senza il cappello del funzionario governativo. Il contenuto non è stato particolarmente lusinghiero per Obama, perché il piano di Koh per mettere fine alla “forever war” dell’America è per la maggior parte fatto di mosse che Obama ha provato a realizzare, senza successo.
I punti sono tre: ritirarsi dall’Afghanistan; chiudere Guantanamo; regolamentare l’uso dei droni. Per chiudere il carcere speciale in territorio cubano l’ex consigliere suggerisce di nominare un uomo della Casa Bianca abbastanza autorevole per svolgere l’operazione senza intoppi. Il presidente aveva individuato la persona giusta, Greg Craig, che si è però trovato incastrato negli ingranaggi dell’Amministrazione. E’ qui che si annida il senso politico del discorso di Koh: a Obama non è mancata la fortuna, ma la volontà. Non ha mantenuto intatte diverse misure antiterrorismo introdotte da Bush per rispondere a ineluttabili necessità storiche, ma per una precisa volontà. Aveva spazio di manovra, ma lo ha sfruttato timidamente: ha rinunciato dopo il primo tentativo o si è schermito con un lavoro fatto a metà. Koh dice, ad esempio, che il programma dei droni va portato alla luce, l’Amministrazione deve spiegare con quali criteri li usa, secondo quali principi legali agisce, come seleziona gli obiettivi e conta le vittime. Sarebbe un modo per rovesciare non soltanto a parole i princìpi che Obama ha fin qui abbracciato con calore mentre diceva “non potevo fare altrimenti”.