Il primato della politica per sconfiggere gli interessi particolari (predatori)
Una volta Charles de Gaulle disse che l’Italia non è un paese povero, ma un povero paese. Aveva ragione. Non stiamo certo peggio di cinquant’anni fa, ma oggi abbiamo un disperato bisogno di riforme che sblocchino paralisi istituzionale, immobilismo sociale, declino manifatturiero. Ma, invocate da tutti e quasi mai realizzate da nessuno, restano una specie di miraggio. Più sono necessarie, più forti sono le resistenze che incontrano. Si tratta di un cortocircuito micidiale. Qualunque sia il provvedimento immaginato per colpire privilegi e corporativismi, scatta immediatamente la reazione delle categorie avvinghiate alle proprie rendite di posizione. di Michele Magno
4 AGO 20

Una volta Charles de Gaulle disse che l’Italia non è un paese povero, ma un povero paese. Aveva ragione. Non stiamo certo peggio di cinquant’anni fa, ma oggi abbiamo un disperato bisogno di riforme che sblocchino paralisi istituzionale, immobilismo sociale, declino manifatturiero. Ma, invocate da tutti e quasi mai realizzate da nessuno, restano una specie di miraggio. Più sono necessarie, più forti sono le resistenze che incontrano. Si tratta di un cortocircuito micidiale. Qualunque sia il provvedimento immaginato per colpire privilegi e corporativismi, scatta immediatamente la reazione delle categorie avvinghiate alle proprie rendite di posizione. Costituiscono un esercito agguerrito, e spesso sono riuscite ad averla vinta mettendo in campo un particolarismo aggressivo che ha saccheggiato le casse pubbliche. E’ contro questa muraglia cinese che si è infranto ogni tentativo riformatore. Lo schieramento antimeritocratico e anticoncorrenziale è riuscito così a neutralizzarlo, imponendo la sua impotenza in cambio del proprio consenso.
La missione di un governo delle larghe intese dovrebbe essere quella di rovesciare questa realtà, riaffermando il primato della decisione politica sulla capacità di pressione o di interdizione di qualsiasi tipo – giudiziaria, mediatica, economica. Dovrebbe quindi essere un governo di legislatura, in grado di ricostruire le basi di una “democrazia della fiducia” in una “società della diffidenza”. In questo quadro si possono concepire quei cambiamenti costituzionali e del sistema elettorale che legittimino la nascita di una nuova era repubblicana. Se, invece, il problema è solo quello di allentare la morsa dell’austerità, di dare un po’ di soldi ai cassintegrati e ai disoccupati, di onorare i crediti vantati dalle imprese, di abolire l’Imu e via discorrendo, si abbandoni per favore la retorica della pacificazione nazionale. Perché il convento per ora ci passa un patto di convenienza tra Pd e Pdl, dettato da una condizione di necessità.
Ha dunque un futuro promettente l’esecutivo di Enrico Letta? Ne dubito. Il Pd è un partito acefalo, e somiglia sempre più a un gregge di pecorelle smarrite. Il Pdl è sotto la mannaia dei giudici che vogliono mozzare politicamente la testa al suo capo. Il primo è schizzinoso quando esibisce le sue responsabilità di governo, il secondo è sfrontato quando pretende qualche trofeo da poter mostrare alla prossima fiera elettorale. Poi ci sono Confindustria e i sindacati. Da potenziali protagonisti di un rivoluzionario decentramento contrattuale, si limitano a raccattare le briciole del vecchio potere concertativo. Per loro le colpe sono sempre e solo degli altri: l’amministrazione inefficiente, il fisco esoso, la giustizia civile lumaca, le banche che non fanno prestiti, i consumi stagnanti. Ecco, la Grosse Koalition in Germania tra il 2005 e il 2009 ha ridotto strutturalmente la spesa pubblica di tre-quattro punti e ha rivitalizzato un modello di relazioni industriali amico della produttività e della crescita. La durata di quella domestica probabilmente sarà inferiore, ma se fossi nel premier giocherei la mia credibilità nel perseguimento ostinato di questi due obiettivi, sfidando tecnocrazie ministeriali e burocrazie sindacali.
Ha dunque un futuro promettente l’esecutivo di Enrico Letta? Ne dubito. Il Pd è un partito acefalo, e somiglia sempre più a un gregge di pecorelle smarrite. Il Pdl è sotto la mannaia dei giudici che vogliono mozzare politicamente la testa al suo capo. Il primo è schizzinoso quando esibisce le sue responsabilità di governo, il secondo è sfrontato quando pretende qualche trofeo da poter mostrare alla prossima fiera elettorale. Poi ci sono Confindustria e i sindacati. Da potenziali protagonisti di un rivoluzionario decentramento contrattuale, si limitano a raccattare le briciole del vecchio potere concertativo. Per loro le colpe sono sempre e solo degli altri: l’amministrazione inefficiente, il fisco esoso, la giustizia civile lumaca, le banche che non fanno prestiti, i consumi stagnanti. Ecco, la Grosse Koalition in Germania tra il 2005 e il 2009 ha ridotto strutturalmente la spesa pubblica di tre-quattro punti e ha rivitalizzato un modello di relazioni industriali amico della produttività e della crescita. La durata di quella domestica probabilmente sarà inferiore, ma se fossi nel premier giocherei la mia credibilità nel perseguimento ostinato di questi due obiettivi, sfidando tecnocrazie ministeriali e burocrazie sindacali.
Dobbiamo dirci la verità. Prima con Mario Monti e poi con Letta, in un Parlamento caratterizzato da una “strana maggioranza”, l’iniziativa è passata all’inquilino del Colle. Facendo tutti gli scongiuri del caso, viene in mente il dibattito sul celebre art. 48 della “Grundgesetz” della Repubblica di Weimar, che assegnava al presidente la facoltà di proclamare – in situazioni di emergenza – lo “stato di eccezione”. In quella circostanza Carl Schmitt, esecrato per il suo filonazismo, formulò la domanda fondamentale in ogni teoria politica: “Chi è il sovrano?”. Il grande giurista rispose che sovrano è “colui che decide sullo stato d’eccezione”. Dobbiamo ammettere che nella lunga crisi italiana quella domanda cruciale si ripropone con bruciante attualità.
di Michele Magno