God save the Lord

Nella City, Lord Myners non ci vuole tornare mai più. Troppa avidità, troppo male, troppi peccati. Meglio dedicarsi alla teologia comparata, “per ritrovare un po’ di equilibrio spirituale nella vita”. Il primo pentito della crisi non apocalittica è il ministro per i servizi finanziari del governo di Gordon Brown, meglio conosciuto come il “City minister”, uno che nella cittadella finanziaria di Londra era di casa.
4 AGO 20
Immagine di God save the Lord
Adottato da orfanello da una modesta famiglia in Cornovaglia (dove il metodismo è di casa), il giovane Paul Myners aveva fatto strada nel giornalismo finanziario prima di passare alle aziende, fino a diventare presidente di Marks & Spencer, il mitico grande magazzino inglese, le cui fortune sono considerate il miglior barometro di quelle della nazione. E’ stato anche ai vertici della Gartmore Pension Fund e della Land Securities (fino a poco tempo fa la più grande azienda europea immobiliare per capitalizzazione) nonché della Tate Gallery e del Guardian Media Group. Lord Myners conosce tutti ed è rispettato da tutti e per questo, nell’ottobre del 2008, è stato chiamato al governo (assieme all’amico Peter Mandelson) per tentare di riformare la City da dentro, cioè da uno in grado di parlare la stessa lingua dei manager della finanza.
Non gli è andata benissimo. Non è riuscito a fermare le pensioni milionarie di manager irresponsabili come Sir Fred Godwin, ex amministratore delegato della Royal Bank of Scotland (Rbs) e si sono moltiplicate le voci di dissenso nei suoi confronti. Molti ex colleghi hanno elencato le sue azioni discutibili e il battagliero Sunday Times – che domenica ha messo in prima pagina Lord Myners e la sua battaglia etica – aveva rivelato a marzo che il “ministro bacchettone” aveva “risparmiato” oltre 120 milioni di sterline in tasse come presidente di due società finanziarie offshore. Pure il normalmente affabile (e quasi bipartisan) sindaco di Londra, Boris Johnson, ha bollato Myners come “il ministro per i megadisastri finanziari”.
Lord Myners però ci ha provato. Ha cercato negli ultimi mesi di persuadere molti dei grandi banchieri a mitigare alcuni degli aspetti peggiori della loro “casino culture” , ma poi si è reso conto che la vera riforma da fare non è tanto amministrativa, quanto etica: “Mi disturba assai l’evidente mancanza di una tensione morale” nel sistema bancario internazionale. Ispirandosi forse al predicatore John Wesley (che ce l’aveva con la “corrottissima” Inghilterra del Settecento) la City si deve pentire delle sue pecche, come già sta facendo lui stesso: “Sono venuto meno alle mie responsabilità morali nella mia carriera, e credo che come me moltissime altre persone che lavorano nel sistema bancario si siano compromesse la vita”.