L’acceleratore Fornero
Elsa Fornero è uscita indenne, anzi rafforzata, dall’esito della votazione e soprattutto dall’andamento della discussione parlamentare sulla sfiducia individuale richiesta dalle opposizioni. Non era affatto scontato che andasse così. Sulla titolare del lavoro sono state scaricate le tensioni originate da due provvedimenti essenziali per far uscire l’Italia dalla condizione di sorvegliato speciale: la riforma delle pensioni e quella del mercato del lavoro.
3 AGO 20

Elsa Fornero è uscita indenne, anzi rafforzata, dall’esito della votazione e soprattutto dall’andamento della discussione parlamentare sulla sfiducia individuale richiesta dalle opposizioni. Non era affatto scontato che andasse così. Sulla titolare del lavoro sono state scaricate le tensioni originate da due provvedimenti essenziali per far uscire l’Italia dalla condizione di sorvegliato speciale: la riforma delle pensioni e quella del mercato del lavoro. Si tratta di nodi sui quali per decenni si è cincischiato, con qualche sprazzo di riformismo spesso poi annullato nella legislatura successiva. Alla base di questa paralisi c’è il conservatorismo delle rappresentanze sociali, a parole contrapposte, nella pratica conniventi. Elsa Fornero si è piegata al rito delle consultazioni defatiganti, soprattutto dopo che Mario Monti ha deciso di non realizzare la riforma del lavoro per decreto, ma non ha accettato i veti formalmente contrapposti della Cgil e della Confindustria.
Sul merito dei provvedimenti, naturalmente, il giudizio è affidato alle loro conseguenze concrete, che saranno esaminate in tempo reale, con la disponibilità razionale a eventuali correzioni che si rivelassero necessarie. Le riforme sono strumenti, per questo vanno valutate per la loro efficacia, questo è il principio del riformismo pragmatico, che caratterizza l’impegno di Fornero, contrapposto a una sorta di riformismo modellistico che non è riuscito ad affermarsi, sia nella versione di centrodestra sia in quella di centrosinistra. Anche l’impostazione iniziale delle riforme, l’insistenza sul loro carattere “strutturale”, sembrava una replica del riformismo modellista, ma la capacità che va riconosciuta a Elsa Fornero è proprio quella di essere passata abbastanza rapidamente dallo schema teorico della professoressa a quello pragmatico del ministro. La campagna che è stata scatenata contro di lei e che è destinata a continuare nonostante la riaffermata fiducia parlamentare è stata assai insidiosa, ha messo insieme un ventaglio vastissimo, da quello dei neocomunisti che sfilavano con magliette con la scritta “Fornero al cimitero” all’esibizionismo di un presidente della Confindustria che ha liquidato la riforma del lavoro definendola “una boiata”. A fare da collante c’è la polverosa retorica presentata come costituzionale del “diritto al lavoro”, che punta a presentare il conservatorismo e la rigidità, che producono concretamente disoccupazione, come precetti inossidabili dei padri costituenti. La forza del riformismo sta anche in questo, nel guardare ai problemi senza lenti deformanti ideologiche: il lavoro è una conquista, che richiede sforzo, preparazione professionale, serietà. Non è un “diritto” astratto, ma dentro condizioni reali. Questo è un fatto, il lavoro che scende dal cielo dei precetti costituzionali, invece, è una pura astrazione.
La maggioranza composita che sostiene l’esecutivo ha retto a questa campagna meglio di quanto ci si potesse aspettare. E’ un buon segno, soprattutto alla vigilia di una nuova battaglia campale, quella sui tagli alla spesa pubblica, contro i quali si sta già organizzando una caparbia resistenza sindacale e non mancano iniziative dilatorie all’interno dello stesso esecutivo. La capacità di Fornero di tenere le posizioni di fondo, anche nel corso di una bufera mediatica e di agitazioni sindacali insistite, dovrebbe dare al governo la consapevolezza che il conservatorismo paralizzante può essere battuto. D’altra parte, tutte le proposte di razionalizzazione della spesa e del lavoro in Europa hanno provocato scioperi e tensioni con i sindacati. Ognuno deve fare il suo mestiere e forse se sentissero il parere dei lavoratori supertassati per mantenere un apparato pubblico esorbitante, costoso e inefficiente i sindacati stessi farebbero meglio il loro. Il mestiere che compete a governo e Parlamento è quello di far uscire l’Italia dalla spirale tra recessione e aumento del costo del debito, trovare il sentiero della crescita in mezzo a queste immense difficoltà. Elsa Fornero ha fatto e continuerà a fare il suo mestiere, anche correggendo i punti critici delle riforme che ha firmato. Tocca agli altri, a cominciare da chi le ha lodevolmente confermato l’appoggio, continuare senza troppi tentennamenti a fare il loro.