Alcune buone ragioni (e scientifiche) per non urlare più all’ecoapocalisse

Catastrofe imminente. Fine del genere umano. Distruzione del pianeta. Insomma ogni due per tre sembra che si rischi di fare una brutta fine. Più o meno da sempre, da quando la specie che ha imparato a camminare si è potuta permettere il lusso di farlo un po’ meno e si è talvolta fermata a pensare. La nostra fortuna, questa, ma anche il nostro eterno tormento. Con un difetto clamoroso, anzi due. di Guido Guidi Leggi Mari e cieli stanno bene, siamo noi che siamo matti di Giuliano Ferrara
3 AGO 20
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Al direttore - Catastrofe imminente. Fine del genere umano. Distruzione del pianeta. Insomma ogni due per tre sembra che si rischi di fare una brutta fine. Più o meno da sempre, da quando la specie che ha imparato a camminare si è potuta permettere il lusso di farlo un po’ meno e si è talvolta fermata a pensare. La nostra fortuna, questa, ma anche il nostro eterno tormento. Con un difetto clamoroso, anzi due. 1) Nessuna delle catastrofi previste si è manifestata, o almeno non nella forma prevista. 2) Nonostante ciò i catastrofisti di ogni èra continuano a inventarne di nuove e sempre più terribili. Lasciamo stare le follie collettive stile 21 dicembre 2012 ore 11.00 o giù di lì, perché quelle campavano ieri grazie all’ignoranza e oggi grazie ai social network, che avranno pure tanti pregi, ma anche il difetto non banale di fungere da collettore delle fesserie di massa. Dedichiamoci piuttosto a quelle che hanno alle loro spalle il fior fiore del supporto scientifico, malamente utilizzato da ideologi, attivisti e policy maker che in genere ascoltano solo per i primi 30 secondi, quando cioè non hai avuto il tempo di far loro sapere che hai qualche dubbio. In tutti i campi dello scibile umano. Già, perché le catastrofi imminenti mai arrivate sono veramente trasversali. E’ difficile dire perché qualcuno pensa sempre che non ce ne vada bene una. Vero anche che al giorno d’oggi la tecnica è stata affinata, ora si prevedono solo catastrofi mooolto lontane nel tempo, ma per le quali, ovviamente, domani è troppo tardi per agire. Con le verifiche lontane anni luce, orientarsi sulla solidità degli allarmi è quanto mai difficile ove non impossibile. Un punto per loro.
Quanti calcoli, assessment, sessioni di brainstorming, summit di altissimo livello e irrinunciabili contromisure sono stati fatti e prese per il millennium bug? E per il cancro provocato dal Ddt? E per il buco dell’ozono? E per la bomba demografica? E per l’esaurimento del petrolio? E per le risorse alimentari? Tutto sapere di altissimo livello, tutte clamorose previsioni sbagliate. Perché non ci avevamo capito niente in alcuni casi o perché non si è tenuto conto di fattori ritenuti marginali ma rivelatisi determinanti, ma, soprattutto, perché l’uomo sostanzialmente è sempre in lotta tra la fiducia in se stesso e la mal riposta certezza che l’altro uomo che ha accanto non abbia i numeri per farcela.
Matt Ridley, in un articolo pubblicato su Wired, ripercorre tutte queste fobie dividendole in quattro ambiti principali: gli agenti chimici, le malattie, la popolazione e le risorse. Leggetelo, e poi pensate se condividere o meno il suo dubbio: con questi illustri precedenti, perché dovremmo credere senza se e senza ma all’imminente catastrofe climatica?
E così, dovremmo preoccuparci o no del clima che si scalda? E’ una domanda decisamente binaria. La lezione delle precedenti previsioni fallite di apocalisse ecologica non significa che non stesse succedendo nulla, ma che le possibilità della via di mezzo sono state troppo spesso ignorate. Nel dibattito sul clima, sentiamo di tutto da quelli che pensano che il disastro sia inesorabile se non inevitabile, e di tutto da quelli che pensano sia tutta una truffa. Difficilmente concediamo un’opportunità ai “tiepidi”: quelli che sospettano che il feedback positivo netto dal vapore acqueo atmosferico sia basso, tanto da rischiare 1 o 2 gradi di riscaldamento per questo secolo; che la coltre glaciale della Groenlandia potrebbe sciogliersi ma non più velocemente dell’attuale rateo di scioglimento che è dell’1 per cento per secolo; che l’aumento netto delle precipitazioni (e della concentrazione di CO2) potrebbe migliorare la produttività agricola; che gli ecosistemi hanno sopportato sbalzi di temperatura anche in passato; e che l’adattamento a un cambiamento graduale potrebbe essere più conveniente e meno ecologicamente dannoso della brutale e rapida decisione di mollare le fonti fossili.
Noto un aspetto particolare in questa breve riflessione. Sono tutte cose vere. Tutte cose successe o che stanno succedendo e sono misurabili. Mentre la CO2 cresce le temperature si sono fermate, sarà perché il feedback netto è più basso di quanto previsto? Il rateo di scioglimento dei ghiacci è frutto di misurazioni. La produzione agricola cresce più velocemente della popolazione da decenni e il pianeta è più verde oggi di quanto non fosse cinquant’anni fa. La conversione di destinazione d’uso delle risorse alimentari primarie fa più danni che guadagno. E, infine, un mondo senza energia abbondante e a buon mercato sarebbe – questo sì – una catastrofe, ambientale e umana (ove per chi scrive le due cose coincidono indissolubilmente!).
Vi lascio con la chiusura di Ridley: l’umanità è un bersaglio in movimento veloce. Combatteremo le nostre minacce ecologiche del futuro innovando per fronteggiarle mentre si manifestano, non attraverso le fobie di massa alimentate dagli scenari peggiori.
di Guido Guidi, meteorologo e blogger su Climatemonitor