Guerra al coronavirus

Roma. Lunedì sera l’Organizzazione mondiale della Sanità ha ammesso di avere commesso un errore nel valutare il rischio correlato al nuovo coronavirus, identificato per la prima volta nella città di Wuhan a metà dicembre. La minaccia che l’epidemia scoppiata in Cina pone al resto mondo è “elevata” e non “moderata”, come era stato scritto nei rapporti precedenti. Tuttavia, puntualizza Tarik Jašarevicć, portavoce dell’agenzia per la Salute delle Nazioni Unite sentito dal Foglio, “la correzione della valutazione globale del rischio non significa che sia stata dichiarata un’emergenza sanitaria internazionale”, un’etichetta data in passato a epidemie come quella di Ebola o di Zika. “L’unico modo per anticipare il virus è lavorare tutti insieme. L’Oms incoraggia tutti i paesi a continuare le attività di prevenzione”. Ma intanto martedì il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom, ha incontrato a Pechino Xi Jinping. Secondo l’agenzia di stato Xinhua, avrebbe lodato “la superiorità del sistema cinese, degno di emulazione da parte degli altri paesi”.
Alcuni media internazionali – per esempio la Cnn – hanno scritto che l’approccio prudente dell’Oms potrebbe essere una mossa politica, per non mettersi contro Pechino. “In realtà non vedo hidden agendas se non una giusta prudenza iniziale”, spiega al Foglio Roberto Bertollini, che nei corridoi dell’agenzia di Ginevra ha trascorso venticinque anni, è stato rappresentante dell’Oms a Bruxelles e direttore scientifico dell’ufficio regionale per l’Europa. “Certo, è evidente che all’interno dell’organizzazione l’interesse degli stati ha un ruolo, e il peso della Cina non va sottovalutato. Potrebbe esserci un atteggiamento di autocensura ma non credo sia questo il caso. La pandemia non ha gradiente: o c’è o non c’è, a seconda di una serie di criteri. Credo piuttosto che la cautela dell’Oms possa dipendere da altro: dopo l’epidemia del 2009, quando si è scoperto che il virus dell’influenza suina H1N1 non era così pericoloso come si pensava, l’Oms fu molto criticata perché aveva annunciato troppo in fretta che era una pandemia”. Una volta ufficializzata, si attivano automaticamente gli acquisti di vaccini, sulla base di alcuni contratti che gli stati sottoscrivono con le case farmaceutiche. “Naturalmente questo ha scatenato i complottisti”, prosegue Bertollini. “Al contrario, nel 2014, l’Oms fu attaccata per avere minimizzato la gravità dell’epidemia di Ebola in Africa”. Un’approfondita inchiesta di Reuters ieri mostrava i ritardi e i processi farraginosi nella distribuzione dei test in alcuni ospedali di Wuhan. Ma nonostante tutto, “oggi Pechino ha fatto enormi passi avanti”, dice Bertollini, “nella trasparenza e nella capacità di prendere in autonomia decisioni molto delicate. Anche perché le epidemie sono enigmi: è difficile predirne il comportamento”.
“L’Oms non ha la sfera di cristallo”, dice Alessandro Vespignani, professore di Informatica e Fisica alla Northeastern University di Boston dove dirige il Network Science Institute. “Se confrontiamo questa epidemia con quella di Sars, Pechino è stata molto più veloce a diffondere informazioni. E’ stata resa pubblica la sequenza genomica e siamo in contatto con gruppi di ricerca”. Tra i più quotati esperti mondiali di epidemiologia computazionale, Vespignani si occupa di previsioni sull’evoluzione dei contagi e l’andamento delle epidemie, attraverso tecniche matematiche e informatiche. Nel caso del coronavirus usa termini militareschi: “Siamo di fronte a una guerra globale, con le sue strategie. A volte si fanno errori, ma è facile dirlo quando la storia è conclusa. Per ora abbiamo informazioni limitate. Cominciano appena a esserci stime precise sul tempo di incubazione e di infezione da modellizzare. Non è solo una battaglia, è una campagna che durerà mesi”. Steven Riley, infettivologo dell’Imperial College di Londra, ha scritto su Twitter che “è vitale pianificare una risposta come se il virus non fosse controllabile e allo stesso tempo fare tutti gli sforzi possibili per controllarlo”. “Questo ti dice quanto sia difficile la situazione”, dice al Foglio Vespignani. “Dobbiamo tenere la trincea mentre organizziamo le difese, contro un nemico che conosciamo poco. Questa settimana, al massimo la prossima, dovremmo riuscire a capire qual è la percentuale di trasmissione non sintomatica del virus, e quello sarà il vero crocevia: da lì si capirà come andrà a finire”.
“Sembra ‘La Peste’ di Camus”
“Identificare e isolare i pazienti che presentano già sintomi della malattia è piuttosto semplice”, dice al Foglio Giovanni Rezza, responsabile delle malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità. “Più complicato è farlo, e farlo rapidamente, con chi si trova nel periodo di incubazione e quindi non presenta sintomi. A Wuhan hanno attivato in fretta la più grande operazione di quarantena mai realizzata e stanno costruendo a tempo record due nuovi ospedali. Sembra di essere nelle pagine di ‘La peste’ di Camus, con una città isolata dove nessuno entra e nessuno esce. Sarebbe molto difficile farlo in occidente: noi critichiamo l’autoritarismo cinese ma in questo caso non possiamo che essere contenti che sia stata fatta un’operazione simile, isolando i malati e creando distanza tra questi e i sani, in una metropoli sovraffollata. In Italia”, continua Rezza, “stiamo rafforzando i controlli negli aeroporti e formando lo staff della sala operativa del numero di pubblica utilità 1500, attivo 24 ore su 24 per bypassare i pronto soccorso e ridurre così i rischi di contagio. Per sviluppare e testare un vaccino ci vorranno uno o due anni. Nel frattempo va trovata un’alternativa”.
E se non dovessimo farcela? In Italia ci sono protocolli e zone di quarantena adeguate? “La rete infettivologica italiana è invidiabile”, chiarisce Rezza. “Abbiamo riorganizzato i reparti di malattie infettive, oggi ce n’è almeno uno per provincia, molti dei quali hanno aree di isolamento. Abbiamo mantenuto quello che altrove, per esempio negli Stati Uniti, hanno invece smantellato”.
Enrico Cicchetti
