Il titano della tecnologiaè un mestiere che non tira più

Non c’è solo il collocamento mancato e la damnatio memoriae di WeWork, l’inventore di Uber che vende le ultime azioni e abbandona la società, il processo per la fondatrice più giovane del mondo e il ritiro dei due mitologici fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin. E’ chiaro che la Silicon Valley, intesa come principato tecnologico che si estende anche al Nasdaq, sta assistendo alla sua gentrificazione, un processo per cui i fondatori-ceo carismatici se ne vanno in pensione, chi per essere stato “un sòla”, chi perché ha di meglio da fare, chi perché è un processo fisiologico. Quello che è certo è che la loro sostituzione avviene con figure più riflessive.
Adam Neumann è quasi una barzelletta, il founder più narcisista d’America doveva essere la promessa di questi anni Venti, ne è diventata la macchietta. La valutazione della sua compagnia è crollata da 47 a dieci miliardi, la sua nomina a amministratore delegato cancellata, il collocamento in Borsa rimandato per sempre. Eppure per un po’ è stato il re di Wall Street: l’idea di affittare edifici, suddividerli in scintillanti uffici “on demand” per giovani brufolosi che pagano prezzi sopra la media per frequentare queste specie di epicentri di coolness (con divani di pelle, distributori di cereali, birra alla spina) sembrava funzionare, ma poi è crollata velocemente come il culto del suo ceo e fondatore, belloccio israeliano perfetto campione di una nuova specie di startuppari glamour. Capello lungo, faccia da attore, ha una zia presentatrice tv israeliana, e una sorella che è stata miss Teen Israel. Fino a qualche mese fa se ne stava a New York oppure agli Hamptons con la moglie, attrice mancata, istruttrice di yoga e per sovrappiù cugina di Gwyneth Paltrow. Rebekah Paltrow Neumann, oltre ad aver prodotto con lui cinque figli, si occupa o forse occupava del progetto educativo dell’azienda, cioè di creare una scuola che dia “un approccio consapevole all’educazione imprenditoriale” ai giovani. Quello che sarebbe servito al marito. Neumann infatti ha messo in atto una serie di pratiche baldanzose che alla fine hanno fatto imbestialire analisti e investitori alla vigilia dello sbarco a Wall Street. In particolare ha venduto il logo dell’azienda… all’azienda, di cui era maggior azionista e amministratore delegato, cioè praticamente a sé stesso, per quasi 6 milioni di dollari. Non è l’unica bizzarria nel suo comportamento manageriale, essendosi disfato pure, poco prima dell’Ipo, di 700 milioni di dollari di azioni – non proprio un segno di fiducia nel prossimo collocamento. Collocamento che aveva poi altre peculiarità: il nome dell’immaginifico fondatore ricorreva ben 169 volte. Anche le metriche utilizzate erano bizzarre: non si parlava di utili ante imposte ma di “utili ante imposte di comunità”, che fa un po’ Verdone.
Il resto è storia: Neumann ha fatto marcia indietro, ha restituito soldi, ha fatto ammenda, ma a quel punto il mito era già incrinato, gli analisti si sono scatenati, e l’idea di sbarcare in Borsa congelata (perché, come ha scritto il Financial Times, un conto è sedurre degli investitori che magari sono più matti di te, come il ras di Softbank Masayoshi Son, che ha scommesso miliardi su Neumann. Un’altra cosa è convincere gli analisti seri, che vogliono efficienza, non giochi di prestigio).
Insomma, quello di Wework rimarrà come caso di scuola in cui è enorme lo scarto tra risonanza pubblica del fondatore e solidità del business.
Mai come il caso di Elizabeth Holmes, la fondatrice di Theranos, una società poi fallita che garantiva analisi del sangue fai-da-te, con una macchina in grado di fare anche analisi dell’Hiv a domicilio. Grazie a molte entrature, e a una famigliona che ne ha alimentato autostima e contatti, Holmes aveva sedotto personaggi come Rupert Murdoch, Henry Kissinger e Bill Clinton, e in pochi anni ha raccolto 700 milioni di dollari. Salvo poi fallire bruscamente. Forbes la colloca tra i personaggi negativi del decennio appena passato, come protagonista della più grande truffa della storia della Silicon Valley. Nel 2020 andrà a processo, e rischia 20 anni di prigione.
Ma non ci sono solo le truffe: non è un “sòla” Travis Kalanick, il fondatore di Uber che ha annunciato a Natale di aver venduto l’ultimo pacchetto di azioni della società da lui fondata dieci anni fa, e di volersi dedicare solamente a un suo nuovo stravagante progetto (affittare cucine di ristoranti per cucinare cibo da asporto, insomma puntando sui vari Glovo). Abbandonare la sua creatura, che oggi ha 100 milioni di clienti, è stato un dramma per il rustico fondatore, protagonista tra l’altro di un recente librone, “Superpumped”, opera del giornalista tecnologico del New York Times Mike Isaac. Il libro arriva dopo l’abbastanza fallimentare collocamento in Borsa di Uber, ma è soprattutto la saga di un personaggio simbolo che sta pagando probabilmente per tutti: Kalanick è il Bettino Craxi della Silicon Valley, per aver sfidato il settore più regolamentato del mondo (i taxi), creando nuovi stili di vita imprescindibili. Essendo la startup che ha “disrupted” di più in assoluto, è quella anche che ha eccitato di più gli spiriti. Ha messo sul lastrico qualche migliaio di tassisti, rendendo però più comoda ed economica la vita a milioni di consumatori. Così non stupiscono la polvere e gli allori. Oggi la compagnia non va bene: non ha mai fatto un dollaro di profitto, e le prospettive non sono rosee.
Il suo destino e quello di Kalanick sono tutt’uno: lui è stato accusato di tutto, invischiato in ogni sorta di nefandezza, pure nel Metoo, che nasce proprio a Uber con la denuncia di una sua dipendente, Susan Fowler.