E’ viva l’Italia che si apre

29 SET 19
Ultimo aggiornamento: 00:10 | 30 SET 19
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Quanto l’Italia, forse persino più dell’Italia. Negli ultimi quattro anni l’Italia ha votato una volta, la Spagna quattro volte. Chi lo avrebbe mai detto solo dieci anni fa? La Germania è potenzialmente il prossimo paese a rischio anche se a Berlino la cultura della grande coalizione e del compromesso costituiscono una base solida per evitare tensioni istituzionali. Rimangono solo Stati Uniti e Francia, che hanno un sistema in cui chi vince governa davvero. Io volevo questo, con quel referendum: far governare il vincitore. E dargli poteri veri, in un sistema di pesi e contrappesi costituzionalmente forte. Abbiamo tentato di scrivere una pagina nuova che partisse dalla riforma istituzionale. Se noi avessimo approvato una legge elettorale con il ballottaggio e un sistema senza il bicameralismo paritario avremmo avuto le condizioni per garantire la stabilità per cinque anni e avremmo indirizzato le forme della politica sul modello che io sogno, ovvero il modello francese o americano dove chi vince governa per cinque o quattro anni. Macron può fare Macron anche perché se arriva al 9 per cento di consenso con i gilet gialli nessuno gli toglie la fiducia fino al 2022: sembra banale ma è un punto decisivo. Quella del 4 dicembre è stata una sconfitta pazzesca perché non ha solamente segnato la fine dell’ultimo governo che aveva fatto leggi di bilancio espansive, è anche stata la sconfitta di un modello politico. Non c’è dubbio: aver detto di no il 4 dicembre ha segnato la mia sconfitta tre anni fa ma – contrappasso dantesco – paradossalmente i principali sconfitti di oggi sono il centrodestra e i Cinque stelle perché non possono immaginare di governare l’Italia sulla base dell’attuale sistema e devono per forza inventarsi qualche accordo. Loro che dicevano “Mai col Pd” ora stanno col Pd per colpa o grazie al loro No al referendum. Quelli che prima erano inciuci oggi si chiamano contratti di governo: cambia il nome, non la sostanza. Io ho tentato di scrivere una pagina nuova che partisse dalla riforma istituzionale. Adesso il principio di realtà ci dice che dobbiamo girare pagina. Fatta questa lunga premessa, posso rispondere. Certo, ho cambiato idea sul restare dentro il Pd. Ma il Pd che festeggia la notte del 4 dicembre o che mette alla guida delle riforme chi ha votato No il 4 dicembre non può più essere casa mia. Quanto al fatto di aver fondato un partitino, ho un unico modo per smentire questa idea. Farlo diventare un partitone: ci proveremo. E io dico che ci riusciremo. Se guardate le immagini delle prime riunioni di questi giorni, penso a quella di Milano ma non solo, vedrete che quel partito non è un partito del 5 per cento. E a bassa voce nei palazzi della politica lo ammettono tutti: chi con entusiasmo, chi con terrore. Questa nostra casa avrà a breve più di cinquanta parlamentari, centinaia di sindaci, una cinquantina di consiglieri regionali, migliaia di amministratori e soprattutto un sacco di comitati e semplici iscritti. Sarà una rivoluzione, mi creda”.
Lei, in modo forse ottimistico, ha detto che il suo partito ha le potenzialità di arrivare fino al 10 per cento. In vista del futuro, qual è il sistema elettorale che meglio si può adattare al profilo del vostro movimento?
“Non faremo alcuna battaglia politica sul sistema elettorale perché ci sentiamo vincolati dall’impegno che il presidente del Consiglio porterà in Aula. Siccome il premier ha parlato della riforma istituzionale in un pacchetto noi valuteremo ciò che egli offrirà. Non saremo noi a dire come farla. Io preferisco il maggioritario ma siccome non posso più decidere da solo mi va bene il proporzionale, il misto, il sorteggio, quello che vogliono. Quello che devono capire è che se qualcuno immagina di poter condizionare Italia Viva, dicendo che vuole fare una legge elettorale contro di noi, commette un duplice errore. Innanzitutto fare una legge elettorale contro qualcuno di solito porta sfiga. Poi l’attuale legge elettorale rafforzerebbe Salvini: quindi per fare un dispetto a Renzi farebbero un favore a Salvini. Ci hanno già provato quest’estate e non è andata benissimo. Il secondo punto è che Italia Viva non ambisce a essere un partitino, noi vogliamo essere oltre la doppia cifra. Siamo certi che essere stimati attorno al 5 per cento di partenza dai sondaggisti che non conoscono il logo e il brand è già un risultato sorprendente. Ma noi vogliamo essere più forti rispetto alle previsioni”.
Sul nostro giornale, Luigi Marattin ha scritto che il vostro progetto nasce dalla volontà di presidiare con forza il terreno di gioco dell’apertura. Si è mai chiesto perché il mondo della chiusura ha un suo eroe, ovvero Trump, mentre il mondo che si ispira all’apertura fatica a trovare un suo leader, che ha tutta l’aria di essere un politico come Macron?
“Gigi Marattin è molto bravo. E sarà una colonna di Italia Viva, insieme a tanti altri parlamentari e no che non hanno trovato purtroppo molto spazio in questi ultimi mesi nel dibattito politico ma che saranno una sorpresa per tanti. Ha ragione Marattin quando dice che noi siamo per l’apertura. L’Italia aperta vince, l’Italia chiusa muore. Non lo dicono i futurologi, lo dice la storia. L’Italia è diventata grande quando ha colto le occasioni di una società capace di aprirsi e contaminarsi, dall’Impero Romano al Rinascimento. L’Italia è terra di emigrazione e immigrazione da sempre e un piccolo paese di 60 milioni di persone oggi può essere luce in tutto il mondo, con la propria cultura, il proprio export, la propria bellezza. Noi siamo per l’apertura e lasciamo i muri a chi scimmiotta Orbán non rendendosi conto di fare un danno esistenziale al nostro paese.
Veniamo a Trump e Macron, domanda tosta questa. Trump oggi è il mito dei nuovi protezionisti. Ma la sua narrazione è decisamente zoppicante per vari motivi. Intanto perché laddove un leader populista ha sfidato e sfida le istituzioni non è detto che vinca. Magari fa il pieno di like sui social, ma non è detto che vinca. Negli ultimi due mesi i due leader populisti che hanno sfidato i propri parlamenti, Matteo Salvini in Italia e Boris Johnson nel Regno Unito, hanno raccattato sonore sconfitte. Con buona pace di chi profetizza la fine delle democrazie liberali, i presidi istituzionali parlamentari sono ancora garanzia e argine della democrazia. Cito questo fatto perché la vicenda del rapporto Ucraina-Trump contro il figlio di Biden rischia di essere decisiva per la Casa Bianca, molto più delle precedenti storie delle interferenze russe o di qualche pornostar. Lo ha scritto, acutamente come sempre, Giuliano Ferrara sul Foglio di sabato. E lo ha detto in modo rigoroso e austero la speaker Nancy Pelosi qualche giorno fa. Nelle prossime settimane in America si gioca la terza partita ‘Istituzioni versus Populismo’. E non è detto che Trump vinca: farà la vittima certo, i dem probabilmente non hanno i numeri. Ma attenzione: questa vicenda potrebbe anche rafforzare Joe Biden. E Joe non solo è un grande amico dell’Italia (spassosi i suoi ricordi dei pizzaioli del Delaware emigrati dal Mezzogiorno che lo votano da anni e lo ritengono uno di loro) ma è anche e soprattutto l’unico in grado di battere il presidente. Il sistema americano dipende da cinque-sei piccoli stati decisivi, gli swing states. E Biden in quegli stati può fare la differenza, mentre ragionevolmente la Warren no. Insomma: è vero che Trump che ha aperto la sua presidenza col discorso dell’inaugurazione tutto concentrato sul protezionismo è il campione del mondo chiuso. Ma è anche vero che la partita negli Stati Uniti è più aperta di quanto si racconti.
Macron è invece nel suo momento decisivo. Ha vinto, entusiasmato, poi ha ricevuto una gigantesca campagna ostile con i gilet gialli, ha saputo recuperare con il Grand Debat. Adesso che fa? Adesso deve implementare le riforme, deve dare concretezza al suo progetto. E può farlo, secondo me. Anche perché la nuova Europa di Ursula von der Leyen e Charles Michel è figlia della sua leadership come molti di noi avevano previsto proprio un anno fa, quando sembrava assurdo dirlo e quando il genio di Salvini arrivava al punto di andare a Mosca a tifare contro la Francia persino ai Mondiali. Fino a poco fa quattro paesi erano alla guida dell’Europa: Regno Unito, Francia, Germania e Italia. Il Regno Unito è fuori, l’Italia è stata fuori per oltre un anno. Una delle ragioni per cui mi sono convinto – nonostante i risentimenti personali – a fare l’accordo con i grillini è anche perché serviva ritornare, hic et nunc, a giocare un ruolo in Europa evitando che la storica e necessaria relazione franco-tedesca cancellasse tutti gli altri.