La vocazione liberal al potere

I social media hanno distrutto questo sistema. Durante il corso della mia vita tutti sono stati liberi di esprimersi come volevano, tendenzialmente. Quello che vedo adesso è un’altra cosa: una parte sta cercando di distruggere un’altra, impedendole di esprimersi liberamente. Questo non succedeva prima, quando la libertà di espressione sembrava ancora definire il mood della nostra cultura e non c’erano sciocchezze tipo la cultural appropriation, oppure l’idea che uno scrittore non potesse scrivere certe cose o un attore interpretare certi ruoli. Uno potrebbe dire che anche questa è libertà di espressione, ma a spese di chi? A spese di altre persone”.
Anche le battaglie progressiste per i diritti degli omosessuali, questione che sta certamente a cuore a Ellis, finiscono nel tritacarne delle sue critiche. Lo scrittore attacca il “fascismo gay” che impone conformismo e ferreo allineamento all’interno della comunità, fa strame delle associazioni che hanno santificato “l’elfo gay”, figura magica e mansueta che non contraddice, non fa domande complicate, non viola gli ordini di scuderia, si presenta come vittima, brandisce valori liberal, vota diligentemente a sinistra, non si azzarda a prendere in considerazione ciò che viene dal mondo conservatore, specialmente da quello di impronta cristiana, e si commuove guardando Moonlight, film che definisce “innocuo”, che nella gerarchia degli aggettivi di Ellis è superiore forse soltanto a “solare” e “inclusivo”. “Molti movimenti progressisti sono diventati rigidi e autoritari quanto le istituzioni che contrastavano”, sentenzia Ellis.
La critica particolare va inserita in un più composito attacco al liberalismo, o a ciò a cui oggi è stato ridotto. Era una posizione ispirata alla difesa della libertà che si è trasformata “in un distorto movimento autoritario della superiorità morale con cui non voglio avere nulla a che fare”. Osservando i social justice warrior di Berkeley – patria del free speech degli anni Sessanta – che con argomentazioni fatte di spranghe e molotov hanno impedito al provocatore populista Milo Yiannopoulos e ad altri personaggi disallineati di parlare nel campus, ha commentato: “Avevo di fronte un nuovo tipo di liberalismo, che era pronto a censurare persone e a punire voci, ostacolare opinioni e bloccare punti di vista”. E’ una delle questioni più dibattute in questa epoca di recrudescenze illiberali: il liberalismo ha sempre avuto nascosta in pancia una vena autoritaria oppure siamo di fronte a un tradimento, a una mutazione genetica? “Questa situazione rivela una cosa: la gente vuole il potere. Punto”, dice Ellis al Foglio. “Non è che una parte sia meglio dell’altra: tutti vogliono il potere. Le basi del liberalismo sono state altre per molti decenni, anche se è possibile che queste forze oscure fossero in agguato da molto tempo sotto la sua facciata. In America liberalismo è stato un termine per lungo tempo opposto a quello che stava dall’altra parte dello spettro politico, il conservatorismo o, negli anni Ottanta, il reaganismo. Ma in tempi di disperazione le persone si rivelano per quello che sono veramente, e gli ultimi tre anni di disperazione politica hanno rivelato il vero volto dei liberal, che vogliono soltanto il potere. E’ una pulsione innata negli esseri umani, certo, ma il modo in cui questo si sta sviluppando è terribile. Siamo testimoni di un momento agghiacciante. Vorrei che ci fosse più desiderio di capire cosa c’è dall’altro lato della barricata politica. Il problema è: dove andrà a schiantarsi tutto questo? Non ne ho idea. Io mi sono sempre sentito un liberal e mi sono sempre schierato con loro, ma adesso questa parte sta degenerando in qualcosa di catastrofico, e non capisco perché nessuno abbia messo ancora un freno a tutto questo”.
Il passaggio forse più ispirato e profondo di White è quello in cui Ellis collega questa specie di totalitarismo alla perdita o alla strumentalizzazione dell’arte. Scrive proprio così: “Questo è quello che succede a una cultura quando non le interessa più l’arte”. In altre parti dell’intervista Ellis è più reattivo, sembra che mentre parla al telefono salti sulla sedia – ammesso che sia seduto – nella sua casa di Los Angeles, ma su questo tema rimane un attimo in silenzio. Riflette. “Ho pensato a lungo a questo passaggio prima di scriverlo – spiega – e ci penso ancora. Una cultura a cui non interessa l’arte. Penso che sia vero, nella sostanza. Ma penso anche che sia una cultura che non sa cosa farsene dell’arte. Perciò si è allineata a una serie di regole che pretendono di fissare cosa l’arte dovrebbe essere, cosa dovrebbe includere o escludere, quali valori dovrebbe rappresentare. L’arte è subordinata all’ideologia. Una cultura che non sa cosa farsene, dell’arte, significa che non sa come interpretarla, non ha il senso della metafora, prende tutto alla lettera. Questo si vede nel casting del cinema, ad esempio. Un attore oggi non può interpretare un personaggio che non è già nella vita reale. Stiamo entrando in una strana fase letteralista che è chiaramente anti-artistica, perché l’arte non è letterale, non è fatta di regole, è sognante, fantastica, metaforica. Stiamo perdendo la capacità di leggere un libro, di guardare un film, di ascoltare una canzone senza tutte queste associazioni ideologiche. Forse il mio ragazzo, Todd, che ha 25 anni meno di me, se ne frega di tutto questo e per lui è tutto normale, ma per me no. Non dico che questo clima sia apocalittico o che non si possa vivere, ma è disgustoso, e mi disturba profondamente che una generazione di artisti sia stata formata secondo questi precetti. Forse tutto questo si dissolverà e le cose torneranno al loro posto. Forse. Non lo so”.
Questo clima sta impedendo la produzione di arte significativa, magari attraverso meccanismi di autocensura? “Certamente l’autocensura è incoraggiata. Certo, è complicato, perché le regole del gioco non sono scritte, non ci sono leggi che limitano l’espressione. Se ci fossero la gente sarebbe infuriata. La questione è più sottile. Alcuni sceneggiatori di Hbo che hanno creato Game of Thrones volevano scrivere una serie basata sull’idea che la schiavitù non ci fosse mai stata, in America, immaginando come sarebbe stato il paese senza questa macchia. Improvvisamente tutti nei media hanno iniziato a dire che erano dei razzisti e che lo show, che non era nemmeno stato scritto, doveva essere boicottato. A quel punto dipende tutto da Hbo, sono le corporation che devono prendere posizione e decidere se credono in uno show dal punto di vista artistico oppure ascoltano la folla inferocita e accettano di cancellare la serie. Questo tipo di decisioni vengono prese tutti i giorni in America. La cultura corporate è parte della ragione per cui queste cose succedono: gli artisti aderiscono alle regole delle aziende, e poiché le regole sono aumentate e si sono intensificate a dismisura, questo ha condizionato in modo in cui viene prodotta l’arte, il modo in cui vengono scritti e premiati i libri. Un paio di settimane fa ho visto un film intitolato Good Boys, una commedia costruita sulle avventure di due amici dodicenni. A uno dei ragazzi chiedono di elencare alcune cose che gli piacciono: lui dice che ama le regole. Mi sono reso conto che le persone vogliono regole, vogliono confini, vogliono qualcuno che dica loro cosa fare, e c’è un elemento generazionale secondo me in questo: la generazione X non era così”.
Altro tema ricorrente è quello della vittimizzazione, un processo culturale pervasivo che ha a sua volta una particolare coloritura generazionale (molte cose, per Ellis, portano questo tratto). Per i millennial e la generazione Z eroe e vittima sono figure perfettamente sovrapponibili. L’eroe è tale nella misura in cui è oppresso. Lo scrittore la chiama la “cultura del vittimismo competitivo” e si articola in uno schiamazzare costante: “Io sono più vittima di te! No, io sono più vittima di te!”.