Un caso di comicita’

Il cialtrone fa ridere, va detto. E ci fa tanto più ridere quanto meno ci coinvolgono le conseguenze del suo modo di essere e delle sue azioni. Come ricorda il filosofo francese Henri Bergson in un famoso saggio dedicato al comico, perché possa scattare una risata è necessaria una distanza, diciamo così, di sicurezza tra chi causa il riso e chi effettivamente ride. Per qualche tempo è necessario sospendere la partecipazione emotiva e rapportarci solo intellettualmente alla fonte di comicità. In ogni caso la gestione del cialtrone mette sempre a dura prova i suoi interlocutori.
Anche se, come abbiamo visto, la cialtroneria viene individuata – captata forse è un termine più preciso – nei primi istanti in cui si viene a contatto con un cialtrone (quindi dalla parte istintuale del nostro essere), subito dopo subentra il vaglio razionale. Da questo momento in poi è proprio la parte logica del nostro cervello che si rapporta con il cialtrone e reagisce di conseguenza. E’ il nostro essere razionale che – là dove gli riesce – si accorge della cialtronata e di conseguenza invia al nostro organismo i segnali necessari a scatenare una reazione di riso o di rabbia, a seconda di quanto si è coinvolti. Lo prova il fatto che se di fronte a una cialtronata – o meglio a un cialtrone – ci mettessimo a ragionare sulle ragioni che hanno condotto quella persona a diventare il cialtrone che è, non potrebbe che derivarne uno stato di cupa pensosità, quando non propriamente di pietà e di umana compassione (nel senso etimologico di “soffrire insieme”).
Lo stesso Bergson attribuisce al comico una funzione conservatrice, giacché la sanzione sociale del riso viene applicata a tutte quelle manifestazioni che tradiscono la carenza di una specifica qualità umana e che rivelano la sottesa meccanicità. E’ scoprire la marionetta, il meccanismo, l’automatismo nell’umano che scatena il riso. Come quello che dopo aver detto dieci volte “Buongiorno signora” ad altrettante dame, dice “Buongiorno signora” anche a un baffuto energumeno; o come quello che dopo otto ore passate alla catena di montaggio a ripetere un gesto lo fa anche a casa sua, del tutto fuori luogo.
Il cialtrone, mutatis mutandis, fa qualcosa di simile: fa ridere proprio quando – involontariamente – rivela un aspetto inferiore, basico, primario; il livello zero dell’umanità. Per esempio, quando simula conoscenze che non possiede finendo per crederci lui stesso. Ma è anche vero che il cialtrone fa ridere proprio in virtù del suo atteggiamento umano, troppo umano (come direbbe un altro filosofo), ancorché non dei più elevati. Chi, pur senza essere un cialtrone a tempo pieno, non ha fatto finta in qualche particolare situazione di conoscere qualcosa che invece ignorava? Chi non ha detto qualche volta di aver letto un libro che in realtà non ha letto? Chi, per far colpo su qualcuno o qualcuna, non ha millantato qualità che non possedeva, finendo magari per credere di possederle davvero?
Come allevare uno psicotico e vivere felici
Uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Thomas Paine, sapeva bene che “Il sublime e il ridicolo sono spesso così stretti insieme che è difficile classificarli separatamente. Un passo più in su del sublime si forma il ridicolo, e un passo sotto il ridicolo si forma di nuovo il sublime”.
Per dimostrare la veridicità della frase di Paine, conviene lasciare la parola a un testimone che dalla sua particolare prospettiva ci consegna un mirabile ritratto familiare. Una testimonianza illuminante proprio per il fatto che mette a fuoco la cialtroneria di una figura solitamente associata agli alati valori di benevolenza, affetto e amore. Leggiamo questo brano dal diario di Marco C., di 9 anni, bambino degli anni Sessanta di Milano.
Testimonianza n. 5
Ogni anno andiamo al mare. Tutto il mese d’agosto. Un mese di carcere duro. Guardato a vista da mia nonna. I miei restano a casa: mio padre perché deve lavorare e mia madre per non lasciarlo da solo, visto che lui non sa farsi neanche il caffè. Ogni anno imploro fin da giugno che ad agosto mi grazino e mi lascino restare a casa, ma mia nonna mi spiega che i miei genitori fanno tanti sacrifici perché io possa andare al mare con lei. Io allora dico che se è per me possono risparmiarseli tutti i sacrifici, che io sono ben felice di restare a Milano, ma mia nonna allora mi spiega che a me il mare fa tanto bene. Io non riesco a capire come una cosa che non mi piace per niente mi possa fare così bene, ma dev’essere un po’ come per le medicine, che se non fanno schifo non fanno bene. L’ho chiesto a mia nonna se era come per le medicine, ma lei mi ha guardato senza dire niente. Ogni tanto ho l’impressione che non capisca quello che dico.
Ogni giorno, come sempre, la giornata comincia alle sei e mezza. Mia nonna entra in camera, solleva la tapparella e mi dice che è ora di andare in spiaggia a prendere lo iodio, che mi fa tanto bene. Se vale la regola delle medicine lo iodio mi deve fare davvero benissimo perché a me lo iodio mi fa proprio schifissimo. Prima di tutto per l’ora: pare che se invece che alle sei e mezza vai in spiaggia alle sette tutto lo iodio di prima scelta è già andato via e non ti resta che qualche piccolo pezzo di iodio a buon mercato, che però non è mica la stessa cosa.
Ecco questa è una cosa che non ho mai capito: mi sono sempre chiesto chi è che si fa fuori tutto lo iodio tra le sei e mezza e le sette, visto che fino alle otto in spiaggia non c’è quasi nessuno. Devono essere i gabbiani, che infatti hanno l’aria di stare benissimo visto come volano in continuazione di qua e di là. Per la verità non so esattamente che cosa fa lo iodio e quando l’ho chiesto a mia nonna lei ha detto solo che fa bene e si è toccata la gola e il torace. Secondo me non lo sa mica tanto bene neanche lei, ma la volta che gliel’ho detto s’è arrabbiata moltissimo, così non glielo dico più. Comunque, io lo iodio lo odio.
Durante il mese di agosto ho calcolato che non resto mai fuori vista di mia nonna per più di tre quarti d’ora al giorno, incluso il tempo che passo in bagno per lavarmi e per fare quelle cose che si fanno in quei posti lì. Per tutte le altre ventitré ore e un quarto resto seduto da qualche parte a leggere dei romanzi; quando siamo in spiaggia sto seduto sulla sdraio sotto l’ombrellone, perché ho la pelle chiara e anche se metto la protezione mi scotto. Per fortuna a casa i libri non mi sono mai mancati – anche se la mamma storce un po’ il naso quando mi vede con uno dei gialli Mondadori di papà – e così a sette anni ho deciso che sarei diventato un intellettuale. Prima avevo tentato di diventare un giocatore di pallone, ma la prima volta che ho giocato una partita sono finito in porta dopo cinque minuti e in panchina dopo dieci e così ho capito che non ero tagliato per quella carriera.
Io vedo che ci sono tanti bambini della mia età in spiaggia che hanno l’aria di divertirsi un mondo a fare il bagno e a correre avanti e indietro urlando come degli Apaches, ma non credo di essere fatto neanche per quella vita. Prima di tutto fare il bagno in mare lo trovo antigienico, da quando qualche anno fa ho scoperto che ci sono quelli che approfittano del bagno per fare la pipì e poi la nonna mi fa aspettare tre ore dopo aver mangiato prima di permettermi qualunque contatto con l’acqua e a quel punto dovrei fare il bagno da solo (che, se non altro, dal punto di vista igienico ha i suoi vantaggi) perché gli altri a quel punto stanno già facendo merenda. Ma fare il bagno da soli in mare è noioso, tanto vale farlo nella vasca da bagno, che è anche più pulito. Questa cosa del non fare il bagno dopo aver mangiato, per mia nonna è una vera e propria mania. Secondo me esagera, l’altro giorno voleva che aspettassi tre ore anche dopo aver bevuto un Lemonsoda. E anche questa cosa del Lemonsoda ve la devo proprio raccontare.
Io ho diritto a due bibite al giorno – niente gelati perché fanno venire l’acetone, che non so cos’è ma dev’essere una cosa molto pericolosa – una al mattino e una al pomeriggio, perché dopo tre ore sotto l’ombrellone mi viene una sete come un soldato della legione straniera nel deserto. La nonna è più contenta se tra le bibite scelgo un Lemonsoda, perché dice lei c’è il limone che non fa male. Io questa cosa non l’ho mai capita: nell’aranciata c’è l’arancia che non fa male neanche lei e per di più è un agrume lo stesso. Gliel’ho detto, ma lei ha prima bofonchiato qualcosa che non ho capito e poi ha deciso che comunque il Lemonsoda era meglio. Ci ho messo un po’ a capire che neanche lei aveva idea del perché era meglio, ma poi ho scoperto che mia nonna crede che, siccome lei è più grande di me, deve per forza sapere tutte le risposte a tutte le domande che le faccio, altrimenti teme di fare una brutta figura, e quando la risposta non la sa dice che è proprio come dice lei. Una volta ho cercato di dirle che avevo capito che non lo sapeva davvero, ma si è arrabbiata moltissimo e allora non le dico più neanche questo.
Dunque, dicevamo del Lemonsoda. Io potevo comprarlo ma non potevo berlo. Cioè, non è che non potevo proprio berlo, potevo berlo sì, ma solo quando diceva lei, ovvero quando non era più troppo freddo. Mia nonna ha un vero terrore delle bibite fredde, ma anche dell’acqua fredda se per quello, e in generale di tutte le cose fredde. Ogni volta che ritorno dal bar con la mia bottiglietta di Lemonsoda lei non manca mai di ricordarmi che se la bevo subito può venirmi una congestione e di sicuro finisce che muoio tra pianti e stridore di denti (ogni tanto la nonna è un po’ biblica). Si vede che tutti gli altri bambini che si tracannano bidoni di Coca-Cola ghiacciata in realtà non sono bambini ma una colonia di eschimesi nani che vengono tutti in vacanza nello stesso posto dove andiamo noi; ma loro si vede che sono abituati da sempre alla roba fredda, perché a me sembra che stanno benissimo.
Io invece devo aspettare che il mio Lemonsoda raggiunge la temperatura ambiente prima di berlo. Per la verità non ci vuole molto, basta mettere la bottiglietta al sole e aspettare; ogni tanto la nonna allunga la mano a toccare il vetro e se le sembra abbastanza caldo dà un piccolo sorso dalla cannuccia e poi dice che no, è ancora troppo freddo. E’ facile capire quando si può bere, perché lo si vede dalla condensa sulla bottiglia: dapprima è una brina uniforme, poi il vetro si copre di una miriade di goccioline che diventano sempre più grosse e, infine, formano un piccolo laghetto ai piedi della bottiglia. Di solito a quel punto il Lemonsoda è a temperatura ambiente, cioè tra i trentadue e i trentacinque gradi, e si può bere tranquillamente. Come per le medicine, anche lui deve farmi benissimo.
Su questo fatto delle bevande fredde ho cercato di capirci di più perché, quando ancora credevo che mia nonna sapesse quello che diceva, avevo notato che in casa, in estate – e questo anche a Milano, non solo al mare – lei riempiva una pentola di acqua dentro la quale infilava una bottiglia di acqua o di vino bianco e poi lasciava scorrere un filo d’acqua dal rubinetto. Purtroppo a Milano a luglio fa così caldo che anche l’acqua che esce dal rubinetto è calda e così, per raffreddare un poco le bibite la nonna prendeva un paio di vaschette di cubetti di ghiaccio dal freezer e le vuotava nella pentola. L’acqua messa a raffreddarsi nella pentola però, a differenza di quella messa a raffreddare nell’apposito spazio nel frigo – bere la quale voleva dire andare incontro a una morte certa e orribile –, potevo berla senza limiti. Non capivo. Un giorno ho preso un termometro e ho confrontato la temperatura di un bicchiere d’acqua raffreddato con il metodo pentola e cubetti di ghiaccio con uno raffreddato nel frigo: quello del frigo era a nove gradi, quello della pentola era a sei.