Un Foglio internazionale

21 LUG 19
Ultimo aggiornamento: 00:12 | 22 LUG 19
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In aeroporto ho incontrato uno scrittore che non conosco di persona ma che ammiro”, racconta Bret Stephens sul New York Times: “Mi ha detto con uno spirito paterno: ‘Scusa per quello che ti sta succedendo su Twitter’. Un’ora prima, avevo visto un tweet dell’autore Reza Aslan, che mi aveva accusato di essere ‘saltato sul carro dei nazionalisti bianchi’, riferendosi a un mio editoriale sulle primarie dei democratici. Ho risposto che le sue accuse ‘sarebbero infamanti se non fossero così stupide’. Nel giro di pochi minuti sono stato descritto come un ‘bigotto’, un ‘razzista’, e così via. Essere vittima dei social media è qualcosa di avvilente, per quanto le accuse siano ridicole e il loro effetto trascurabile. Eppure, a nessuno piace essere insultato”.
Per Stephens l’effetto di questo processo sommario “è quello di avere silenziato gran parte dell’America”. Secondo il rapporto “Hidden Tribes” uscito l’anno scorso, “circa due terzi degli americani credono di essere spinti a pensarla in un certo modo sull’islam e sui musulmani, sulla razza e sul razzismo”. Un altro sondaggio del 2017 ha rilevato che il 58 per cento degli americani “crede che il clima politico non gli consenta di condividere le loro opinioni”. “I dati confermano ciò che uno sente ripetere tutti i giorni – scrive Stephens –. Nella terra dei liberi, gli uomini vivono nel terrore mortale di un passo falso morale. Le opinioni che venivano viste come normali fino a qualche anno fa, oggi vengono sussurrate nel timore che siano considerate offensive. I professori hanno paura dei loro studenti. Gli editori cancellano i libri al primo segno di una controversia sui social. Twitter e altre piattaforme simili hanno consegnato nelle mani di milioni di persone gli strumenti per un annientamento della reputazione, e nessun commento pubblico è al riparo da una possibile denuncia di massa”.
Questo non è sempre un fatto negativo – pensare prima di parlare è un’ottima abitudine, e ci sono delle opinioni davvero vergognose. Anno dopo anno, l’America si allontana dallo “spirito del 1776” e si avvicina a quello del 1789. I giacobini potevano brandire chiunque non fosse d’accordo con loro come “un traditore o un fanatico”, scrive la storica Susan Dunn: “Ogni distinzione tra l’avversario politico e il nemico è stata eliminata”. “L’America ha oltrepassato il limite poche settimane fa – aggiunge Stephens –. Il giocatore di football Colin Kaepernick si è arrabbiato con la Nike, che lo paga vari milioni all’anno per essere il suo testimonial, perché su un modello di scarpe era rappresentata la bandiera a tredici stelle che lui collega all’epoca dello schiavismo. La Nike ha capitolato quasi subito. Il 4 luglio è una data che viene normalmente associata al nome di Thomas Jefferson. Nessuno nega la sua ipocrisia, bigotteria e le scelte sbagliate. Ma sono grato di vivere nel paese che lui ha contribuito a creare, e non nell’America che i Robespierre del giorno d’oggi vorrebbero”.