La grande crisi della coalizione repubblicana divisa tra conservatori e liberali

Tre anni fa è stato scioccante vedere molti esponenti religiosi conservatori sostenere la campagna di Donald Trump”, scrive Isaac Chotiner sul New Yorker. “Oggi, con un Senato a trazione repubblicana che conferma i giudici della Corte suprema a un ritmo da record, e Trump che offre un sostegno retorico alla destra religiosa, questa analisi appare piuttosto superficiale. Eppure c’è molto malessere tra gli intellettuali conservatori sul futuro del paese e dello stesso movimento conservatore”.
Il manifesto “Against the dead consensus”, pubblicato a marzo sulla rivista religiosa First things e firmato da 15 intellettuali conservatori, critica la coalizione repubblicana che ha attraversato gli anni da Reagan a Trump. “Il vecchio consenso conservatore ha rispettato i valori tradizionali”, scrive il manifesto, “ma non è riuscito a ritardare, se non addirittura a capovolgere, l’eclissi delle verità permanenti, della stabilità familiare, della solidarietà comunale e molto altro. Si è arreso alla pornografizzazione della vita quotidiana, alla cultura della morte, al culto della competitività. Si è inchinato troppo spesso a un multiculturalismo velenoso e censore”. Questo manifesto è un sintomo del dibattito tra gli intellettuali di destra in America sul futuro del conservatorismo. Sohrab Ahmari, uno dei firmatari del manifesto, ha duramente criticato David French, l’opinionista della rivista conservatrice National Review e avversario di Donald Trump. “French crede che l’unico scopo del governo sia la protezione della libertà individuale – sostiene Ahmari – ma questo è un problema: il movimento che noi critichiamo dà un’enorme importanza all’autonomia, il suo obiettivo finale è quello di consentire all’individuo di distinguere ciò che è buono da ciò che è sbagliato, trascurando l’autorità della tradizione”. Ahmari crede che per sconfiggere quelli che lui chiama “i libertini”, i conservatori “devono combattere una guerra culturale per averla vinta sul nemico” e trasformare la società secondo princìpi cristiani e religiosi. Il manifesto ha suscitato una risposta di French – secondo cui “al momento non c’è alcuna emergenza che giustifica l’abbandono dei valori liberali classici” – e di molti altri scrittori e intellettuali conservatori come Ramesh Ponnuru, Bret Stephens e Ross Douthat, un editorialista conservatore ma antitrumpiano del New York Times che il New Yorker ha intervistato. “I conservatori sociali sono sempre stati partner di minoranza nella coalizione repubblicana” dice Douthat. “Hanno approvato molte leggi distanti dalla loro ideologia in cambio della nomina di un certo tipo di giudice alla Corte suprema… L’indebolimento del conservatorismo sociale come forza culturale ha fatto dubitare a molti esponenti se questo scambio sia stata una buona idea”. Il problema, spiega Douthat, è che il conservatorismo sociale deve sviluppare una visione organica della società che desidera: “Non basta dire: ‘Lasciateci in pace e fateci passare le leggi contro l’aborto’”. Al momento questa visione ampia non esiste, e quindi è difficile distinguere il messaggio dei conservatori sociali da quello dell’ala liberale del partito. “La cosa più importante da capire è se i conservatori cristiani vogliono delle politiche diverse rispetto a quelle storicamente sostenute dal Partito repubblicano – afferma ancora Douthat –. Negli ultimi anni la crisi del liberalismo in occidente ha sollevato una domanda per i conservatori religiosi: ‘Dovremmo arretrare da questa cultura?’ Forse questa cultura possiamo cambiarla, attraverso una mobilitazione più militante, più ambiziosa. Poi c’è un terzo dibattito: i conservatori religiosi dovrebbero sostenere Donald Trump? Puoi votare Trump perché lo consideri il male minore, però ti porta ad avere una certa ipocrisia, ti spinge a minimizzare le sue offese contro il Partito democratico e così via. Quindi è un problema morale, anzi un dilemma morale”. Tuttavia, prosegue Douthat, questo compromesso morale implica alcuni costi, ad esempio è più difficile costruire ponti tra le comunità cristiane bianche e quelle afroamericane. L’editorialista del Nyt aggiunge che molto spesso il vittimismo dei cristiani americani rasenta “il ridicolo”, se paragonato alle persecuzioni contro le minoranze religiose che avvengono nel resto del mondo. Tuttavia, alcune preoccupazioni sono legittime.
La coalizione liberal “è sempre più ostile ai conservatori cristiani, in alcuni modi che non erano nemmeno immaginabili vent’anni fa. Bisogna però capire se esiste un limite, se i liberal laici prima o poi si rassegnano ad accettare che la tradizione religiosa conservatrice merita di esistere e di progredire anche se distante da ciò che loro pensano”. Il giornalista del New Yorker crede che la grande minaccia per i conservatori cristiani sarebbe interagire con un leader nazionalista, che però non è un twittatore compulsivo come Trump. “Sono d’accordo dice – dice Douthat – sarebbe un bel problema, molti conservatori religiosi desiderano un Partito repubblicano con una visione cristiana del bene comune. La storia è piena di esempi in cui i cristiani formano delle alleanze di scopo con i populisti e i nazionalisti laici, e le cose finiscono male per entrambi… Per tornare alla sua domanda, il personaggio che ha delineato sarebbe comunque meglio di Trump. L’aspetto peggiore del presidente è il modo in cui si presenta in pubblico. Alcuni conservatori religiosi paradossalmente amano la volgarità di Trump, mentre altri hanno messo da parte i loro dubbi e lo hanno sostenuto principalmente per ragioni di opportunismo. Hanno dato una interpretazione molto parziale alle sue riforme, hanno valutato i pericoli della cultura liberal, e si sono persuasi a sostenerlo”. (Traduzione di Gregorio Sorgi)