Una palla rimbalza in laguna. Così la Reyer ha unito Venezia e Mestre

M estre guarda dalla terraferma Venezia spuntare dalle acque. Ne intravede il profilo di campanili, cupole e tetti rossi. Ne invidia la bellezza, il prestigio, l’essere unica. Venezia guarda dalle sue isole Mestre affacciarsi sulla laguna. Ne scruta i palazzi che fanno capolino tra gli alberi di punta San Giuliano, le ciminiere che sbucano da quelli di Porto Marghera, incapaci di mascherare una modernità tanto necessaria quanto sgradita. Ne apprezza la praticità, la mancanza di isolamento. Venezia e Mestre stanno dirimpetto eppure sono due mondi incompatibili, incapaci di avvicinarsi, sebbene parte di un’unica amministrazione. Goffredo Parise le vedeva come due “entità d’amor spettrale”, due amanti “che hanno bisogno l’uno dell’altra”, ma che “per incomunicabilità rimangono distanti”. Tra Mestre e Venezia scorrono persone e merci, treni e imbarcazioni. Ma è uno scorrere che non le avvicina, che non riesce a unirle, a farle abbracciare. È una distanza molto più grande dei 3.850 metri del ponte della Libertà, una distanza che perde di consistenza soltanto alla vista di una palla a spicchi, l’unica che riesce a rimbalzare tra le acque della laguna e a rendere veramente unito, quello che le istituzioni hanno riconosciuto nel 2015 come città metropolitana. Una palla a spicchi che è basket, almeno per sport; che è una canotta porpora e oro, almeno per colore; che è unica, almeno per nome. Perché tra tante parole latine che sono valori di riferimento, tra tante semplici Pallacanestro da unire a una città, Venezia porta in giro per i più importanti palazzetti italiani ed europei, un cognome: Reyer. Un cognome che poteva sparire, che è rinato, ha scalato di nuovo la pallacanestro italiana, ha conquistato uno scudetto nel 2017 e se ne sta giocando un altro. Sabato c’è gara-7 contro Sassari.