Il Tramonto dell'Occidente

La strategia americana per la regione Indo-Pacifico. La politica  thailandese e quella birmana. Etica e politica asiatica. Sono tutte accomunate nella diversità di valutazione e comprensione tra Oriente e Occidente che spesso tende a semplificare l’analisi. Forse bisognerebbe studiare un classico della cultura europea.
10 GIU 19
Ultimo aggiornamento: 08:58
Immagine di Il Tramonto dell'Occidente

Tramonto sulla Baia del Bengala, Oceano Indiano

“Il tramonto dell’Occidente” …Il titolo dell’opera di Oswald Spengler è diventato un mantra. Un’espressione che si ripete spesso, molto spesso a sproposito, quasi sempre senza aver coscienza della ricchezza di temi e di suggestioni di quella che può forse considerarsi l’opera storica più importante del secolo scorso. Ci si limita a orecchiare la tesi cruciale del libro: che la civiltà occidentale sia giunta alla sua fase discendente e conclusiva. Tanto più vivendo in Oriente, in attesa dell’alba.

Confesso che anch’io ho ceduto spesso alla suggestione esoterica del libro. Anch’io limitandomi alla citazione del titolo. Qualche giorno fa continuavo a ripeterlo mentre assistevo alla conferenza di Peter Haymond, incaricato d’affari all’ambasciata americana a Bangkok, sul tema “Free and Open Indo-Pacific Strategy and Thailand”. Mi veniva in mente ascoltando la sesquipedale banalità con cui era presentata quella che dovrebbe essere la strategia asiatica della più grande potenza mondiale. Era un elenco di luoghi comuni molto simile alle dichiarazioni delle partecipanti a un concorso di bellezza che proclamano “la pace nel mondo” quale loro massima aspirazione. Non a caso lo sfondo della conferenza era una carta dell’Asia in cui nemici e alleati, entrambi presunti e potenziali, erano indistinti. Se quello fosse stato il livello di elaborazione teoretica occidentale, il tramonto mi sarebbe apparso ineluttabile.
Ero talmente sconcertato che ho sentito il bisogno di sfogliare per l’ennesima volta il libro di Spengler, sperando di trovare un’idea che mi aiutasse a capire questo passaggio storico. In realtà più che nel testo l’ho trovata in un commento. Riprendere oggi questo testo, significa riesaminare il desiderio ineffabile di una comprensione del senso della storia, del senso stesso della civiltà, dell’umanità e delle sue manifestazioni culturali e intellettuali più disparate e complesse: in una fase come quella attuale in cui ormai molti schiacciano la vita sull’istante, leggere Spengler riporta a una visione epocale del pensiero.
Mi è sembrato perfetto per ciò che mi stava passando per la mente: per quanto la strategia indopacifica americana sia oggettivamente più complessa di quanto apparisse nella conferenza di Mr. Haymond, è come se si volesse sempre procedere alla “reductio ad minimum” di ogni teoria o idea per adeguarla al pensiero diffuso in Occidente: non un “pensiero debole” bensì un “pensiero semplice”. Vista da Oriente, dunque, quella strategia appare destinata a cadere inevitabilmente in uno de I 36 Stratagemmi che compongono la filosofia del conflitto cinese (lo dimostra l'ultimo diplomatic coup cinese).
Vivendo tra gli infiniti scenari che appaiono tra il tramonto e l’alba, tra l’eredità culturale occidentale e la quotidiana contaminazione orientale, l’opera di Spengler, proprio per la sua complessità, può rivelarsi davvero uno strumento per superare le contraddizioni tra l’identità e lo sradicamento. Indipendentemente dalle tesi espresse in più di 1500 pagine, costringe a confrontarsi con la complessità. È solo così che si può cercare un ordine, una nuova logica, nell’apparente caos o nella diversa ontologia orientale.