Sport, politica, confini. Perché il cricket non è solo cricket

I l 30 maggio è iniziata, in Inghilterra e Galles, la dodicesima edizione del campionato mondiale di cricket, il secondo sport più seguito al mondo, dopo il calcio. Si stima che il numero degli appassionati sia vicino ai tre miliardi e considerando che oggi il pianeta ospita circa 7,5 miliardi di esseri umani (neonati e ultracentenari inclusi) il dato deve far riflettere soprattutto noi mediterranei, consumatori bulimici di spettacolo sportivo, a cui questa disciplina di impatto planetario è pressoché sconosciuta. La domanda sorge spontanea: perché? Un primo indizio è a disposizione di chi vive nei grandi centri urbani e, probabilmente, ha intravisto in qualche parco cittadino, gruppi di persone dai tratti somatici diversi, a giocare infinite partite di uno sport a noi ignoto. Ci serve qualche punto di riferimento e il primo è geografico. Al Mondiale appena iniziato le nazioni partecipanti, in ordine di probabilità di vittoria secondo i bookmakers, sono: Inghilterra, India, Australia, Sudafrica, Nuova Zelanda, Pakistan, Indie Occidentali, Sri Lanka, Bangladesh e Afghanistan. Già, avete letto bene: quasi tre miliardi di persone non potranno fare a meno di sapere come è andata a finire Bangladesh-Afghanistan. Un minimo di ricostruzione storica e siamo nel tema: il cricket è stato inventato nel XIV secolo in Inghilterra e, poco dopo, è salito sulle navi insieme a flotte di inglesi per conquistare il mondo o, almeno, provarci. Un ultimo passaggio e saremo pronti a innamorarci di questo sport. Capire le regole, forse? Domanda sbagliata. Non sono in grado di spiegarvi bene come si gioca a questo sport che vagamente ricorda il baseball, anzi vi darò un suggerimento: cercatevi un tutorial sulla rete. A me interessa guardare altrove.