La spada dei dittatoriPerché il web piace ai regimi

Era l’inizio di marzo del 2000 quando Bill Clinton, all’epoca presidente degli Stati Uniti, annunciava l’arrivo di un’èra in cui internet avrebbe incarnato il trionfo della libertà in tutto il mondo. “Good luck”, augurava sarcastico l’inquilino della Casa Bianca alla nomenklatura cinese, i cui sforzi per controllare internet sarebbero stati vani come il tentativo di “fissare al muro un budino di gelatina Jell-O”. Erano quelli gli anni in cui sembrava ineluttabile l’avverarsi della profezia di Francis Fukuyama sulla fine della storia: con il collasso dell’Unione sovietica, gli Stati Uniti erano la sola superpotenza del pianeta, mentre sempre più paesi dell’ex blocco comunista abbracciavano economia di mercato e istituzioni democratiche. Nato qualche decennio prima come un piccolo programma del Pentagono, era fatale che nel mondo post Guerra fredda anche lo sviluppo di internet seguisse i princìpi del Washington consensus: market oriented e con al centro le libere scelte degli individui. Quando una qualche forma di governance si fosse resa necessaria a definirla sarebbero stati “privati, società civile e stakeholder” non direttamente collegati a governi nazionali. “Internet è una forza nella promozione della democrazia”, diceva Ira Magaziner, all’epoca senior advisor dell’ex presidente americano. Tra i protagonisti di quel dibattito era adamantina la convinzione che con internet le informazioni avrebbero corso troppo velocemente per poter essere controllate dagli stati. “Censura e controllo sui contenuti non sono solo indesiderabili – assicurava Magaziner – ma essenzialmente impossibili”.
Dopo quasi due decenni da quel discorso di Clinton alla Johns Hopkins University, sembrano essersi infrante le illusioni di libera circolazione delle idee e di partecipazione dal basso che monopolizzavano il dibattito dai campus della California fino ai corridoi della Casa Bianca. Un recente rapporto di Freedom House mostra che lo scorso anno sono stati 26 i paesi dove si è registrata una generale erosione delle libertà su internet, mentre oggi anche in occidente risuonano discorsi sul governo della rete. Invece, i regimi autoritari non solo hanno dimostrato di saper resistere all’avvento di internet, ma sono sempre di più gli analisti convinti che i nuovi strumenti tecnologici stiano materializzando le peggiori distopie orwelliane. Pechino è insomma riuscita a inchiodare al muro la gelatina. Non solo la scure della censura si è abbattuta sui giganti della Silicon Valley (Twitter, Facebook, YouTube, Google rimangono inaccessibili dalla Cina senza un proxy VPN), ma la leadership del Partito comunista si è anche dimostrata abile nello sfruttare la rete come un nuovo strumento di propaganda. Sono anni che le autorità cinesi hanno assoldato migliaia di falsi commentatori – i famigerati wumaodang, l’esercito dei 50 centesimi – per diffondere online messaggi favorevoli al governo di Pechino o per far deragliare le discussioni sui social quando si affrontano i temi politicamente più sensibili. Ancor prima della censura e della manipolazione dei contenuti, l’analisi dei social è diventata per il governo cinese anche un termometro per misurare gli umori della società e affrontare in anticipo eventuali instabilità.
Anche la Russia promette di restringere la libertà di parola online dopo che lo scorso marzo Vladimir Putin ha firmato due leggi con cui si punisce chi diffonde fake news e chi insulta i simboli dello stato, incluso lo stesso presidente. Secondo una recente ricerca di RAND, Mosca ha però anche fatto uso di “una sofisticata campagna sui social media attraverso tweet, commenti anonimi su pagine web, troll e account bot, finti hashtag e campagne Twitter” per veicolare i propri messaggi nei paesi ex sovietici dell’Europa orientale. “Da nessuna parte – si legge nel rapporto – la minaccia è stata tangibile come in Ucraina: terreno di battaglia per la propaganda fin dalla rivoluzione del 2014”. Nell’autunno dello scorso anno, all’indomani della scomparsa nel consolato saudita di Istanbul di Jamal Kashoggi, editorialista del Washington Post e voce critica del regime di Riad, Twitter è stato anche travolto da un’ondata di messaggi generati automaticamente a sostegno del principe Mohammed bin Salman. Solo lo scorso anno fake news, rumor e messaggi di odio diffusi online hanno provocato incidenti e violenze contro minoranze etniche e religiose in Bangladesh, India, Sri Lanka e Myanmar.
“Queste spaccature – scrive Freedom House – servono spesso gli interessi di forze antidemocratiche della società, del governo o di paesi stranieri ostili che le hanno attivamente provocate attraverso la manipolazione dei contenuti”. Se mezzi di propaganda e di avvelenamento delle informazioni promettono di diventare sempre più pervasivi, “un insieme di sofisticati strumenti tecnologici – alcuni oggi in fase di maturazione, altri che emergeranno nel prossimo decennio – sono destinati a finire nelle mani degli autocrati in giro per il mondo”, mettono in guardia dalle colonne del Wall Street Journal Richard Fontaine e Kara Frederick del Center for a New American Security. “Come mai prima d’ora, sarà possibile per i dittatori condurre sorveglianza sia online sia nel mondo reale” anche attraverso la massiccia raccolta di dati.
Secondo i critici, è questa la direzione verso cui si potrebbe andare in Cina con il famigerato Sistema del credito sociale, che le autorità di Pechino promettono di estendere a livello nazionale entro il 2020. Già dallo scorso anno, sono milioni i cittadini cinesi che non possono prenotare un biglietto aereo o salire su un treno ad alta velocità: il loro nome compare infatti nelle black list con cui Pechino punisce quelli che hanno tentato di usare biglietti scaduti, acceso una sigaretta dove non era permesso fumare, usato a bordo apparecchi elettronici. Oltre a violazioni che hanno un diretto collegamento con la sicurezza dei trasporti, si può finire su queste liste anche per esser stati condannati per frode finanziaria, per non aver pagato le tasse o per una multa.