Tutti i conti che non tornano

In realtà siamo il quarto paese contributore, dopo Germania, Francia e Regno Unito. Il nostro contributo netto per l’Unione europa si aggira inoltre sui 2 miliardi di euro all’anno (fonte Il Sole 24 Ore).
Matteo Salvini: “Nel 1999 l’Italia aveva meno disoccupati della Germania e quindi in questi 20 anni o gli imprenditori italiani e i lavoratori italiani si sono rimbambiti oppure è accaduto qualcosa che ha avvantaggiato i tedeschi e ha penalizzato gli italiani: sicuramente una moneta disegnata sul modello tedesco sull’esigenza tedesca ha aiutato i tedeschi […] il fatto che la moneta unica sia una moneta tedesca è chiaro ed evidente” (Porta a porta - Rai).
In realtà nel 1999 la disoccupazione in Italia era più alta che in Germania – 10,9 per cento contro l’8,6 tedesco (dati Eurostat) – e lo sarebbe rimasta fino al 2002, cioè dopo l’ingresso dell’Italia nell’Euro. Non è possibile tuttavia stabilire dalla semplice osservazione di due variabili i nessi causali fra di loro.
24 giugno 2018
Giulia Bongiorno: “E’ fallita [la riforma del Corpo Forestale]. Lo si è visto l’estate scorsa con l’Italia devastata dagli incendi” (Corriere della Sera).
Non si può affermare che la riforma del Corpo forestale dello stato, che ne ha previsto l’abolizione e il trasferimento di dotazioni e personale ai Carabinieri e Vigili del Fuoco, sia fallita poiché nell’estate 2017 si è verificato un boom di incendi. Per quanto la riforma abbia comportato alcuni ritardi di attuazione (fonte Lavoce.info), in quel periodo si è verificato un picco di siccità meteologica rispetto agli anni precedenti. Questo ha comportato il più alto numero di ettari bruciati dal 2007 (fonte European Forest Fire Information System). A dimostrazione che la riforma non si può dichiarare “fallita” sulla base di dati senza controfattuale, nel 2018 gli ettari bruciati sono diminuiti di più del 90 per cento (fonte Coldiretti).
Enzo Moavero Milanesi: “La stragrande maggioranza dei migranti non ha titolo all’asilo, migra per motivi economici e rappresenta il 93 per cento del totale degli arrivi in Italia” (Il Messaggero).
La quota 93 per cento non è presente in nessun documento ufficiale. E’ probabile che si tratti della differenza tra il totale delle domande esaminate e di quelle accolte (il 7 per cento nel 2018). Tuttavia, non è corretto affermare che chi non riceve l’asilo è un migrante economico. Ci sono infatti altri tipi di protezione, come quella sussidiaria e quella umanitaria. Unendo gli esiti positivi di queste tre protezioni, si nota che nel 2018 il 33 per cento delle richieste è stato accolto. Ma non si potrebbe comunque affermare che il 67 per cento sono migranti economici, perché le richieste possono essere accolte anche in appello.3 luglio 2018
Luigi Di Maio: “In Italia un minore su due ha giocato d’azzardo almeno una volta” (Facebook).
Come riporta Pagella Politica, uno studio realizzato dall’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr considera gli studenti di età compresa tra i 15 e i 17 anni che hanno giocato d’azzardo almeno una volta nella vita e conclude che si tratta del 40,2 per cento dei circa 1,5 milioni totali. Rappresentano quasi il 6 per cento degli under 18 residenti in Italia al primo gennaio 2017, pari a 9.910.710 persone.
Claudio Borghi: “Saldo e stralcio significa che non è un condono. […] Il discrimine fra il condono e il non condono è: chi ha subito un accertamento ed è stato pescato con le mani nel sacco, su queste persone non ci sarà nessun tipo di pace fiscale, se uno ha dichiarato correttamente quello che ha potuto fare e poi è andato in difficoltà, da una parte c’è il dolo accertato, tu hai evaso le tasse e non le hai dichiarate, dall’altra c’è l’impossibilità” (In onda - La7).
Secondo l’enciclopedia Treccani un condono è un “provvedimento legislativo che prevede un’amnistia fiscale e ha lo scopo di agevolare i contribuenti che vogliano risolvere pendenze in materia tributaria”. Entrambe le possibilità citate da Borghi rientrerebbero in questa definizione.
Claudio Borghi: “Vorrei dire una cosa sul gettito della flat tax, fino adesso ogni volta che è stata sperimentata ha sempre portato un gettito uguale o addirittura superiore di quello del sistema ad aliquote” (In onda - La7).
Secondo una nota dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani gli esempi di adozioni della flat tax sono avvenuti in Estonia, Lituania, Lettonia, Russia, Ucraina, Slovacchia, Georgia, Romania. In tutti i casi, tranne Lituania, Lettonia e Russia, “l’introduzione della flat tax ha portato, nonostante l’ampliamento della base imponibile e le risposte comportamentali, una riduzione del livello di entrate rispetto al pil”.
Claudio Borghi: “Prendiamo per buono che lo spread si muova perché la gente nel mondo si spaventa e non perché, come penso io, la Bce ha gridato ai quattro venti che sta per finire il Qe […] che ogni volta veniva rinnovato. […] Noi abbiamo una lieve anomalia: che il debito pubblico dell’Eurozona non è garantito da una banca centrale, perché normalmente succede così […], perché in Ungheria non c’è lo spread anche se c’è Orban che è cattivissimo a vostro giudizio? Perché in Inghilterra nessuno si è preoccupato dello spread anche dopo la Brexit?” (In onda - La7).
L’affermazione di Borghi è corretta quando si concentra sul Regno Unito, che gode storicamente di un basso spread sui propri titoli pubblici rispetto a quelli tedeschi. Sbaglia tuttavia quando afferma che “in Ungheria non c’è lo spread”: in realtà solo nell’ultimo anno il differenziale ungherese ha raggiunto i 350 punti, per poi attestarsi a marzo attorno ai 250 punti. Infine, se Borghi sostiene che normalmente le banche centrali garantiscono il debito pubblico dei paesi che emettono la moneta nazionale, in realtà per la configurazione attuale dell’Eurozona la Bce – tramite le Omt – garantisce il debito dei paesi membri, mentre la Fed americana non tutela il debito degli stati americani, a differenza del debito federale, come sostiene Andrea Terzi su Lavoce.info.
Claudio Borghi: “Finiti gli incentivi siamo tornati ancora a ribloccarci [sull’occupazione]” (In onda - La7).
Dopo la fine della decontribuzione triennale per i contratti a tempo indeterminato introdotta con la legge di bilancio 2015, i dipendenti (vale a dire gli occupati favoriti dalla decontribuzione) sono continuati ad aumentare anche nel 2018, di 180 mila unità, sebbene quelli a tempo indeterminato siano calati. Anche gli occupati totali (tenendo conto anche degli autonomi) sono aumentati di quasi 200 mila lavoratori (dati Istat).
8 luglio 2018
Danilo Toninelli: “Abbiamo scoperto dopo due settimane che due navi di Ong, tra le più attive, battevano bandiera olandese in modo illegale, e che oltretutto non avevano le caratteristiche tecniche per poter soccorrere il numero di persone su cui normalmente intervenivano. Quindi violavano il codice di condotta varato dal precedente governo. Abbiamo fatto rispettare la legalità […]” (Il Fatto Quotidiano).
Affermando che le navi Lifeline e Seefuchs battano bandiera olandese illegalmente, Toninelli fa probabilmente riferimento al tweet della rappresentanza dei Paesi Bassi all’Unione europea, in cui si legge che le due navi non figurano nei registri navali del paese. Tuttavia le due navi risultano registrate presso il registro ufficiale dell’International maritime organization (Imo), che attesta che la Lifeline ha bandiera olandese, mentre la Seefuchs bandiera tedesca. Il motivo per cui la Lifeline non compare nei registri navali olandesi è dovuto al fatto che si tratta di un’imbarcazione di piccole dimensioni (fonte Reuters). E’ comunque inesatto affermare che le due navi siano apolidi e che battano bandiera olandese illegalmente. Per quanto riguarda il codice di condotta Minniti, esso non ha valore di legge, ma è equivalente a un accordo tra le parti di natura privatistica (fonte Asgi). Perciò è del tutto improprio parlare di violazione della legge.
Danilo Toninelli: “Un milione di persone è pronto a partire dalla Libia” (Il Fatto Quotidiano).
Secondo il sistema di monitoraggio Displacement tracking matrix dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, in Libia sono presenti quasi 700 mila migranti (il dato di aprile 2018, disponibile al momento della dichiarazione, segnalava 690.351 migranti). La stima di Toninelli è quindi esagerata. Inoltre, nessuno può affermare con certezza che i migranti presenti in Libia siano in procinto di partire. Anzitutto, la Libia è sempre stata anche un paese di destinazione e non soltanto di transito (fonte Oim). Non solo: secondo l’Oim la maggior parte delle persone che si trovano in Libia non intendono partire e non hanno un piano migratorio. Il Corriere della Sera ha consultato gli inviati dell’Onu in loco oltre ai funzionari del ministero dell’interno a Tripoli, i quali stimano che sono circa 200.000 i migranti che sperano di potersi imbarcare alla volta dell’Italia, o comunque delle coste europee, non un milione. L’affermazione di Toninelli non trova quindi riscontro in queste stime.
9 luglio 2018
Matteo Salvini: “Dallo sbarco all’esame del ricorso si arriva quasi a tre anni” (La Verità).
Secondo gli unici dati a disposizione (fonte Unhcr), riferiti al 2017, l’attesa media del richiedente asilo a partire dallo sbarco in Italia è pari in media a 13 mesi fino all’esito della commissione territoriale e – per chi ha ricevuto un diniego – 10 mesi e mezzo per conoscere l’esito del ricorso di primo grado. In totale dunque 24 mesi, non 3 anni. L’analisi prendeva in considerazione anche i dati sul ricorso in secondo grado e sulla Cassazione, ma il primo è stato abolito dal cosiddetto decreto Minniti-Orlando approvato nella primavera del 2017, mentre alla seconda accedono “pochissimi casi”. Proprio il decreto legge n.13 del 17 febbraio 2017 aveva ulteriormente ridotto i tempi burocratici delle richieste e dei ricorsi (fonte Agi) e dunque le tempistiche riportate vanno intese come approssimate per eccesso.
Matteo Salvini: “Abbiamo appena dirottato 42 milioni dal capitolo accoglienza al capitolo rimpatri” (La Verità).
Nel corso della conferenza stampa congiunta con il vicepremier libico Ahmet Maitig del 5 luglio 2018, Salvini aveva annunciato lo spostamento di 42 milioni di euro dall’accoglienza dei migranti ai rimpatri, sottolineando che il trasferimento di questi fondi era stato possibile dopo uno screening di tutti i progetti di “integrazione e accoglienza” in corso, finanziati sia dall’Italia sia dalla Ue (fonte Ansa). Come aveva riportato il giorno successivo la Repubblica, l’Unione europea aveva fatto sapere che nel caso quei 42 milioni provenissero da fondi comunitari, non era possibile spostarli a piacimento del governo da un progetto all’altro, considerato che sono fondi vincolati a scopi precisi e predeterminati. Non risulta che la questione abbia poi avuto seguito. Come riporta Agi, al 30 gennaio 2019 il governo ha in effetti stanziato delle risorse per il Fondo rimpatri: secondo l’articolo 6 del decreto sicurezza (bit.ly/2TA48uB), le risorse ammontano in totale a 3,5 milioni, di cui mezzo milione per l’anno da poco concluso. Non si tratta però di risorse nuove: la nuova disposizione sostituisce infatti una precedente, contenuta nella legge di Bilancio per il 2018 (legge 205/2018), all’articolo 1 co. 1122 lettera b). Questa già disponeva che nel triennio 2018-2020 venissero stanziati 3,5 milioni di euro per i rimpatri volontari. Il nuovo governo ha quindi semplicemente ricollocato risorse già previste per i rimpatri volontari alla voce rimpatri in via generale: sarà quindi possibile utilizzarle anche per i rimpatri coatti, cioè per le “espulsioni”. Inoltre, i rimpatri volontari sono invece stati specificamente finanziati con ulteriori 12,15 milioni di euro (di cui il 50 per cento proveniente dalla Ue) con un nuovo bando del ministero dell’Interno. Ma ad oggi le attività progettuali collegate non sono ancora state avviate. Non risultano a bilancio i 42 milioni di euro destinati ai rimpatri annunciati da Salvini.
11 luglio 2018
Erika Stefani: “Non è vero che l’immigrazione sosterrà il sistema previdenziale, anzi. Un operaio giunto dall’estero, con moglie e figli a carico, costa più di quel che versa” (Facebook).
Incrociando i dati del Mef con quelli Istat, ogni anno la Fondazione Leone Moressa calcola dettagliatamente il rapporto costi benefici degli immigrati in Italia. Secondo il rapporto del 2017 (quello disponibile al momento della dichiarazione), le entrate comprendono innanzitutto i versamenti Irpef degli immigrati, pari a più di 3 miliardi di euro. Al gettito Irpef sono poi aggiunte altre voci, per un totale 7,2 miliardi. Oltre al gettito fiscale, vanno poi considerati i contributi previdenziali: si può stimare che i 2,4 milioni di stranieri occupati in Italia abbiano versato complessivamente 11,5 miliardi di euro. Un dato che sommato ai 7,2 miliardi porta a 18,7 miliardi di euro di entrate. Per quanto riguarda i costi, si stimano uscite per 16,6 miliardi di euro. Il saldo tra entrate e uscite porta quindi a un risultato positivo per 2,1 miliardi di euro (fonte il Sole 24 Ore). Inoltre, una simulazione presentata nel 2017 dall’ex presidente dell’Inps Tito Boeri mostra che l’azzeramento dei flussi in entrata di contribuenti extracomunitari produrrebbe per il 2040 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps (fonte Inps).
12 luglio 2018
Matteo Salvini: “[La protezione umanitaria] oggi riguarda circa il 40 per cento delle domande a cui vien data risposta positiva, quindi “residuale” e 40 per cento non vanno d’accordo” (Facebook).
Qui Salvini sbaglia per difetto: in realtà la protezione umanitaria rappresenta quasi il 60 per cento degli esiti positivi, sia a giugno 2018 sia su tutto il 2017.
14 luglio 2018
Luigi Di Maio: “Quel numero [gli 8 mila posti di lavoro che si perderebbero in un anno a causa del Decreto Dignità] […] ci tengo a dirvi che è apparso nella relazione tecnica al decreto la notte prima che si inviasse il decreto al Presidente della Repubblica” (Facebook).
Come riporta La Stampa, la relazione tecnica con la stima dell’impatto occupazionale negativo del decreto Dignità è stata inviata dalla segreteria tecnica dell’Inps all’ufficio legislativo del ministero del Lavoro il 6 luglio 2018, sei giorni prima dell’emanazione del decreto da parte del Presidente della Repubblica, il 12 luglio.
16 luglio 2018
Luigi Di Maio: “Dalla fine del 2012 siamo passati da 3,1 milioni di contratti a tempo determinato a quasi 5 milioni di contratti a tempo determinato, a disoccupazione invariata” (Bersaglio mobile - La7).
I numeri coincidono con i dati del Rapporto annuale Inps di luglio 2018, ma l’errore sta nella definizione della grandezza in questione: Di Maio parla di contratti a tempo determinato, mentre i quasi 4,6 milioni annoverati dall’Inps sono la somma dei contratti a tempo determinato in senso stretto più i contratti stagionali, di apprendistato, a intermittenza e a somministrazione (l’insieme di queste categorie costituisce i cosiddetti contratti a termine).