Berlusconi e la difficoltà di fare opposizione al suo erede al governo

Al direttore - Ringrazio il legislatore belga per avermi risparmiato la fatica di una lettera spiritosa poiché apprendo dall’Ansa che “Il ricercato numero 1 degli attentati di Parigi, Salah Abdeslam, era stato verosimilmente localizzato a Molenbeek nella notte tra il 15 e il 16 novembre ma non poté essere arrestato perché il codice penale belga impedisce le perquisizioni notturne tra le 23 di sera e le 5 di mattina”.
Giuseppe De Filippi
Giuseppe De Filippi
Quando si dice la giustizia a orologeria.
Al direttore - Nell’editoriale di ieri leggo che se c’è una lezione francese per Berlusconi, è che Salvini va certamente accolto nel centrodestra ma il salvinismo va respinto. Sono d’accordo, ma nello stesso tempo rilevo che anche il salvinismo è nelle corde di Berlusconi, a cui preme soprattutto, dopo aver impedito che Forza Italia potesse avere un futuro e un erede, partecipare con le proprie forze economiche e mediatiche all’organizzazione – paradossalmente – di un fronte contro l’apparizione in Italia per la prima volta di una sinistra moderna e riformista. La mia risposta sulle ragioni di questo comportamento apparentemente inspiegabile di Berlusconi è che Berlusconi ha sempre fallito nell’arte di governare ma è stato e può essere micidiale e senza scrupoli nell’arte di fare opposizione contro i fantasmi che periodicamente agita.
Sandro Bondi
Sandro Bondi
Il problema di Berlusconi è che un erede ce l’ha eccome. Ed essendo questo erede un suo oppositore non può che essere complicato, per il partito di Berlusconi, opporsi con coerenza al suo erede oppositore. Immagino avrà capito di chi sto parlando.
Al direttore - La mozione motivata di sfiducia al singolo ministro (ieri contro Filippo Mancuso, oggi contro Maria Elena Boschi) non si addice alla democrazia parlamentare. In un parlamentarismo preso sul serio le opposizioni godono di ben altri strumenti di controllo dell’esecutivo. Ad esempio dovrebbe ritenersi “invalicabile” il limite al numero e alla materia dei decreti legge del governo. Quel limite ormai viene sistematicamente abbattuto: merito di Renzi, forse, ma certamente presidenti delle Camere e presidente della Repubblica sembrano aver fatto diventare quel passaggio a livello del tutto incustodito.
Luigi Compagna
Luigi Compagna
Al direttore - Oramai il logoramento è in atto e, in attesa che cada, il tiro al piccione sul premier è concentrico. Oddio si dirà che questa non è una novità da noi: se ci pensiamo bene lo stesso è accaduto ai governi precedenti come quelli di Berlusconi, Prodi e D’Alema e dico di più che se, per paradosso, dovesse comparire sulla scena politica un altro Churchill all’italiana possiamo stare certi che riceverebbe, dopo un po’, lo stesso trattamento. Nella sua ultima struggente fatica letteraria, Raffaele La Capria , riferendosi “alla distruzione metodica della bellezza dei nostri incomparabili paesaggi”, afferma che siamo “un popolo di scimmie”: parole sante facilmente estendibili alla politica. Forse gli italiani andrebbero lasciati perdere: sarebbe “cosa buona e giusta”.
Vincenzo Covelli
Vincenzo Covelli
Al direttore - A proposito di filantropia, al centro negli ultimi giorni di uno scambio vivace sulle pagine del Foglio, le proporrei un titolo: “Ferrero, Del Vecchio, Renzi, stupiteci!”. Abbiamo bisogno di una sorpresa, una rivoluzione che definirei della convenienza, non del buonismo. Lo snodo centrale, infatti, per quel che riguarda il nostro paese è che qui la filantropia e la solidarietà le fanno la classe media, non i ricchi. Mentre sarebbe giunto il tempo di chiamare in campo i Rockefeller italiani, di innescare un cambiamento del sistema che sostenga gli slanci filantropici del tipo che ci ha abbagliato dall’altra parte dell’oceano. Un italiano su 8 fa volontariato in Italia (il 12,6 per cento della popolazione secondo l’Istat, un trend in crescita visto che era il 10 per cento nel 2011) e in genere i nostri connazionali optano per le micro-donazioni. Fino a qualche anno fa le donazioni passavano soprattutto attraverso i bollettini postali, lo strumento preferito per esempio per le adozioni a distanza: una donazione piccola, in media va dai 200 ai 500 euro all’anno, che una famiglia di reddito anche medio-basso si può permettere, anzi più precisamente, sceglie di permettersi. Questa forma del sostegno a distanza attraverso contributi che, spalmati sui dodici mesi, pesano su una famiglia al massimo per 50 euro al mese, ha avuto una notevole diffusione nel Bel paese al punto che sono venute qui a promuovere le loro adozioni a distanza anche organizzazioni straniere. Invece la realtà – triste o meno, il punto è che è un dato di fatto – è che i ricchi in Italia i soldi se li tengono, tendenzialmente. Un paragone con l’America non vale, perché non c’è lo stesso contesto né legislativo né fiscale. In Italia una persona fisica può detrarre una donazione alle onlus fino al 26 per cento e dentro certi limiti, che aumentano e si complicano per le imprese; negli Usa invece si possono detrarre totalmente. Al momento è in discussione in Parlamento la legge delega sul No Profit, ma dal punto di vista degli sgravi fiscali non si annuncia molto audace, purtroppo. Quindi la provocazione che vorrei lanciare è questa: “Famiglia Ferrero, signor Leonardo Del Vecchio, signor Stefano Pessina, signor Giorgio Armani… (solo per citarne alcuni) stupiteci e spiazzateci! Donate metà del vostro patrimonio come ha fatto Zuckerberg e prima di lui Gates!”. Ma nello stesso tempo oserei chiedere a Renzi con la stessa forza: “Presidente, renda la donazione conveniente ai ricchi, faccia sì che donare sia detraibile totalmente sia per le imprese che per le persone. Se lo fa l’America, perché noi no?”. Vanno innescati dei meccanismi virtuosi per sviluppare il no profit: obbligo di bilanci certificati e pubblici per le onlus, possibilità di rendere l’Iva detraibile, controlli sostanziali e non formali, semplificazione dei vari regimi fiscali, imposizione di un tetto alle spese di raccolta fondi e comunicazione. Ma prima viene una scelta decisiva, un’opzione win-win: rendere la filantropia conveniente per tutti gli attori in gioco. Perché il mondo gira intorno al cardine della convenienza: non è questione di bontà e neppure di moralismi, solo di lungimiranza.
Giampaolo Silvestri, segretario generale Fondazione AVSI