La nudità è un vestito divino e non va presa alla lettera, come la verità (e certe pitture omosex)

27 OTT 15
Ultimo aggiornamento: 02:55 | 9 AGO 20
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La verità è spesso nuda, ma bisogna saper decrittarla e non tutti possono. Mentre scrivo, qui al Foglio, mi fa compagnia una cartolina raffigurante la così detta Venere Capitolina: se non fosse per il naso posticcio, direi che si tratta della perfezione sotto forma marmorea. Una perfezione nuda e casta. La dea sembra voler nascondere il proprio sesso con la mano sinistra aperta in un gesto di naturale, dolce protezione; l’altra mano si dirige invece verso il seno sinistro, ma più che coprirlo pare in procinto di sfiorarlo con il pollice. A guardarla con occhi nuovi, gli occhi dell’anima di cui parla Platone, viene il sospetto che Venere stia occultando un segreto, e che voglia indicare, più che svelare o celare. La castità, per i nostri avi, non corrispondeva all’astinenza, alla rinuncia, alla percezione autocolpevolizzante del femminino dilagata in occidente con il paolinismo. No, castità è uno stato dell’essere raggiungibile da una coppia capace di spiritualizzare la carnalità – insopprimibile! – di un legame erotico. Ad divos caste adeunto, recitano le XII Tavole. Agli dèi ci si accosta con questo stato di grazia, di venia, attributo di Venere, nume che riflette la legge dell’attrazione universale antropomorfizzata secondo i canoni della bellezza suprema, una Venustà che irradia forza (vis) e (et) amore (amor) dalle sorgenti primigenie dell’energia cosmica: il cuore (ecco il seno sinistro sfiorato dalla dea!) e il sesso (coperto dalla mano sinistra di Venere, con le dita aperte a indicare il numero cinque, la Stella del mattino, il pentalfa dei pitagorici che vi riconoscono il segno geroglifico del microcosmo interiore da armonizzare con la natura animata di presenze immateriali…).
Obiezione: e che ci dici delle numerose, frenetiche scene di accoppiamenti espliciti ritrovati a Pompei, così come in tante pitture vascolari o tombali? Dovrei ripetermi: mai accontentarsi dell’apparenza. Nella Tomba dei Tori, a Tarquinia, è dipinta una scena in cui un toro, con un volto barbato, umanoide e visibilmente eccitato, sta puntando una coppia di uomini impegnata in un rapporto anale. Colui che monta (parte attiva) ha la pelle di un rosso vivissimo rispetto a colui che riceve il seme (parte passiva) e lo fa, ricurvo, appoggiandosi a un giovane alberello. L’immagine è oggetto di studi e congetture, una delle quali in particolare suggerisce che il rapporto omosessuale non sia che il travestimento di una pratica magico-botanica derivata dall’oriente mesopotamico e centrata sulla “naturale-non-naturalezza” dell’innesto. Chissà. Non si può dire che Romani, Etruschi ed Elleni condividessero un’unica idea dell’eros. E non nego che una certa lascivia si sia affacciata dall’età classica, sopravvivendo (ingigantita e sempre più volgarizzata) fin nell’evo moderno e in modo curioso nella Grecia contemporanea: ho conosciuto innumerevoli bagni termali in Italia e all’estero, ma in nessun luogo come a Paros o a Samotracia (l’isola di Catmile-Ganimede!) mi è capitato di ricevere tanti inviti a condividere la nudità maschile con i nativi Elleni. Questione di abitudini… Eppure io resto convinto che la nudità pubblica, come la verità, sia un vestito divino da indossare con cura e prudenza.