Assad galvanizza la base con il “voto” e se ne frega del resto

La rielezione del presidente Bashar el Assad in Siria può essere vista come “una farsa crudele” dall’esterno – la definizione è dell’attivista siriano Amal Hanano in un pezzo su Vice News – e come un’affermazione del proprio potere davanti alla base che lo sostiene, all’interno del paese – uno schiaffo a quella frase dell’Amministrazione americana del 2011, “i giorni di Assad sono contati”. Il presidente siriano è stato riconfermato con l’88,7 per cento dei voti. L’affluenza di martedì è stata pari al 73,4 per cento dei votanti.
6 GIU 14
Ultimo aggiornamento: 10:16 | 18 AGO 20
Immagine di Assad galvanizza la base con il “voto” e se ne frega del resto
La rielezione del presidente Bashar el Assad in Siria può essere vista come “una farsa crudele” dall’esterno – la definizione è dell’attivista siriano Amal Hanano in un pezzo su Vice News – e come un’affermazione del proprio potere davanti alla base che lo sostiene, all’interno del paese – uno schiaffo a quella frase dell’Amministrazione americana del 2011, “i giorni di Assad sono contati”.
Il presidente siriano è stato riconfermato con l’88,7 per cento dei voti. L’affluenza di martedì è stata pari al 73,4 per cento dei votanti. Questi dati forniti dal governo siriano sono entrambi discutibili da parecchi punti di vista. Dopo tre anni di guerra, quasi metà della popolazione della Siria vive in aree fuori dal controllo del governo, o si è spostata in campi profughi all’estero o comunque è lontana dal suo luogo di residenza e non può votare – eppure l’affluenza è stata altissima. Ci sono casi evidenti di broglio, documentati con foto e testimonianze dirette. La corrispondente del New York Times, Anne Barnard, racconta di un uomo che le annuncia festante di avere votato cinque volte e anche il figlio dodicenne accanto dice “Ho votato anch’io!”. Ci sono stati casi di voti mandati via smartphone, assieme a una foto del documento d’identità. L’alta affluenza ai seggi aperti in Libano è stata certamente aiutata dalla voce sparsa tra i profughi siriani che chi non avesse votato avrebbe avuto problemi a rientrare in patria.
I media e la piccola politica di Damasco non hanno evitato che queste elezioni sapessero di farsa. Ci sono stati giornalisti che si sono fatti cogliere in diretta mentre istruivano gli astanti: “Dài, vogliamo discorsi positivi”, oppure che hanno tentato invano di trovare un elettore per i candidati alternativi al presidente in collegamenti progressivamente sempre più imbarazzanti dalla strada. Il candidato contro Assad, Hassan al Nouri, ha dichiarato che i siriani avrebbero fatto bene a votare Assad per il futuro del paese – “Una tattica elettorale inusuale”, ha commentato un inviato della Bbc.
Eppure, il significato per la base è stato immenso e ha contato, come provano i lunghi festeggiamenti da Beirut a Damasco a Latakia, città in maggioranza alawita sulla costa. Ci sono circa una decina di morti per colpa dei colpi d’arma da fuoco sparati in aria per la gioia, ci sono stati caroselli di macchine e festeggiamenti in piazza. C’è ancora collegamento tra il presidente e i suoi – e non è una cosa scontata. La guerra d’attrito contro l’insurrezione ha logorato il paese, c’è malcontento per la posizione apocalittica in cui il regime ha incastrato la minoranza alawita e le altre minoranze – o sopravviviamo noi o loro – ci sono state nei mesi scorsi notizie di scontri tra le milizie create per difendere il regime – che si stanno trasformando in bande di uomini armati. Il rapporto con il regime è anche indebolito dalla forzosa disconnessione del rais con la sua gente, a causa delle preoccupazioni per la sicurezza. Il presidente ha votato e si è fatto pure scattare un selfie assieme agli entusiasti, giovani elettori presenti nel seggio, ma tutta l’operazione non è andata in diretta tv, per non esporre Assad ad attacchi, pure nel centro della capitale. Il ricordo della bomba che nel luglio 2011 spazzò via quasi tutto il suo stato maggiore di militari e servizi d’intelligence in uno dei palazzi teoricamente più sicuri di Damasco è vivo e se possibile oggi la situazione è ancora più incerta.
Invece, Assad è ancora identificato dalla sua base come l’unico futuro e l’unico leader possibile, anche dopo anni di tribolazioni di guerra.

Risultato inferiore a quello di Al Sisi Per la prima volta, il voto per Assad è sceso sotto il 95 per cento – 88 per cento, molto meno rispetto alle consultazioni precedenti, che però erano soltanto referendum quindi senza oppositori (questa volta gli oppositori erano di facciata, selezionati e approvati da una commissione del partito Baath, ma la somiglianza con elezioni reali era più forte). Il risultato è sotto quello ottenuto dall’ex generale Abdul Fattah al Sisi in Egitto, che una settimana prima è stato eletto con il 97 per cento.
La campagna elettorale di Assad è stata tutta centrata sulla sua gente, sulla popolazione e non sulla sua figura – al netto dell’onnipresente culto della personalità per lui e la famiglia Assad. “Sawa”, insieme, era il motto. Diverso da quello assai più personale del 2007: “Noi vi amiamo”. Gli spot politici hanno tutti per protagonisti siriani che assieme fanno qualcosa, buttano giù un muro per rivedere la luce, coprono una parete scarabocchiata di slogan politici con un bel murale e così via. “Assieme, siamo più forti”. “Assieme, resisteremo”. “Assieme ricostruiremo”. “Assieme, faremo tornare forte la sterlina siriana”. “Assieme, faremo tornare la Siria alla sua bellezza”.
Il governo siriano ha riaffermato il suo potere organizzativo sulle città più grandi del paese, ha dimostrato di essere connesso con la sua base e ha galvanizzato i lealisti. Il parere del mondo esterno in questo atto contava poco.