Populismo espiatorio
L’avanzata dei “populisti” in occasione delle elezioni europee del 25 maggio è un assunto praticamente indiscutibile in ogni talk-show o inchiesta giornalistica che si rispetti. Quale che sia il peso effettivo del Parlamento di Bruxelles-Strasburgo per le sorti del continente, infatti, non c’è sondaggio che non rilevi l’impennata di consensi per i partiti anti establishment, euroscettici e arrabbiati, dal Front national di Marine Le Pen allo United Kingdom Independence Party di Nigel Farage, passanto per il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo in Italia.

L’avanzata dei “populisti” in occasione delle elezioni europee del 25 maggio è un assunto praticamente indiscutibile in ogni talk-show o inchiesta giornalistica che si rispetti. Quale che sia il peso effettivo del Parlamento di Bruxelles-Strasburgo per le sorti del continente, infatti, non c’è sondaggio che non rilevi l’impennata di consensi per i partiti anti establishment, euroscettici e arrabbiati, dal Front national di Marine Le Pen allo United Kingdom Independence Party di Nigel Farage, passanto per il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo in Italia. Allo stesso modo pare indiscutibile che i cittadini europei abbiano deciso, in questo modo, di “mandare un segnale” all’Unione europea e ai governi nazionali. Votare le estreme, dunque, è l’ultimo modo rimasto all’elettore per far capire ai partiti politici che la loro “offerta” è diventata indigeribile. Il ragionamento in apparenza fila, ma è “fallace e autoconsolatorio”. Se i populisti trionfano – sostiene invece il politologo inglese Matthew Flinders – il problema è nella “domanda politica più che nell’offerta”, il baco cioè è “negli elettori più che negli eletti”. Lo studioso dell’Università di Sheffield – di cui il Mulino ha appena tradotto in italiano “In difesa della politica” – al Foglio dice che il successo dei populisti dovrebbe “suonare la sveglia più per noi cittadini che per la classe politica. Dovrebbe farci ragionare sul nostro livello di maturità più che sull’incapacità degli eletti”.
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Tesi controintuitiva che però si fonda su una lunga analisi dei sistemi politici occidentali che ha condotto Flinders alla seguente conclusione: “Le aspettative e le domande del pubblico nei confronti del sistema politico sono divenute talmente dirette, intense e irrealistiche che il ‘fallimento’ della democrazia è praticamente assicurato”. Detto altrimenti: abbiamo aspettative sempre più esorbitanti e fuori luogo alle quali è fisiologico che i politici non possano rispondere. Da qui la frustrazione diffusa che si accumula nelle democrazie, specie in momenti di crisi. “La politica democratica è come un matrimonio. Durante la luna di miele, si ragiona come se il resto della vita abbia a mantenersi sempre allo stesso livello di felicità e spensieratezza. Si fanno promesse che si rispettano, poi con gli anni si fanno ancora altre promesse. A un certo punto però, nella vita di coppia, è meglio essere onesti e mettere in chiaro che la scelta ‘x’ non la condividiamo e quella ‘y’ non è alla nostra portata. Dai politici, invece, noi cittadini esigiamo che continuino a farci promesse e a realizzarle. Salvo poi restare sistematicamente delusi quando i loro limiti diventano evidenti”. Così finiamo per sperare in movimenti populistici che promettono “soluzioni semplici e immediate ai nostri problemi”. Questa tendenza, per varie ragioni, negli ultimi decenni è diventata una sorta di “legge ferrea” del ciclo democratico.
Flinders per esempio torna sul concetto di “Coca Light culture” coniato dal politologo statunitense Nathan Gardels: “Oggi il pubblico domanda servizi pubblici migliori, ma poi non è disposto a pagare imposte più alte o ad andare in pensione più tardi. E’ come voler mangiare dolciumi senza però voler ingrassare”. Complice la crisi economica iniziata nel 2008 e più in generale “la fine dell’età dell’abbondanza”, il “gap delle aspettative” tra elettori ed eletti è destinato ad allargarsi.
Come colmarlo? “O si aumenta l’offerta della politica. O si riduce la domanda degli elettori. O si combinano le opzioni 1 e 2 chiudendo il gap da sopra e da sotto. Di certo l’opzione 1 non è praticabile per il semplice fatto che le domande del pubblico sono insaziabili, i problemi che attanagliano le società sono troppo complessi, le risorse disponibili sono insufficienti”. Nell’Europa appesantita da enormi debiti pubblici, siano essi originati da spesa pubblica improduttiva accumulata negli anni o da salvataggi bancari improvvisi, i risultati delle aspettative esagerate rispetto all’offerta, del “predominio eccessivo dei diritti sulle responsabilità”, sono sotto gli occhi di tutti. Lo ammette anche Flinders, che pure non nasconde le sue preferenze politiche liberal e ritiene che proprio il diffondersi dei meccanismi di mercato, con annessa “ascesa del cittadino-consumatore”, abbia rafforzato “le domande individualizzate a discapito di richieste che tengano conto degli equilibri collettivi, anche quando rivolte al settore pubblico che naturalmente ha risorse limitate”.
Così pressati, i politici a volte hanno tentato vie d’uscita che hanno finito per aggravare la loro posizione: “Ricorrono a metodi sempre più estremi per gestire le domande irrealistiche del pubblico. In primis, hanno delegato i loro compiti a organizzazioni, istituti burocratici e tecnocratici che si collocano in un’opaca zona grigia”. Flinders parla di “sistematica spoliticizzazione”, i cui effetti però, come dimostra la retorica anti tecnocratica così diffusa in Europa, rischiano di essere peggiori del male che s’intendeva curare: “Questa zona grigia tecnocratica è diventata l’arena in cui scaricare le tensioni con l’opinione pubblica, per frenare la propensione all’adozione di politiche espansive reintroducendo un po’ di logica di disciplina”. Una scorciatoia troppo ripida, secondo Flinders, che così spiega l’inquietudine verso l’Ue trasformata nel “crogiuolo per eccellenza di una governance tecnocratica spoliticizzata e le cui istituzioni si collocano al centro di una proliferante ragnatela di agenzie indipendenti, la cui responsabilità è lontana e dispersa”.
Nel sistema che rende i politici delle “vittime predestinate”, non va sottovalutato poi il ruolo dei mezzi d’informazione. Flinders da una parte punta il dito contro l’ossessione per “sensazionalismo e cattive notizie” che sembra muovere il mercato dei media: “Gli organi di informazione sono ridotti così a poco più di un’istituzione che si cimenta in teatrini mediatici volti a distruggere la fiducia del pubblico nei politici presi di mira, a propagare l’indifferenza rispetto alle complicazioni con cui la politica deve misurarsi nella vita reale, e a rifiutare l’idea che il potere dei media comporti delle responsabilità”. Dall’altra parte il politologo inglese smonta la pretesa che esista “una terra promessa della trasparenza”. Cita il tormentone Wikileaks, con le decine di migliaia di documenti governativi riversati sul Web o nelle caselle e-mail di alcune fortunate testate internazionali: “Torno alla metafora del matrimonio. Nell’ambito di un rapporto normalissimo, ci possono essere cose che si ritiene di non dover dire al proprio partner o ai propri figli, o temi che non si ritiene di dover discutere. Davvero pensiamo che in politica d’un tratto non debbano esserci decisioni prese in segreto o che non possano essere fatte delle scelte sulla base di informazioni sbagliate?”. Ecco un’altra fonte di frustrazione del cittadino-elettore: “Oggi abbiamo molti più dati e informazioni sul potere politico rispetto a soli trent’anni fa, però non sappiamo che farcene. I media non ci forniscono gli strumenti necessari. Quando penso a questo paradosso della ‘democrazia del monitoraggio’, come la chiama il politologo John Keane, mi viene in mente la poesia di Stevie Smith (m. 1971) ‘Non facevo ciao, annegavo’”.
Per queste e altre ragioni noi europei siamo spinti a “scaricare sui politici le colpe di tutti i mali del mondo, a mo’ di efficace anestetico emotivo”. Alle elezioni di fine maggio, un’affermazione elettorale dei partiti populisti dirà molto di noi, ancor prima che della nostra classe politica: “Max Weber diceva che ‘nessuna etica del mondo può prescindere dal fatto che il raggiungimento di fini buoni è il più delle volte accompagnato dall’uso di mezzi sospetti o perlomeno pericolosi’”. Ecco, conclude Flinders, “se premieremo le soluzioni facili dei populisti vorrà dire, per usare le parole del sociologo tedesco, che saremo regrediti a una visione ‘infantile’ della democrazia”.