Nella Woodstock del jihad c'è pure chi rimpiange un re

"Il ritorno della famiglia reale dei Senussi è la soluzione per garantire che la sicurezza e la stabilità siano restaurate in Libia". Lo ha detto il ministro degli Esteri libico Mohammed Abdelaziz a conclusione del summit dei capi della diplomazia della Lega Araba riuniti in Kuwait lo scorso marzo. Sebbene l'idea di un ritorno alla monarchia non sia una novità assoluta dopo il rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi, è stata la prima volta che un membro del governo abbia sollevato l'ipotesi; dal 2012 il “Movimento per il ritorno della monarchia dei Senussi” in Libia ha raccolto sempre più consensi: è un gruppo composto da nostalgici, perlopiù stanziati all’estero, che ha aperto anche una pagina Facebook con oltre 11 mila apprezzamenti.
8 MAG 14
Ultimo aggiornamento: 17:30 | 15 AGO 20
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"Il ritorno della famiglia reale dei Senussi è la soluzione per garantire che la sicurezza e la stabilità siano restaurate in Libia". Lo ha detto il ministro degli Esteri libico Mohammed Abdelaziz a conclusione del summit dei capi della diplomazia della Lega Araba riuniti in Kuwait lo scorso marzo. Sebbene l'idea di un ritorno alla monarchia non sia una novità assoluta dopo il rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi, è stata la prima volta che un membro del governo abbia sollevato l'ipotesi; dal 2012 il “Movimento per il ritorno della monarchia dei Senussi” in Libia ha raccolto sempre più consensi: è un gruppo composto da nostalgici, perlopiù stanziati all’estero, che ha aperto anche una pagina Facebook con oltre 11 mila apprezzamenti. “Abdelaziz ha dato voce finalmente a un sentimento largamente condiviso da molti libici”, hanno fatto sapere alcuni membri del movimento. La nostalgia dei Senussi, che rimasero al potere dall’indipendenza del 1951 fino al colpo di stato di Gheddafi nel 1969, nasconde l'incapacità dei tanti governi che si sono insediati dal 2011 ad oggi. Ora la Libia è un “melting pot” di milizie che rifiutano di riconoscere le autorità di Tripoli e di confluire in un esercito nazionale. Ognuna di esse è il braccio armato di una vasta costellazione di gruppi tribali, un tempo tenuti insieme solo dalle teorie nazionaliste ed egualitariste di Gheddafi. Non solo. L'afflusso massiccio di jihadisti legati ad al Qaeda ha reso il paese ancora più instabile e le milizie islamiche hanno trovato in Libia il luogo ideale da dove coordinare le proprie operazioni nell’intero Sahel. Il vuoto di potere e l'incapacità delle istituzioni di esercitare una sovranità effettiva, sia lungo le aree costiere sia nelle province più meridionali e desertiche del Fezzan, ha così permesso ai miliziani islamisti di spostarsi in Libia. Tra questi, Ansar al Sharia, la milizia responsabile dell'uccisione di quattro americani tra cui l'ambasciatore americano Chris Stevens nell’ottobre 2012, al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) e la brigata di al Mulathamin. Interpellato dal Daily Beast, un funzionario degli Stati Uniti ha definito la Libia un paese allo sbando, "la Woodstock del jihadismo", data l'anarchia in cui versa il paese. Eppure, sin dall’uccisione di Stevens, anche gli americani hanno subito sconfitte pesanti nel tentativo di arginare i gruppi jihadisti. Il mese scorso un campo d'addestramento voluto e finanziato dagli Stati Uniti per addestrare le forze regolari libiche (il cosiddetto "Campo 27") è stato attaccato e occupato dalle milizie jihadiste guidate da Ibrahim Ali Abu Bakr Tantoush. Sebbene non rappresenti una minaccia imminente per Washington, almeno non come la Siria, lo scenario che si va delineando in Libia ricorda l'Afghanistan che tra gli Anni '80 e i [**Video_box_2**]'90 divenne la destinazione preferita dagli estremisti islamici. Il paese è diventato un punto di passaggio per gli aspiranti jihadisti, i quali vengono successivamente inviati sui vari fronti mediorientali, come per esempio 'Iraq. Un hub del terrorismo nel Mediterraneo.
Tutti i tentativi delle autorità libiche di imporre una sembianza di stato di diritto sono falliti, a iniziare dagli sforzi per creare un esercito nazionale efficiente. Così, dopo che nell'ottobre scorso il premier Ali Zintan era stato rapito da un commando armato, le istituzioni hanno recentemente dato prova di un ulteriore segno di debolezza. Lo scorso 29 aprile, al momento dell'elezione del quinto premier dalla caduta di Gheddafi (il terzo nel giro di due mesi), l'aula parlamentare è stata assaltata da un gruppo di miliziani, imponendo lo slittamento della votazione. Lo stesso senso di impotenza si evince dalle recenti vicissitudini del sistema giudiziario libico, che la ricercatrice di Human Rights Watch, Hanan Salah, ha definito "un pandemonio". All'inizio di aprile, una televisione di stato ha trasmesso la confessione pubblica rilasciata da uno dei figli di Gheddafi, Saadi, già catturato in Niger ed estradato in Libia. Saadi ha chiesto perdono al popolo libico per aver contribuito alla destabilizzazione del paese e ha ammesso di aver tramato contro le istituzioni di Tripoli. La sua spontaneità è stata messa in dubbio da diverse Ong che hanno accusato la polizia libica di aver estorto la confessione facendo ricorso alla tortura. Lo stesso trattamento, del resto, è stato riservato dalle milizie anti-governative a diversi procuratori, giudici, avvocati e testimoni legati a processi condotti contro membri dei comandi armati. Degli oltre 6 mila detenuti, secondo il ministero del Giustizia di Tripoli, solo 600 sono stati sottoposti al giudizio di una corte e hanno ricevuto una regolare sentenza. Intanto, il procuratore generale ha avviato il processo di 38 ex membri dell’establishment di Gheddafi. Tra questi compaiono anche l’altro figlio di Gheddafi, Saif al Islam, detenuto sulle montagne di Zintan, e l’ex comandante dell’intelligence del regime, Abdullah Sanussi, detenuto a Tripoli. Entrambi, oltre a non essere assistiti da un avvocato, sarebbero privati di diversi diritti fondamentali durante la detenzione, secondo quanto denunciato da Human Rights Watch.