Votare, non rimpastare
Le capriole lessicali utilizzate in questi giorni dagli sventurati ministri del governo Letta, “serve un cambio di passo”, “ora via al rinnovamento”, “comincia la fase due”, “adesso non ci sono più alibi”, possono aiutare ad addolcire la pillola e aiutare il presidente del Consiglio a camuffare la vecchia e polverosa liturgia del rimpasto di governo, ma non sono sufficienti a nascondere una verità elementare che è la grande contraddizione di questo “straordinario” governo cadente.

Le capriole lessicali utilizzate in questi giorni dagli sventurati ministri del governo Letta, “serve un cambio di passo”, “ora via al rinnovamento”, “comincia la fase due”, “adesso non ci sono più alibi”, possono aiutare ad addolcire la pillola e aiutare il presidente del Consiglio a camuffare la vecchia e polverosa liturgia del rimpasto di governo, ma non sono sufficienti a nascondere una verità elementare che è la grande contraddizione di questo “straordinario” governo cadente. Diciamo “straordinario” perché il governo, come è noto, era nato per far fronte a una situazione non ordinaria, perché il presidente della Repubblica aveva deciso di affidare a Enrico Letta il compito di guidare un esecutivo mai visto prima, di grande coalizione, per risolvere urgentemente alcuni cruciali problemi del paese e perché lo stesso Letta, nel suo discorso di insediamento, aveva ammesso che il governo sarebbe andato avanti solo se ne sarebbe valsa la pena, quindi “non a tutti i costi”. La scelta, condivisa da Enrico Letta e da Giorgio Napolitano, di voler salvare il governo sostituendo alcuni pedoni, procedendo dunque al famigerato “rinnovamento”, o rimpasto, rischia di essere solo un modo come un altro di guardare il dito al posto della luna, e di nascondere sotto il tappeto una questione difficile da negare: un governo straordinario – cioè che deve andare avanti solo se ha senso e non a tutti i costi – se oggi si ritrova nelle condizioni di dover cambiare i pezzi pur di andare avanti (dunque il contrario della premessa) non può rincorrere le ombre e scaricare la responsabilità su questo o quel ministro, ma deve ammettere che ha fallito. Ha fallito la sua missione il governo, non Nunzia De Girolamo o Fabrizio Saccomanni, o Flavio Zanonato o Enrico Giovannini. Molto più semplicemente il problema è il governo. Nascondere dietro la sostituzione di qualche ministro la realtà dei fatti, ovvero l’incapacità dell’esecutivo di governare, è un controsenso che non produrrà un tuffo purificatore nelle acque del Giordano, ma avrà come unico effetto il prolungamento dell’inutilità del governo. Gli indizi che anche un maestro di razionalità politica come Giorgio Napolitano veda ormai la cose in questo modo e punti a ottenere una buona legge elettorale per portare il paese alle elezioni sono chiari. E in questa partita suona un po’ grottesca anche la posizione di Renzi. Il segretario del Pd ieri ha incontrato il presidente della Repubblica e gli ha ribadito il suo “no” all’idea di un rimpasto. Il no di Renzi suona sospetto e sembra motivato dalla sola volontà di non sporcarsi le mani con questo governo. Del resto, il solo scenario ancora più surreale di quello di un governo “straordinario” ma che tira a campare a colpi di rimpasto, sarebbe quello di un segretario del Pd che accetta di prolungare questo governo sostituendo qualche pedone, ma senza avere il coraggio di metterci la faccia. Dunque, se Renzi fa bene a dire no al rimpast, fa invece male a negare l’evidenza: che questo governo oggi ha senso solo se ci porta verso nuove elezioni.