Tutti quei grilli americani per la testa dell’europeo Draghi

Oggi Ben Bernanke, alla sua ultima conferenza stampa come governatore della Federal reserve prima di lasciare il posto a Janet Yellen da gennaio, sarà più che mai sotto osservazione. Non foss’altro perché questa volta le sue decisioni sulla politica monetaria, fino all’immediata vigilia della riunione della Federal Open Market Committee, sono apparse imperscrutabili. Bloomberg, Reuters e Wall Street Journal, da settimane, si esercitano nei loro sondaggi predittivi, chiedendo agli esperti se la Fed avvierà già questa sera il cosiddetto “tapering”, cioè la riduzione di alcuni stimoli monetari straordinari, o aspetterà ancora.
17 DIC 13
Ultimo aggiornamento: 22:55 | 10 AGO 20
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Oggi Ben Bernanke, alla sua ultima conferenza stampa come governatore della Federal reserve prima di lasciare il posto a Janet Yellen da gennaio, sarà più che mai sotto osservazione. Non foss’altro perché questa volta le sue decisioni sulla politica monetaria, fino all’immediata vigilia della riunione della Federal Open Market Committee, sono apparse imperscrutabili. Bloomberg, Reuters e Wall Street Journal, da settimane, si esercitano nei loro sondaggi predittivi, chiedendo agli esperti se la Fed avvierà già questa sera il cosiddetto “tapering”, cioè la riduzione di alcuni stimoli monetari straordinari, o aspetterà ancora. Le risposte degli economisti, però, sono inservibili: non esiste maggioranza netta; un quarto degli intervistati dice che il tapering inizierà stasera, un terzo dice che bisognerà attendere la fine di gennaio, un altro terzo punta su marzo e una piccolissima minoranza rimanda a un periodo ancora successivo. Né le decisioni (o le non decisioni) di Bernanke influenzeranno soltanto gli Stati Uniti. Se gli acquisti mensili di asset per 85 miliardi di dollari verranno ridotti, avviando la fine progressiva del Quantitative easing (allentamento monetario), vorrà dire che si ritiene l’economia statunitense su un sentiero di crescita duraturo e sostenibile. Tuttavia gli investitori internazionali di recente hanno mostrato pure grande sensibilità, si fa per dire, e quindi un effetto-panico non è da escludere. In molti, infatti, non sono pronti a ostentare l’ottimismo del cancelliere dello Scacchiere inglese, George Osborne, che ieri sul Wall Street Journal ha motivato il suo “netto no” a chiunque gli chieda se il destino di Stati Uniti e Regno Unito non sia quello della “stagnazione secolare”. Anche l’Europa, nel caso in cui Bernanke frenasse lo stimolo monetario, potrebbe essere investita dall’onda lunga. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, nella sua ultima apparizione a Francoforte di due settimane fa, si è mostrato rassicurante: gli investitori avrebbero già smaltito le paure in eccesso la scorsa estate, riposizionandosi dopo che il termine “tapering” fu utilizzato per la prima volta da Bernanke. Allora Borse e flussi finanziari internazionali furono terremotati, alcuni dissero che il governatore della Fed aveva esagerato in allarmismo, molti altri dissero che gli allarmisti erano “i mercati”. Fatto sta che lo scossone ci fu.
Così oggi e domani, ha notato qualche osservatore più malizioso, mentre la Fed sarà riunita, anche i governatori delle Banche centrali dell’area euro hanno fatto in modo di non restare con le mani in mano. Proprio per queste ore è stato convocato infatti un Consiglio direttivo della Bce che potrebbe essere il luogo migliore per fornire ipotetiche risposte ad altrettanto ipotetici choc in arrivo dall’altra parte dell’Atlantico.
Le mosse di Bernanke, comunque, non sono l’unico grillo americano per la testa di Draghi e colleghi. Da qualche settimana, ormai, si susseguono le dichiarazioni di esponenti della Banca centrale sulla possibile emulazione del Quantitative easing introdotto dalla Fed. Il belga Peter Praet, capo economista e membro del Comitato esecutivo della Bce, è stato il primo, nel novembre scorso, a dire che la Bce non lascerà nulla di intentato, che “anche la capacità di bilancio delle Banche centrali può essere usata” e che ciò “include gli acquisti diretti di asset che ogni Banca centrale può fare”. “E’ solo una possibilità, e nulla più; tutto è possibile”, è stata la smentita-che-conferma del numero due della Bce, il portoghese Vitor Constâncio. Senza entrare nei dettagli, lo stesso Draghi a inizio mese ha rivendicato di avere a disposizione “un’artiglieria pesante”, e ha confermato indirettamente che la Bce sta riflettendo su come affinare un possibile nuovo round di operazioni di rifinanziamento a lungo termine per gli istituti di credito (Ltro), del tipo di quelle già predisposte tra fine 2011 e inizio 2012, tenendo presente pure che la politica monetaria ha bisogno di più tempo per avere effetto quando è in corso un processo di “deleveraging” (o riduzione dell’indebitamento) da parte di banche e aziende. Nulla rimarrà intentato, dunque, soprattutto se l’andamento dell’inflazione continuerà a essere troppo contenuto e lontano dall’obiettivo statutario del 2 per cento. Il cambiamento di equilibri all’interno della Bce, certo, è un fattore da considerare. Dopo la dipartita di Jörg Asmussen, membro del Consiglio direttivo che torna a Berlino per un posto nel governo Merkel III, “un costruttore di ponti tra Draghi e l’opinione pubblica tedesca” come l’ha definito ieri il Financial Times nel suo primo editoriale non firmato, a Francoforte – assicurava ancora ieri la Reuters – arriverà Sabine Lautenschläger, donna, 49 anni, vicepresidente della Bundesbank e soprattutto su posizioni di politica monetaria considerate “più ortodosse”, e quindi per semplificare “più restrittive”.

Studi attorno al guru monetario Woodford
Nella Bce a guida Draghi, però, la linea di condotta rimane comunque quella del “whatever it takes”, cioè si farà “tutto il necessario” per salvare l’euro. Di conseguenza, non solo si scrutano le mosse della Fed e si studiano altre possibili scelte espansive per il prossimo anno: anche la ricerca teorica degli uffici di Francoforte, secondo quanto risulta al Foglio, continua a spaziare a 360 gradi per espressa volontà dei vertici. Agli economisti della Bce, così come a studiosi vicini all’Istituto, di recente è stato dato per esempio l’input di approfondire ulteriormente le tesi dello statunitense Michael Woodford, professore alla Columbia e considerato un’autorità indiscussa nella politica monetaria. Un guru che a 57 anni è già in odore di Nobel, interprete tra i più originali dei modelli neokeynesiani. Quelli secondo cui, per semplificare, l’obiettivo dell’inflazione va perseguito non solo guardando agli aggregati monetari (come vorrebbero i più ortodossi monetaristi), ma manovrando i tassi, affiancando pure inflation targeting e Quantitative easing se necessario. Più schivo dell’ex collega Bernanke, nell’agosto 2012 Woodford monopolizzò l’incontro dei banchieri centrali di Jackson Hole con la sua presentazione. Nell’arco dei tre mesi successivi, le due tesi fondamentali del suo discorso furono poi messe in pratica dalla Fed di Bernanke: che a settembre iniziò ad acquistare obbligazioni con in pancia i mutui ipotecari (non più solo titoli di stato), poi a dicembre annunciò che i tassi di riferimento sarebbero rimasti a zero fino a che la disoccupazione non fosse scesa al 6,5 per cento (proprio la forward guidance di cui Woodford è teorico). Ecco un altro grillo americano per la testa dell’europeo Draghi.