Così la politica di Madrid si è vaccinata dal passatismo

Le lodi del Fondo monetario internazionale, ormai lo sanno bene i politici di mezzo mondo, possono essere un’arma a doppio taglio nelle mani dell’opinione pubblica. Le promozioni da parte delle agenzie di rating potranno ringalluzzire gli investitori alla vigilia di un’asta di bond statali, ma per definizione quei giudizi sono mutevoli e non sempre attendibili. Tuttavia è difficile negare che la Spagna, a dispetto di un tasso di disoccupazione al 27 per cento, abbia uno slancio e una prospettiva che mancano in altri paesi dell’Europa meridionale (Italia inclusa).
30 NOV 13
Ultimo aggiornamento: 14:10 | 23 AGO 20
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Le lodi del Fondo monetario internazionale, ormai lo sanno bene i politici di mezzo mondo, possono essere un’arma a doppio taglio nelle mani dell’opinione pubblica. Le promozioni da parte delle agenzie di rating potranno ringalluzzire gli investitori alla vigilia di un’asta di bond statali, ma per definizione quei giudizi sono mutevoli e non sempre attendibili. Tuttavia è difficile negare che la Spagna, a dispetto di un tasso di disoccupazione al 27 per cento, abbia uno slancio e una prospettiva che mancano in altri paesi dell’Europa meridionale (Italia inclusa). Il merito è innanzitutto delle modalità e dello stile con cui l’establishment politico-economico governa, della sua “maggiore capacità di reazione” alla crisi, della scelta di “confrontarsi sulle politiche invece che su altro” e della scelta di “essere volti con convinzione al futuro e non più al passato”, dice al Foglio lo storico Gabriele Ranzato.
Ranzato fino a un anno fa è stato ordinario di Storia contemporanea all’Università di Pisa, ed è autore per Laterza e Bollati Boringhieri di rinomate monografie sulla guerra civile iberica degli anni Trenta e sulla transizione alla democrazia. Non a caso la sua analisi prende le mosse da “un caso di apparente schizofrenia” dell’élite spagnola: “Per mettersi al riparo dalle posizioni manichee che esistono sul passato storico del paese, posizioni ciclicamente rivangate nel dibattito pubblico, la classe politica iberica si è finora smarcata per quanto possibile da queste discussioni”. Concentrandosi sulle riforme, quale che sia il loro colore, e offrendo appunto un’immagine di slancio.
Lo storico Ranzato sostiene che per spiegare la compostezza e la risolutezza della classe politica spagnola di oggi sia imprescindibile un ragionamento sulla guerra civile combattuta nel paese, alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, tra nazionalisti e repubblicani: “In Spagna, la memoria di quella guerra civile è perfino più conflittuale della memoria italiana rispetto alla nostra guerra civile”, più recente ma sicuramente meno sanguinosa (50-60 mila morti contro i 600 mila della Spagna). Ranzato infatti, dopo aver scritto saggi come “La grande paura del 1936” e “Il passato di bronzo” (Laterza), è arrivato alla conclusione che “una parte della sinistra spagnola si sente ancora frustrata perché il fronte franchista non ha scontato tutte le sue responsabilità. Questa parte della sinistra, però, a sua volta non fa i conti con le proprie responsabilità”. La guerra civile, infatti, scoppiò anche come “forma di reazione alla deriva che rischiava di prendere la Repubblica. L’operato del Fronte popolare, al governo dal febbraio 1936, faceva presagire infatti una una rivoluzione di tipo anti liberale”. Al punto che “anche una parte di chi aveva votato il Fronte popolare – dice – ebbe paura di trovarsi presto in un regime di tipo comunista. Questo pesò anche al momento del golpe militare. I golpisti, tra i militari, furono una minoranza; la maggioranza però rimase passiva, schierandosi solo dopo che i rivoluzionari cominciarono a opporsi e a governare in una parte del paese”. Ranzato ovviamente non nega che alla fine chi fu dalla parte del dittatore Francisco Franco si sia macchiato di un numero maggiore di crimini, “non foss’altro perché la Repubblica ha controllato porzioni minori di territorio e per meno tempo”. Eppure “questo processo non fu un confronto tra ‘tutti buoni’ e ‘tutti cattivi’”.
“Il punto è che ancora oggi, nell’accademia e nei media, le letture meno manichee di quella fase storica vengono attaccate. A certa sinistra spagnola restano care letture come quella fornita di recente dallo storico inglese Paul Preston, autore del saggio sui crimini franchisti intitolato con enfasi ‘Olocausto’, una visione quantomeno parziale dell’accaduto”. D’altronde è pure vero che, “per il tipo di transizione soft” che c’è stata in Spagna tra la morte di Franco nel 1975 e l’inizio degli anni 80, “i franchisti non hanno pagato per tutte le ingiustizie compiute”. Chiaro. Ma cosa c’entra la memoria nient’affatto condivisa della guerra civile con la Spagna odierna? Dice Ranzato: “Nelle università e sui giornali la polemica continua, aspra come sempre, ma la politica, sin dagli anni della transizione, ha saputo schermarsi da questo dibattito”. Ha creato uno spazio di dibattito più ovattato, “dove il conflitto si limita alla selezione delle politiche pubbliche ritenute migliori”: “Questo atteggiamento cauto, almeno all’inizio, fu frutto della continua minaccia dell’esercito che, morto Franco e avviato il processo di democratizzazione, non avrebbe comunque accettato svolte giudicate troppo estremiste. Da quel momento, dunque, pensare al presente e al futuro, senza volgersi in ogni istante al passato per alimentare la polemica politica, iniziò a costituire un abito, una sorta di convenzione, utile per allontanare il rischio di nuovi golpe”. Quella che Ranzato chiama “lezione”, poi, “è stata ritenuta valida anche dopo gli anni 90”: “Si può dire che i politici spagnoli in questo abbiano scelto di comportarsi alla stregua tradizionale dei colleghi inglesi, se si esclude qualche dichiarazione del socialista Zapatero che fece un po’ discutere. La buona impressione che oggi la Spagna offre a un paese come il nostro – dove ancora di recente si è accusato l’avversario di essere ‘fascista’ o ‘comunista’ – dipende soprattutto da questo metodo scelto per governare. Gli esecutivi spagnoli sono lì per realizzare i loro progetti e possono farlo agevolmente senza ostruzionismi esagerati”. Gli investitori spagnoli e internazionali ringraziano.