Lezione elvetica contro l’euromoralismo

Con una valanga di no, il 65,3 per cento, e la partecipazione più elevata di tutti i referendum degli ultimi cinque anni, i cittadini svizzeri hanno bocciato la proposta di un tetto a stipendi e bonus dei manager. Lo stipendio equosolidale era stato proposto dalla Gioventù socialista e appoggiato da socialisti, sindacati e verdi: tre movimenti che pure hanno mietuto successi sulle questioni ambientaliste, dai Tir alle centrali a carbone.
26 NOV 13
Ultimo aggiornamento: 13:49 | 23 AGO 20
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Con una valanga di no, il 65,3 per cento, e la partecipazione più elevata di tutti i referendum degli ultimi cinque anni, i cittadini svizzeri hanno bocciato la proposta di un tetto a stipendi e bonus dei manager. Lo stipendio equosolidale era stato proposto dalla Gioventù socialista e appoggiato da socialisti, sindacati e verdi: tre movimenti che pure hanno mietuto successi sulle questioni ambientaliste, dai Tir alle centrali a carbone. Al contrario gli svizzeri respingono il pauperismo e la demonizzazione della ricchezza che preme alle porte dall’Europa dell’euro, in particolare da Francia e Italia (dove Beppe Grillo si era impadronito in anticipo della vittoria referendaria): questa Europa che fa risalire sempre a “paperoni” e “furbetti” – etimologia insopportabile di per sé – una delle cause della crisi, nonché un’altra materia da porre sotto il giogo – etico – dei governi. La proposta era di fissare per legge stipendi per i dirigenti non superiori a 12 volte quelli dei dipendenti, dimenticando che a marzo era stato approvato un referendum, molto più sensato, che trasferisce il potere sulle retribuzioni dai consigli d’amministrazione alle assemblee degli azionisti. Un’iniziativa, quella, di stampo liberista e libertario, che limita i conflitti d’interesse aumentando al contempo i diritti dei proprietari di una società. Quest’ultima proposta è al contrario tipicamente statalista, e per il governo di Berna avrebbe fatto fuggire gli investimenti producendo un impoverimento generale del paese: l’industria finanziaria conta per poco più del 10 per cento del pil e dà lavoro a circa 190 mila addetti (il 5,7 per cento della forza lavoro complessiva). In Europa imperversa l’idea che stati incapaci di vedere la crisi, di rimediarvi, di allestire una decente moneta unica, debbano ora salvificamente intervenire sull’iniziativa e la libertà delle persone, compresa quella di aspirare alla ricchezza. L’orgogliosa e indipendente democrazia diretta della Svizzera ci dice che le retribuzioni che qui definiremmo “d’oro” non hanno a che fare né con il benessere dei cittadini e dei giovani in particolare (gli stipendi d’ingresso nella Confederazione superano i 3 mila euro), né con le distorsioni finanziarie. Così decide un paese libero da sempre. Il pensiero unico dell’euro predica invece che alle ingiustizie sociali si provvede facendo diventare più poveri i ricchi, non più ricchi i poveri.