Le primarie piene e il partito ubriaco
Tutti i grandi partiti europei, di tradizione popolare o socialista, sono organizzati sulla base di adesioni individuali e chiamano gli aderenti a decidere, in forme varie, della leadership e della linea politica. Nessuno di loro conferisce agli elettori non aderenti il diritto di partecipare alla selezione delle candidature, come accade invece tradizionalmente nella democrazia americana, che non è organizzata sulla base di partiti in qualche modo “ideologici”.

Tutti i grandi partiti europei, di tradizione popolare o socialista, sono organizzati sulla base di adesioni individuali e chiamano gli aderenti a decidere, in forme varie, della leadership e della linea politica. Nessuno di loro conferisce agli elettori non aderenti il diritto di partecipare alla selezione delle candidature, come accade invece tradizionalmente nella democrazia americana, che non è organizzata sulla base di partiti in qualche modo “ideologici”. Il Partito democratico italiano ha cercato di far coesistere i due modelli, quello americano della consultazione degli elettori attivi, e quello europeo del partito degli iscritti. Il fatto è che i due modelli non si possono sovrapporre senza diventare inefficaci. Il meccanismo leaderistico del partito delle primarie si trasferisce in quello delle tessere, che si moltiplicano quando c’è l’esigenza di sostenere o di contrastare una specifica leadership locale.
Il sistema delle mediazioni tra nomenclature tipico del partito delle tessere si trasferisce nella definizione dei candidati alle primarie, che infatti non hanno mai visto una corsa incerta ma sempre una marcia inarrestabile del candidato prevalente e un ruolo ancillare da segnaposto dei cosiddetti concorrenti. E’ lecito pensare che alcuni di questi fenomeni degenerativi siano prodotti a denominazione di origine garantita: ci sono zone del paese dove un certo mercato delle tessere nelle vigilie congressuali si presentava sistematicamente, anche quando nessuno parlava di primarie. Sarebbe però fuorviante attribuire tutti i guai a fenomeni, per quanto diffusi, di malcostume tradizionale, senza sciogliere la contraddizione tra modelli di partito di fatto incompatibili.
Le primarie furono introdotte nel centrosinistra quando era una coalizione, per dare consistenza alla candidatura di Romano Prodi, poi furono replicate per sanzionare la leadership di Walter Veltroni dopo la fusione Pd-Margherita. Contemporaneamente la gestione del partito era basata sulla sommatoria dei gruppi dirigenti delle formazioni confluite, ognuno dei quali amministrava una sua reale o presunta rappresentanza basata sugli iscritti, che però non si sono poi davvero trasferiti tutti nella nuova struttura unitaria. Fin dall’inizio si vedeva l’impossibilità di mettere insieme una grande massa di aderenti organizzati, privati però del potere fondamentale di decidere la leadership. Si è deciso di non curarsi di questo problema reale, adattando volta a volta norme statutarie sempre più cervellotiche a una situazione che diventava sempre più irrazionale. Forse i massimi dirigenti coltivavano e coltivano l’illusione che in questa confusione avrebbe contato di più il loro prestigio personale, per quanto offuscato, ma, come spesso accade, i calcoli furbeschi non hanno funzionato.