Euro a buon mercato
Così Draghi soccorre l’economia con un’altra prova d’indipendenza
Le banche della zona euro, a partire dalla prossima settimana, otterranno prestiti dalla Banca centrale europea (Bce) al prezzo più conveniente di sempre. Ieri infatti il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali è stato ridotto dallo 0,50 allo 0,25 per cento. Non solo: gli osservatori sono rimasti colpiti anche dall’estrema rapidità con cui il presidente della Bce, Mario Draghi, è intervenuto al primo sentore di un calo generalizzato dei prezzi.

Le banche della zona euro, a partire dalla prossima settimana, otterranno prestiti dalla Banca centrale europea (Bce) al prezzo più conveniente di sempre. Ieri infatti il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali è stato ridotto dallo 0,50 allo 0,25 per cento. Non solo: gli osservatori sono rimasti colpiti anche dall’estrema rapidità con cui il presidente della Bce, Mario Draghi, è intervenuto al primo sentore di un calo generalizzato dei prezzi. E’ il segno, dicono alcuni analisti sentiti dal Foglio, di un’ulteriore “prova d’indipendenza” da parte di Draghi rispetto all’attendismo dei custodi dell’ortodossia (Bundesbank in primis).
Cosa è successo, in sostanza, ieri? Si è registrato un tentativo estremo, seppure non l’ultimo a disposizione della Bce, per puntellare l’economia del continente attraverso la politica monetaria. Perché nonostante i mercati finanziari siano placidi e i rendimenti sui titoli di stato meno onerosi che in passato, la ripresa del ciclo reale è più lenta del previsto (quest’anno l’Eurozona è in recessione dello 0,4 per cento, l’anno prossimo crescerà solo dell’1,1), il debito pubblico continua a gonfiarsi quasi ovunque, e adesso si materializza anche lo spettro della deflazione, cioè la riduzione generalizzata dei prezzi. Da qui la decisione di tagliare il tasso di riferimento, portandolo quasi ai livelli praticati dalla Federal reserve statunitense (ferma alla forbice 0-0,25 per cento dal dicembre 2008); da qui anche la conferma della “forward guidance”, cioè l’impegno a mantenere “tassi al livello attuale o più basso per un lungo periodo di tempo”; e infine il prolungamento delle immissioni di liquidità per importi illimitati (quelle settimanali fino al luglio 2015, quelle trimestrali fino al secondo trimestre 2015). Né Draghi ha escluso, parlando con i giornalisti, nuove immissioni straordinarie di liquidità a tre anni (Ltro), come le aste del dicembre 2011 e del febbraio 2012 attraverso cui si evitò un collasso del mercato interbancario, o il taglio a livello negativo dei tassi dei depositi presso la Bce, extrema ratio per spingere le banche a utilizzare la liquidità in loro possesso invece che lasciarla parcheggiata presso l’Eurotower.
Le notizie in arrivo da Francoforte hanno già avuto i primi effetti: ieri pomeriggio l’euro si è indebolito rispetto al dollaro, arrivando a 1,33 per la prima volta dal 16 settembre scorso, placando un po’ i timori di un eccessivo rafforzamento del cambio che frenerebbe l’export europeo (vedi l'analisi di Carlo Altomonte pubblicata oggi sul Foglio); i rendimenti sui titoli decennali italiani e spagnoli sono diminuiti, rispettivamente al 4,07 e al 4,03 per cento, con annesso calo dello spread rispetto al Bund tedesco. La Borsa italiana prima è schizzata all’insù, poi è scesa tra prese di profitto e rinnovati timori di una ritirata dello stimolo monetario americano. Di per sé la mossa di Draghi non sarà un “game changer”, cioè un punto di svolta nell’andamento della crisi. La Banca centrale, in questo modo, ha però aperto ufficialmente la cassetta degli attrezzi necessaria a gestire una nuova emergenza, visto che l’Eurozona – come ha ripetuto Draghi più volte – “potrebbe sperimentare un periodo prolungato di bassa inflazione”. Il banchiere centrale ha deciso soprattutto sulla spinta degli ultimi dati forniti dall’Eurostat, secondo cui l’indice tendenziale dei prezzi al consumo nell’Eurozona in ottobre è allo 0,7 per cento (dall’1,1 di settembre), sempre più distante quindi dal tasso di inflazione al 2 per cento che la Bce deve assicurare. Altre misure potrebbero essere necessarie per contrastare la tendenza disinflazionistica, magari un’altra “Ltro” nel caso la Fed riducesse i suoi acquisti di asset (prevede Marco Valli di Unicredit) o nel caso di difficoltà durante gli stress test sulle banche europee.
Fatto sta che “la Bce ieri ha preso tutti di sorpresa”, come ha scritto a caldo il Wall Street Journal. Addirittura, tra gli economisti interpellati da Bloomberg alla vigilia della riunione di Francoforte, soltanto 3 intervistati su 70 scommettevano su una riduzione del costo del denaro in questo Consiglio della Bce. Quasi la totalità degli operatori finanziari riteneva che Draghi avrebbe avuto bisogno di tempo prima di tagliare i tassi: il tempo necessario a costruire un certo consenso politico all’interno del Consiglio direttivo della Bce (formato dai sei membri del Comitato esecutivo e dai governatori delle Banche centrali nazionali dei 17 paesi dell’area euro), limando le differenze tra falchi dell’ortodossia (tedeschi e nordici in generale) e fautori di una maggiore espansione monetaria. Osserva perciò Tony Barber, editorialista del Financial Times ed esperto d’Europa: “La Bce ha mostrato senza dubbi che non è soltanto una Banca centrale vecchio stile, di quelle che combattono solo l’inflazione, ma un’istituzione che prende sul serio la nozione di stabilità dei prezzi che può essere messa in pericolo dalla deflazione tanto quanto dall’inflazione”. Ancora: “Con buone ragioni, la Bce ora può rivendicare di essere indipendente non solo dalle pressioni politiche, ma dalla ossessione post Seconda guerra mondiale con l’inflazione, tipica della Bundesbank”. Inoltre il banchiere italiano, come fanno notare al Foglio ambienti della Bce, ha deciso tutto in meno di 10 giorni; il 31 ottobre l’Eurostat ha pubblicato i dati allarmanti sul calo dei prezzi, e il 7 novembre (cioè ieri) c’è stata la prima contromossa: “Un segnale fortissimo d’autonomia”. Questa volta non si è dovuto ottenere chissà quale via libera da Berlino, come accaduto nel 2012 con l’Omt, il piano di acquisto illimitato di titoli di stato. Draghi ieri ha detto che la decisione è stata presa “a grande maggioranza”, che l’unanimità è mancata perché ci sono “differenze solo sui tempi”, visto che “alcuni membri del Consiglio direttivo avrebbero preferito aspettare” nuove conferme del calo dell’inflazione.
Secondo Pierpaolo Benigno, economista della Luiss, “in Europa la politica monetaria rimane sempre un po’ ‘dietro la curva’. Negli Stati Uniti invece, pur in periodi difficili, l’inflazione è sempre stata attorno al 2 per cento. Oggi una fase di disinflazione, come quella segnalata dalla Bce per il medio periodo, è estremamente pericolosa. Per i paesi che stanno tentando di ridurre i loro debiti, un po’ d’inflazione cancella un po’ di debito. Ora invece, in base al cosiddetto ‘Fisher effect’, i prezzi in calo rendono il debito più difficile da sostenere. Perciò la politica monetaria deve essere ancora più espansiva”. Anche Benigno, però, riconosce che gli ultimi dati economici “hanno rafforzato politicamente la posizione di Draghi e indebolito quella dei più ortodossi”.