Tutte le fatiche di Draghi in una bolla monetaria piena di allarmisti

La Federal reserve americana ha confermato ieri che non batterà ciglio, per il momento: lo stimolo monetario continua. La Banca centrale europea, nel frattempo, tira dritto sulla via rigorista e anti inflazionistica. Ergo: un indebolimento dell’euro rispetto al dollaro non è all’orizzonte. Così è probabile che in molti, nei prossimi giorni, continueranno a tirare la giacchetta di Mario Draghi, presidente dell’Eurotower, chiamato in causa da esportatori scontenti, governi pigri con le riforme, banche intimorite dalla vigilanza unificata e corti nazionali scalpitanti (a partire da Karlsruhe).
31 OTT 13
Ultimo aggiornamento: 13:34 | 11 AGO 20
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La Federal reserve americana ha confermato ieri che non batterà ciglio, per il momento: lo stimolo monetario continua. La Banca centrale europea, nel frattempo, tira dritto sulla via rigorista e anti inflazionistica. Ergo: un indebolimento dell’euro rispetto al dollaro non è all’orizzonte. Così è probabile che in molti, nei prossimi giorni, continueranno a tirare la giacchetta di Mario Draghi, presidente dell’Eurotower, chiamato in causa da esportatori scontenti, governi pigri con le riforme, banche intimorite dalla vigilanza unificata e corti nazionali scalpitanti (a partire da Karlsruhe).
Se l’euro è forte rispetto al dollaro – si va verso un cambio a 1,40 – in realtà il merito (o la colpa) è anche della Fed. Ieri la Banca centrale americana, guidata fino a fine anno da Ben Bernanke, ha comunicato di voler mantenere invariato il costo del biglietto verde, ai minimi storici tra lo zero e lo 0,25 per cento, finché il tasso di disoccupazione resterà sopra il 6,5 per cento. “Maggiori prove” sono richieste prima di ridurre gli acquisti di asset per 85 miliardi di dollari al mese, e quindi prima di sospendere un rifornimento continuo e abbondante di dollari.
Da questa parte dell’Atlantico, però, il rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro, al massimo degli ultimi due anni, fa inarcare più di qualche sopracciglio. “Doveva rompersi, ora è troppo forte”, è il titolo dell’editoriale sulla valuta unica apparso ieri sulla prima pagina del Corriere della Sera. Un’analisi firmata da Lucrezia Reichlin, economista e sapiente conoscitrice della Banca centrale con sede a Francoforte, dove ha pure lavorato. Le incertezze della politica economica americana, associate alle scelte iper espansive giapponesi, fanno apprezzare la nostra valuta, sempre governata con moderazione. Non solo: adesso i segnali di ripresa in Europa rischiano di giocare a nostro sfavore, visto che “qualsiasi cosa succeda altrove, appena la situazione comincia a migliorare la nostra moneta si apprezza”. Segue “una perdita di competitività nel breve-medio periodo – scrive Reichlin – che potrebbe rallentare la crescita delle nostre esportazioni fuori dall’euro”. Merci e servizi “made in Europe”, banalmente, diventano relativamente più costosi e meno competitivi. Reichlin pondera le parole, ma non nega l’affondo: “Un euro che a questo punto della congiuntura europea si rafforza è un fattore preoccupante che potrebbe mettere a rischio la ripresa”. Con tanto di invito finale alla Bce a “usare le cartucce che ha ancora a disposizione”. E’ la stessa linea su cui insiste da giorni il Sole 24 Ore, giornale confindustriale, che ha fatto suo il punto di vista delle aziende esportatrici. Al punto da commissionare a Intesa uno studio che imputa al rialzo dell’euro un effetto-freno sul pil italiano dello 0,4 per cento già quest’anno. Di “riflessi preoccupanti” del rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro ha scritto poi l’editorialista Marco Fortis.
Troppo allarmismo? Non manca chi lo sostiene, e da tempo. Una valuta forte incentiva infatti processi di ristrutturazione nelle aziende esportatrici, costrette a guadagnare in competitività su altri fronti. Lo sostenne tempo addietro l’economista statunitense della Hoover Institution di Stanford, Melvyn Krauss, che oggi invoca un po’ d’inflazione in più per alleggerire il fardello debitorio dei paesi mediterranei. Un’altra tesi vuole che, grazie all’euro forte, le principali materie prime, quotate in dollari come è spesso il caso per cibo e petrolio, diventino relativamente più convenienti per le nostre aziende che quindi potrebbero ridurre i costi di produzione. Terza tesi, più fattuale: l’export tedesco ha ottenuto risultati stellari nei primi anni 2000 anche con un dollaro in caduta; e oggi Irlanda e Spagna hanno ripreso a esportare con forza, pur ingabbiate nella moneta unica.
Infine c’è un’altra argomentazione pragmatica, ma nient’affatto marginale, a favore dell’euro più forte rispetto al dollaro. E’ quella che ricorda al Foglio Giuseppe Di Gaspare, docente di Diritto dell’economia alla Luiss e autore per Utet di “Teoria e critica della globalizzazione finanziaria”: “Il rapporto di cambio è una delle variabili da tenere presenti, ma è bene ricordare che gli schemi teorici dell’economia-mondo sono saltati rispetto al 1971, anno in cui si è inaugurata una totale libertà dei flussi di capitali. Oggi molti economisti restano intrappolati in teorie che spiegano sempre meno”. Di cosa non sembra tenere conto una economista come Reichlin? “I grandi investitori finanziari, con un dollaro che perde nel cambio con l’euro, trovano conveniente indebitarsi in dollari e investire in euro, dato il bassissimo tasso praticato dalla Fed, guadagnando così sul differenziale del cambio e sul tasso di interesse dei titoli di stato europei che hanno rendimenti più elevati dei Bond americani”. Considerato che oggi i capitali americani rappresentano “due terzi della liquidità monetaria mondiale”, ecco spiegata una “ondeggiante massa monetaria verso l’euro e quindi la conseguente discesa dei tassi d’interesse sui debiti pubblici in euro nello stesso periodo”. Insomma, più che lamentarci, dovremmo renderci conto che una valuta più forte “rende più sostenibile il servizio sul debito, grazie all’incentivo a speculare con il cosiddetto ‘carry trade’”, conclude Di Gaspare. Il quale non nega i potenziali effetti negativi sull’export qualora il cambio euro-dollaro dovesse salire ancora, “ma questo non accadrà, gli Stati Uniti hanno pur sempre l’interesse di restare in possesso di una valuta di riserva mondiale, che non si svaluti troppo”. Insomma, cari europei, godiamoci questa finestra di convenienza finché la Fed non ritirerà lo stimolo monetario, nel frattempo avanti con riforme e rigore. Questo è uno dei ragionamenti che si fanno ai piani alti della Bce. Ragionamenti rinfrancati dai numeri, visto che proprio dal 16 al 23 ottobre i fondi azionari europei hanno fatto registrare un saldo netto di 5 miliardi di dollari secondo i dati di Epfr Global, record assoluto a livello settimanale. Azioni e obbligazioni europee tornano attraenti perché l’economia reale migliora, ma soprattutto perché la mancata interruzione degli stimoli della Fed rende più redditizi gli investimenti in euro.
D’altronde, se poi la nostra valuta dovesse apprezzarsi oltremisura, Draghi ha già dimostrato di saper intervenire anche con il solo uso delle comunicazioni verbali. Senza dimenticare che misure di rifinanziamento alle banche sono in gestazione. In attesa però della decisione della Corte federale tedesca sulla legittimità dell’Omt della Bce, cioè il piano di acquisto illimitato di titoli sovrani. Un processo che, comunque finirà, è già servito per esercitare pressioni su Draghi e colleghi. A forza di tirare la giacchetta del banchiere italiano, è scomparso dai radar, infatti, il piano di rilancio del credito alle piccole e medie imprese, anche attraverso le cartolarizzazioni, che Bce e Bei studiavano mesi fa.