Aiuta la moneta lasca
Londra, il calabrone misterioso dell’economia vola con l’austerity
La disfida accademica tra sostenitori del rigore fiscale in tempo di recessione e fautori del bilancio pubblico lasco sembra non avere fine. Arbitri completamente imparziali, infatti, sono difficili da trovare, a sei anni dall’inizio della crisi finanziaria negli Stati Uniti. In questo limbo, nell’Europa continentale, il presidente dell’Eurogruppo, il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, è tornato ieri a chiedere “più strumenti” per spingere gli stati indisciplinati sulla strada dei tagli e delle riforme strutturali, lodando gli “accordi contrattuali” approvati in linea di principio all’ultimo Consiglio Ue, su proposta della cancelliera tedesca Angela Merkel.

La disfida accademica tra sostenitori del rigore fiscale in tempo di recessione e fautori del bilancio pubblico lasco sembra non avere fine. Arbitri completamente imparziali, infatti, sono difficili da trovare, a sei anni dall’inizio della crisi finanziaria negli Stati Uniti. In questo limbo, nell’Europa continentale, il presidente dell’Eurogruppo, il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, è tornato ieri a chiedere “più strumenti” per spingere gli stati indisciplinati sulla strada dei tagli e delle riforme strutturali, lodando gli “accordi contrattuali” approvati in linea di principio all’ultimo Consiglio Ue, su proposta della cancelliera tedesca Angela Merkel. Invece il governo inglese, una coalizione tra conservatori e liberali al potere dal 2010, è tra i pochi a poter rivendicare prove inconfutabili a favore di una strategia di crescita che passa attraverso il risanamento dei conti pubblici. Un mondo a sé, il Regno Unito, dove nel 2009 l’allora candidato premier David Cameron poteva promettere, in campagna elettorale, “una nuova èra di austerity”. E poi vincere le elezioni. Un paese dove la spesa pubblica nel 2009 si attestava al 47,4 per cento del pil, oggi è al 45,2 per cento e l’obiettivo a bilancio per il 2015-2016 è il 43,1 per cento. In Italia la stessa percentuale era del 52,5 per cento nel 2009 e del 51,2 nel 2012. E i tagli a Londra non finiscono, visto che quest’anno la spending review inglese segna “meno 11,5 miliardi di sterline” di spesa pubblica in programma. E visto che Cameron, a inizio ottobre, ha parlato ai colleghi di partito ribadendo che “il lavoro di riduzione del deficit non è finito” (d’altronde la differenza tra entrate e uscite annuali è stata ridotta di un terzo in tre anni, ma è ancora al 7,1 per cento del pil, in Italia è al 3,1).
Soprattutto, però, a fronte di tanti tagli, Londra nel terzo trimestre appena concluso ha fatto segnare un tasso di crescita dello 0,8 per cento, il terzo rialzo consecutivo del pil e il più alto dal 2010. Sorprendente, al di sopra di tutte le aspettative. Al punto che il Monde, sulla prima pagina di ieri dedicata ai “successi della ricetta britannica”, scriveva un po’ incredulo: “Questa fiducia dei privati sorprende gli osservatori, considerata la politica di austerità condotta dal governo Cameron”. Il premio Nobel Paul Krugman, agguerrito neokeynesiano, l’anno scorso definiva “profondamente distruttive” le scelte di Londra. Il Fondo monetario internazionale, ancora nell’aprile scorso, aveva smesso per un attimo i suoi panni tecnici e aveva fatto inalberare il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, chiedendogli di allentare la stretta sul bilancio. Ingerenza illegittima, tuonò Londra. E probabilmente infondata, si può dire oggi, visto che il Fmi nel suo ultimo rapporto ha ritirato i suoi consigli, aggiornando piuttosto le sue stime di crescita, adesso più rosee di quelle governative: il paese crescerà dell’1,4 per cento quest’anno e dell’1,9 nel 2014, mentre l’Eurozona si ferma a meno 0,4 nel 2013 e a più uno l’anno prossimo.
Le Poste non volano, si privatizzano
D’altronde pesa anche il modo in cui si chiudono i buchi di bilancio, non si stancano di ripetere gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Cameron ha scelto modalità più sviluppiste dei soliti aumenti di accise, bolli e tasse cui siamo abituati in Italia (e non solo): il governo di Sua Maestà ha avviato una riduzione a tappe delle tasse sulle imprese, per esempio; uno sfoltimento dei benefici del welfare state; in tre anni ha tagliato 500 mila posti di lavoro nel settore pubblico; poi ha optato per un piano di privatizzazioni sia delle banche che aveva salvato dopo Lehman Brothers, sia della Royal Mail (le Poste che nemmeno Margaret Thatcher aveva voluto toccare). Né si può dire che tali scelte non siano in linea con l’opinione pubblica: secondo NatCen Social Research, la percentuale di inglesi che chiede un welfare meno generoso per incentivare le persone a lavorare è salita ininterrottamente dal 26 per cento nel 1991 al 54 per cento oggi. Secondo Wells Fargo, aumenta anche la fiducia dei consumatori, che non s’attendono futuri inasprimenti fiscali, e quindi la loro voglia di spendere.
Le Poste non volano, si privatizzano
D’altronde pesa anche il modo in cui si chiudono i buchi di bilancio, non si stancano di ripetere gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Cameron ha scelto modalità più sviluppiste dei soliti aumenti di accise, bolli e tasse cui siamo abituati in Italia (e non solo): il governo di Sua Maestà ha avviato una riduzione a tappe delle tasse sulle imprese, per esempio; uno sfoltimento dei benefici del welfare state; in tre anni ha tagliato 500 mila posti di lavoro nel settore pubblico; poi ha optato per un piano di privatizzazioni sia delle banche che aveva salvato dopo Lehman Brothers, sia della Royal Mail (le Poste che nemmeno Margaret Thatcher aveva voluto toccare). Né si può dire che tali scelte non siano in linea con l’opinione pubblica: secondo NatCen Social Research, la percentuale di inglesi che chiede un welfare meno generoso per incentivare le persone a lavorare è salita ininterrottamente dal 26 per cento nel 1991 al 54 per cento oggi. Secondo Wells Fargo, aumenta anche la fiducia dei consumatori, che non s’attendono futuri inasprimenti fiscali, e quindi la loro voglia di spendere.
Quasi tutti gli economisti, però, sottolineano che il Regno Unito è un mondo a parte – rispetto all’Eurozona – anche per il pragmatismo creativo ed espansivo praticato dalla Bank of England. Questa, oramai in tandem dichiarato col governo, tiene ancora il tasso di riferimento allo 0,5 per cento e ha appena confermato acquisti di asset per 375 miliardi di sterline. Oggi la BoE detiene un ammontare di titoli di stato pari al 20 per cento del pil. Abbastanza per calmierare il cambio della sterlina, e soprattutto per consentire al governo di indebitarsi meno, certo, ma soprattutto a minor costo.