Il segreto di Ingroia
Ci mancava pure questo. Ci mancava pure che Antonio Ingroia, l’eroe della Trattativa, venisse indagato per violazione del segreto istruttorio. Cioè, per avere passato sottobanco ai suoi amici del Fatto quotidiano (tra lui e Marco Travaglio c’è un antico sodalizio: da anni trascorrono insieme le vacanze) il contenuto di un interrogatorio al quale era stato sottoposto Bernardo Provenzano, il boss dei corleonesi arrestato nell’aprile del 2006 dopo 43 anni di latitanza. Più che di interrogatorio si era trattato, come si dice in gergo, di un colloquio investigativo.

Ci mancava pure questo. Ci mancava pure che Antonio Ingroia, l’eroe della Trattativa, venisse indagato per violazione del segreto istruttorio. Cioè, per avere passato sottobanco ai suoi amici del Fatto quotidiano (tra lui e Marco Travaglio c’è un antico sodalizio: da anni trascorrono insieme le vacanze) il contenuto di un interrogatorio al quale era stato sottoposto Bernardo Provenzano, il boss dei corleonesi arrestato nell’aprile del 2006 dopo 43 anni di latitanza. Più che di interrogatorio si era trattato, come si dice in gergo, di un colloquio investigativo. Era il 31 maggio 2012 e Ingroia, che allora cercava elementi per supportare le sue tesi sulla fantomatica trattativa fra lo stato e la mafia, era entrato nel carcere speciale di Parma con la segreta speranza di convincere Provenzano a pentirsi e a fornirgli elementi utili per rafforzare una inchiesta ancora priva di prove e di movente. Ma nella fretta, chiamiamola così, aveva dimenticato di avvertire l’avvocato Rosalba Di Gregorio, difensore del boss.
Una circostanza certamente non secondaria che ha spinto Angelo e Francesco Paolo Provenzano, figli di “zu’ Binnu”, a presentare un esposto alla procura di Caltanissetta per denunciare non solo l’anomalia dell’interrogatorio ma anche la palese violazione del segreto istruttorio: il contenuto del colloquio, infatti, viene pubblicato dal Fatto il 5 giugno, quando il verbale non è stato ancora trascritto. Poiché al’interrogatorio non aveva partecipato nessun altro, la procura nissena non ha potuto far altro che spedire a Ingroia l’avviso di garanzia e avviare il procedimento penale. Come finirà? E’ difficile prevedere lo sbocco di una iniziativa che non ha molti precedenti: il segreto istruttorio, rispetto al resto del mondo, vanta in Italia il maggior numero di violazioni ma non si ha memoria di un magistrato che incolpa un altro magistrato: con la banalissima scusa di non potere mai individuare, nel mare grande di cancellieri e agenti di polizia giudiziaria, una responsabilità ben precisa tutte le messe finiscono in gloria. Stavolta no. Il magistrato Ingroia è finito sotto indagine. Chi l’avrebbe mai immaginato? Nel 2012, prima della disastrosa discesa in politica, l’ambiziosissimo procuratore aggiunto di Palermo credeva ancora di dominare il mondo. In parte c’era riuscito: l’inossidabile amicizia con Travaglio, l’intreccio sotterraneo con la redazione del Fatto, lo spazio che gli concedeva Michele Santoro nelle trasmissioni televisive, gli avevano assegnato una popolarità certamente superiore a quella che lui e la sua inchiesta meritavano. Al punto che credette di potere trasformare gli applausi della platea in consenso elettorale. Fu, come si ricorderà, la sua fine. Perché lo zero virgola raccolto dal suo partitino alle elezioni di febbraio segnò l’inizio di tutti i guai: abbandonata la magistratura, l’eroe della Trattativa si è trovato di colpo senza il potere della toga e senza le luci della ribalta. Horror vacui.
Per riacquistare un minimo di visibilità, ha tentato due settimane fa di rientrare, come avvocato di parte civile, nell’aula della Corte d’assise di Palermo, dove si celebra il processo sulla Trattativa, quello che lui stesso aveva istruito, ma gli è andata male. Non sapeva – da predicatore della legalità – che la legge vieta per un anno a un magistrato che diventa avvocato di esercitare la nuova professione nel distretto giudiziario di provenienza. Non sapeva – da partigiano della Costituzione – che non poteva assumere nessuna difesa, nemmeno quella di una parte civile, senza avere prima prestato giuramento. Ha tentato, come nel 2012 con Provenzano, di forzare le regole. E oggi si ritrova con un avviso di garanzia per violazione del segreto e con il rischio di un procedimento disciplinare per esercizio abusivo della professione di avvcopcato. Avrà ancora il coraggio di presentarsi nei dibattiti come l’erede di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quelli sì veri eroi dell’antimafia?