Merkel, la mamma dominatrice
La sintesi della forza di Angela Merkel è data dal fatto che il tema elettorale che più ha appassionato i tedeschi nelle ultime settimane – si vota domenica – riguarda le salsicce. I Verdi vogliono obbligare le mense pubbliche a non servire carne almeno un giorno alla settimana e così “è partito un appassionato dibattito – scriveva ieri Gideon Rachman sul Financial Times – se i politici abbiano o no il diritto a infilarsi tra i tedeschi e le salsicce”. Il resto del mondo si tormenta su tasse, welfare, armi chimiche e declino dell’occidente, e i tedeschi si occupano del tofu, chiamano “Mutti”, mamma, la loro cancelliera, si affidano alla sua garanzia di stabilità e sobrietà, fatta di zuppe di patate cucinate per il marito e di leadership quieta.

La sintesi della forza di Angela Merkel è data dal fatto che il tema elettorale che più ha appassionato i tedeschi nelle ultime settimane – si vota domenica – riguarda le salsicce. I Verdi vogliono obbligare le mense pubbliche a non servire carne almeno un giorno alla settimana e così “è partito un appassionato dibattito – scriveva ieri Gideon Rachman sul Financial Times – se i politici abbiano o no il diritto a infilarsi tra i tedeschi e le salsicce”. Il resto del mondo si tormenta su tasse, welfare, armi chimiche e declino dell’occidente, e i tedeschi si occupano del tofu, chiamano “Mutti”, mamma, la loro cancelliera, si affidano alla sua garanzia di stabilità e sobrietà, fatta di zuppe di patate cucinate per il marito e di leadership quieta. Gli europei sono appesi alle elezioni tedesche, così come sono appesi alla volontà merkeliana ormai da anni, dall’inizio della crisi, e pur avendo pianto per l’austerità, pur avendo scalciato come asini riottosi contro l’imposizione della regola tedesca – che è regola europea – non sono riusciti a trovarle un’alternativa. Gran parte delle responsabilità è delle sinistre europee. L’antimerkelismo ha fatto da collante al progressismo continentale, ben testimoniato dalla vittoria a valanga del socialista francese Hollande, quasi un anno e mezzo fa, con la sua formula un po’ austera e un po’ solidale che rappresentava l’unica scappatoia al rigorismo di Berlino. Ma la promessa s’è infranta, la Francia è diventata una bomba a orologeria e il suo leader s’è mostrato per quello che è: un professore noioso che il più delle volte ha grandi teorie e nessun modo per metterle in pratica (vedi la “pausa” alle tasse per il 2014, per raffreddare il dissenso).
I socialdemocratici tedeschi hanno fatto persino peggio, visto che giocavano in casa. Avrebbero per esempio potuto ricordare che non ci sono riforme strutturali in Germania da parecchi anni (l’ultima è stata quella del lavoro, firmata dall’Spd), è il paese che ha meno riformato in tutta Europa; oppure avrebbero potuto sottolineare che l’Unione bancaria salva-euro tanto voluta da Merkel non esiste ancora, e anzi le banche tedesche sono state spesso salvate da quei bailout che Merkel ha centellinato con gli altri paesi. Avrebbero potuto creare una road map per l’Europa al netto di Merkel, ma non l’hanno fatto, un po’ perché, al dunque, quando c’era da votare in Parlamento, stavano con lei e un po’ perché difettavano le idee. Così la cancelliera si presenta al voto calma e forte, con l’Economist che le chiede di essere ancora più Merkel, di creare un’Agenda 2020 che dia una nuova svolta alla Germania e soprattutto all’Europa e cambi quell’equazione che anche alla cancelliera, così abituata a ridurre i problemi grandi in piccoli guai da affrontare con pazienza e determinazione, dà preoccupazioni permanenti: l’Europa rappresenta il 7 per cento della popolazione mondiale, il 25 per cento della sua produzione e il 50 per cento della sua spesa in welfare. E’ ovvio che non può durare, così.