L’action alert dei vescovi americani contro la guerra di Obama
Dolan e Obama, ancora una volta contro. Non c’entrano nulla le battaglie su aborto, fine vita, legalizzazione delle nozze tra omosessuali. L’oggetto del contendere, stavolta, è il destino della Siria. Mentre il presidente democratico si appresta a chiedere al Congresso il via libera per l’attacco “limitato” e “punitivo” contro il regime di Bashar el Assad, il capo dei vescovi americani si fa portavoce di chi, oltreoceano, si oppone all’operazione militare su Damasco. La guerra non s’ha da fare, tuona l’arcivescovo di New York, che raccomanda a tutte le diocesi del paese di amplificare con ogni mezzo e in ogni forma il grido di Papa Francesco per la pace.

Dolan e Obama, ancora una volta contro. Non c’entrano nulla le battaglie su aborto, fine vita, legalizzazione delle nozze tra omosessuali. L’oggetto del contendere, stavolta, è il destino della Siria. Mentre il presidente democratico si appresta a chiedere al Congresso il via libera per l’attacco “limitato” e “punitivo” contro il regime di Bashar el Assad, il capo dei vescovi americani si fa portavoce di chi, oltreoceano, si oppone all’operazione militare su Damasco. La guerra non s’ha da fare, tuona l’arcivescovo di New York, che raccomanda a tutte le diocesi del paese di amplificare con ogni mezzo e in ogni forma il grido di Papa Francesco per la pace – quasi tutte si sono adeguate, seppur con tempi non sempre rapidi. Quella della Conferenza episcopale americana è una vera “action alert, una chiamata all’azione”, scriveva giovedì scorso l’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede. Una mobilitazione che deve portare i cattolici a premere sui rappresentanti e senatori di riferimento a Capitol Hill affinché neghino l’autorizzazione all’attacco. Si tratta di una presa di posizione “sorprendentemente netta”, dice un vaticanista di lungo corso come l’americano John Thavis: “E’ una campagna politica contro un piano proposto direttamente dal presidente”. E se in passato gli screzi erano maturati sui cosiddetti princìpi non negoziabili, ora a dividere il Vaticano dalla Casa Bianca c’è la guerra.
La Conferenza episcopale americana sta mettendo in campo un’offensiva ad ampio spettro: se da una parte invita i fedeli a ricordare ai propri rappresentanti che tra un anno si andrà alle urne per rinnovare tutta la Camera e un terzo del Senato – e che quindi è meglio pensarci bene prima di dare l’assenso a un nuovo conflitto al di là dell’Oceano –, dall’altra chiede al segretario di stato John Kerry di togliersi l’elmetto e di ammorbidire la propria posizione, fin qui la più determinata a punire Assad. Al numero uno della diplomazia di Washington – che è cattolico, a differenza di Obama –, i vescovi chiedono di perseguire “la strada del dialogo e del negoziato fra tutte le componenti della società siriana, con l’appoggio della comunità internazionale”. E’ questa, si legge nella lettera firmata da mons. Richard E. Pates, presidente della commissione episcopale Giustizia e pace, “la sola opzione che possa condurre alla fine del conflitto”. L’auspicio è quello di “edificare in Siria una società inclusiva che protegga i diritti di tutti i suoi cittadini, inclusi i cristiani e le altre minoranze”. Concetti identici a quelli espressi giovedì a Roma dal segretario per i Rapporti con gli stati, mons. Dominique Mamberti. E’ il segno che tra le alte gerarchie cattoliche americane e il Vaticano non c’è difformità di vedute, stavolta.
Dieci anni fa, la storia seguì un copione del tutto diverso. Il vaticanista John Allen ricorda sul National Catholic Reporter ciò che qualche giorno fa ha scritto sul suo blog mons. Robert Lynch, vescovo di St. Petersburg, Florida: “Purtroppo la chiesa cattolica diede a George W. Bush il via libera e l’episcopato non reagì con forza in difesa del Beato Giovanni Paolo II” che lanciava appelli dalla finestra del suo studio per scongiurare la guerra in Iraq. Certo, ricorda ancora Allen, anche allora la posizione era per lo più contraria, ma al di là della dichiarazione del 2002 secondo cui una guerra americana a Baghdad non poteva poggiarsi sui princìpi della guerra giusta, non c’è stato molto di più. Le cose, oggi, sono cambiate. Innanzitutto, scrive ancora il vaticanista del National Catholic Reporter, l’opinione pubblica americana non vuole una nuova guerra in medio oriente. La rabbia del dopo 11 settembre, ancora viva nel 2003, oggi è stemperata, ridotta a ricordo. C’è poi l’eterna battaglia con il liberal di Chicago succeduto a George W. Bush, e in larga parte dell’episcopato ogni occasione è propizia per contrapporsi alle politiche del presidente che ha mostrato e mostra tuttora scarsa considerazione per le questioni eticamente sensibili care alla chiesa cattolica. Infine – ed è forse l’elemento principale su cui si fonda la posizione della Conferenza episcopale presieduta dal cardinale Timothy Dolan – nel corso degli ultimi anni si è rafforzata l’idea che le guerre nel vicino e medio oriente abbiano portato a un aumento sensibile delle persecuzioni contro i cristiani. Non è un caso che negli Stati Uniti abbia avuto vasta eco quanto dichiarato nei giorni scorsi dal vescovo caldeo di Aleppo, Antoine Audo: “Noi abbiamo sentito parlare molto di democrazia e libertà in Iraq da parte degli Stati Uniti, e adesso vediamo i risultati, come il paese è stato distrutto. I primi a soccombere sono stati i cristiani. Non vogliamo che ciò si ripeta in Siria”.
La proposta di un ultimatum
Se al momento tra i vertici dell’Amministrazione l’offensiva dell’episcopato locale non sta dando risultati – anche la dubbiosa Nancy Pelosi, già speaker alla Camera dei rappresentanti, si è allineata al presidente – qualche spiraglio si intravede al Congresso. Molta fiducia è infatti riposta dalla Santa Sede – e l’Osservatore Romano ne dà notizia oggi in prima pagina – alla bozza di risoluzione alternativa a quella di Obama preparata dai senatori Joe Manchin e Heidi Heitkamp, entrambi cattolici e democratici. Il documento prevede che gli Stati Uniti concedano quarantacinque giorni di tempo al rais di Damasco per sottoscrivere la messa al bando delle armi chimiche (cosa che la Siria ha sempre rifiutato di fare). Solo al termine di questo lasso di tempo trascorso senza segnali positivi dal presidente siriano, scatterebbe l’azione militare. Un ultimatum sul quale, a Roma come pure ai vertici dell’episcopato guidato da Dolan, sperano possano convergere i cattolici al Congresso ancora indecisi e titubanti se concedere o meno il via libera alla risoluzione varata dalla Casa Bianca.
Dieci anni fa, la storia seguì un copione del tutto diverso. Il vaticanista John Allen ricorda sul National Catholic Reporter ciò che qualche giorno fa ha scritto sul suo blog mons. Robert Lynch, vescovo di St. Petersburg, Florida: “Purtroppo la chiesa cattolica diede a George W. Bush il via libera e l’episcopato non reagì con forza in difesa del Beato Giovanni Paolo II” che lanciava appelli dalla finestra del suo studio per scongiurare la guerra in Iraq. Certo, ricorda ancora Allen, anche allora la posizione era per lo più contraria, ma al di là della dichiarazione del 2002 secondo cui una guerra americana a Baghdad non poteva poggiarsi sui princìpi della guerra giusta, non c’è stato molto di più. Le cose, oggi, sono cambiate. Innanzitutto, scrive ancora il vaticanista del National Catholic Reporter, l’opinione pubblica americana non vuole una nuova guerra in medio oriente. La rabbia del dopo 11 settembre, ancora viva nel 2003, oggi è stemperata, ridotta a ricordo. C’è poi l’eterna battaglia con il liberal di Chicago succeduto a George W. Bush, e in larga parte dell’episcopato ogni occasione è propizia per contrapporsi alle politiche del presidente che ha mostrato e mostra tuttora scarsa considerazione per le questioni eticamente sensibili care alla chiesa cattolica. Infine – ed è forse l’elemento principale su cui si fonda la posizione della Conferenza episcopale presieduta dal cardinale Timothy Dolan – nel corso degli ultimi anni si è rafforzata l’idea che le guerre nel vicino e medio oriente abbiano portato a un aumento sensibile delle persecuzioni contro i cristiani. Non è un caso che negli Stati Uniti abbia avuto vasta eco quanto dichiarato nei giorni scorsi dal vescovo caldeo di Aleppo, Antoine Audo: “Noi abbiamo sentito parlare molto di democrazia e libertà in Iraq da parte degli Stati Uniti, e adesso vediamo i risultati, come il paese è stato distrutto. I primi a soccombere sono stati i cristiani. Non vogliamo che ciò si ripeta in Siria”.
La proposta di un ultimatum
Se al momento tra i vertici dell’Amministrazione l’offensiva dell’episcopato locale non sta dando risultati – anche la dubbiosa Nancy Pelosi, già speaker alla Camera dei rappresentanti, si è allineata al presidente – qualche spiraglio si intravede al Congresso. Molta fiducia è infatti riposta dalla Santa Sede – e l’Osservatore Romano ne dà notizia oggi in prima pagina – alla bozza di risoluzione alternativa a quella di Obama preparata dai senatori Joe Manchin e Heidi Heitkamp, entrambi cattolici e democratici. Il documento prevede che gli Stati Uniti concedano quarantacinque giorni di tempo al rais di Damasco per sottoscrivere la messa al bando delle armi chimiche (cosa che la Siria ha sempre rifiutato di fare). Solo al termine di questo lasso di tempo trascorso senza segnali positivi dal presidente siriano, scatterebbe l’azione militare. Un ultimatum sul quale, a Roma come pure ai vertici dell’episcopato guidato da Dolan, sperano possano convergere i cattolici al Congresso ancora indecisi e titubanti se concedere o meno il via libera alla risoluzione varata dalla Casa Bianca.
Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
